La ribellione di una B

Fonte Immagine: avig

Tutti noi ci abituiamo a delle presenze ricorrenti, non parenti oppure amici, ma la cassiera del market, il tabaccaio, l’edicolante, il signore del palazzo di fronte che porta a spasso il cane..., figure che ci accompagnano per anni, e che quando non vediamo più lasciano una vuota sensazione di tristezza. Ciò accade da sempre, almeno così pensiamo, ma c’è stato un luogo ed un tempo in cui questa semplice abitudine era un lusso, anzi era impossibile avere un ricordo dei volti, o meglio dei numeri di Auschwitz , che erano già diventati dei fantasmi appena scesi dal treno.

Lo sconosciuto che era al proprio fianco già il giorno seguente probabilmente non si sarebbe mai più rivisto. Una monotona routine di anime dannate, proprio come quella di una catena di montaggio.

Con brutale e teutonica solerzia si potevano eliminare fino a 2.000 persone al giorno grazie alla tecnologia dei forni crematori, ideata dai fratelli Topf. 

Apolidi sia per la terra sia per il cielo, nessuno li avrebbe più cercati, ma solo ricordati. In quel girone dantesco si trovava Jan Liwacz, cittadino polacco e abitante di Varsavia, il cui unico peccato era l’avere la sua officina da fabbro nel ghetto della capitale polacca. Questi agli inizi di maggio del 1940 venne arrestato dalle SS, non perché fosse un malvivente, un ebreo oppure un oppositore politico ma semplicemente perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una volta ad Auschwitz subito ci si rese conto dell’errore fatto ma ormai era troppo tardi, un prigioniero era sempre un pezzo di carne da macello ma perlomeno poteva lavorare, inoltre, di artigiani non c’erano mai abbastanza, men che meno di fabbri. Fu proprio grazie alla sua abilità che Jan riuscì a sopravvivere e ad assistere ad uno degli scempi più degradanti della storia dell’umanità. Dal suo “palcoscenico privilegiato” Liwacz, uomo tranquillo e senza nessuna pretesa particolare, ebbe la sfortuna di seguire tutte le fasi dello sterminio ma era necessario al lager. Entrato nel campo il 20 giugno 1940 con numero 1010, ben presto fu messo a capo della schlosserei, l'officina che fabbricava lampioni, inferriate e oggetti di metallo in genere. La sua percezione delle cose cambio radicalmente quando Hans Frank, il cosiddetto “boia della Polonia” gli ordinò la realizzazione della scritta da apporre sul cancello principale del campo.

ARBEIT MACHT FREI” (Il lavoro rende liberi)

La frase è tratta dal titolo del romanzo del 1873 dello scrittore tedesco Lorenz Diefenbach, che narra delle vicende di alcuni truffatori e giocatori d'azzardo che riscoprono la virtù attraverso il lavoro. La frase venne usata per la prima volta nel 1933 nel campo di concentramento di Dachau e solo nel 1940 anche ad Auschwitz, molto probabilmente per decisione del primo comandante del campo, il maggiore Rudolf Höß. Nel costruire la scritta, Liwacz decise di saldare la lettera «B» della parola ARBEIT sottosopra, per indicare moralmente il proprio dissenso. Fu un gesto di ribellione spontaneo e profondo.

Jan volle commettere un errore, che, sebbene molto evidente, restò incredibilmente nascosto agli occhi dei carnefici. Quell’errore lanciava un messaggio fortissimo al mondo, un grido di dolore che nessuno riuscì ad ascoltare per troppo tempo.

Un atto di sovversione intellettuale, dal forte valore simbolico, che solo dopo molti anni sarebbe stato riconosciuto e rappresentato in forma di statua nel 2014 di fronte alla sede del Parlamento europeo a Bruxelles.

Oggi l’errore volontario del povero fabbro di Varsavia è ancora lì, sul cancello d’ingresso del lager. È il testimone della ferocia dell’uomo che chiede giustizia e sembra dire: “Non è come vi fanno credere, come fate tutti a non accorgervene?". Jan Liwacz morì il 22 aprile 1980 a Bystrzyca Klodzka, in Polonia.

Troppi non sapevano neanche della sua esistenza, ciò che resta è solo la compassione per coloro che ebbero un numero tatuato sul braccio al posto del nome, espressione dell’ abominio umano, a cui un semplice fabbro polacco ebbe la forza di ribellarsi.