"Acari", Giampaolo G. Rugo

Fonte Immagine: ilmattino

Giampaolo G. Rugo

“Spare parts

And broken hearts

Keep the world turnin’ around”

La donna più vecchia del mondo, che festeggia il compleanno in diretta televisiva da ormai ventotto anni. La prima volta compiva cento anni. Ogni volta, alla fine della festa, la presentatrice la saluta così: “Allora, nonna Adele? All’anno prossimo?”.

Cri e il suo Papo. “Che forte Papo. Prendi la forza di Hulk, l’agilità di Spiderman e l’intelligenza di Iron Man; mischiale insieme e avrai meno della metà di Papo mio”. Vanno al bar ogni domenica a vedere la Magica, perché Papo giocava a pallone da ragazzo, con un grande campione, il Biondo. Cri adora ascoltare le storie del suo papà, è il suo eroe. “Quando la Magica perde – e la Magica perde spesso – Papo mi dice che era migliore che non ero tifoso della Magica; che era meglio che ero tifoso del Barcellona o della Juventus; che loro vincono sempre e invece noi non vinciamo mai e soffriamo e basta. Ma io sono giallorosso come Papo e la Magica non si discute, si ama”.

Gimbo: “Tutti vogliono essere simpatici con Gimbo. Tutti gli sorridono sempre e lui sempre sorride a tutti. Se è invitato a una festa, Gimbo diventa l’attrazione principale. <> E lo accarezzano. Tutti. Anche le ragazze più carine. Specialmente le ragazze più carine. Tutti danno per scontato che quella carezza a Gimbo faccia piacere, anche quella delle ragazze più carine: specialmente quella delle ragazze più carine”.

Questi sono solo alcuni dei protagonisti dei racconti che compongono Acari: racconti che mentre si legge, si intrecciano, si spiegano, si arricchiscono, creano mondi in cui immergersi. La bellezza di questa costruzione è proprio l’assenza immediata di un legame chiaro: questo legame, invece, si crea e cresce nel corso della lettura, spiazzando il lettore e “legandolo” ancora di più alla storia. A un certo punto della lettura si viene folgorati dalla consapevolezza dell’intreccio e non è più possibile smettere di leggere. A quel punto per il lettore tutto acquista un senso maggiore: nomi, date, luoghi. E scatta la necessità di ricostruire tutto, andando a ritroso, di rileggere alcune parti e capirle meglio, gustarle, anzi, di più. Questa costruzione così particolare mostra la grande bravura dell’autore che dimostra, così, di aver costruito una struttura perfetta, basata su un approfondito studio dei personaggi, delle date, della storia nel suo complesso. Acari può essere letto come un libro di racconti: ogni racconto ha la sua bellezza peculiare, che provoca spesso commozione. Come romanzo, Acari è un bellissimo affresco di storie, da seguire pagina dopo pagina.

Acari è un libro malinconico, a tratti struggente: sogni, speranze, delusioni, amore, dolore, solitudine si intrecciano nelle vite dei protagonisti, vite in cui ciascuno può trovare un pezzo di sé. “Alla Magliana, le domeniche invernali, con il buio scatta il coprifuoco. Si sente solo la sigla di Novantesimo Minuto che dalle finestre rimbomba per le strade vuote. Dentro i casermoni sporcati dalla pioggia, le famiglie italiane aspettano il lunedì. Il telecomando poggiato sulla tovaglia a fiori del tavolo circolare, il televisore acceso sulla credenza accostata al muro, l’odore del ragù riscaldato nell’aria resa azzurra dal fumo delle sigarette: tutto è fermo, sospeso in una bolla di malinconia e di attesa”.

Nonostante la malinconia che permea la storia, leggendo Acari si sorride e si apprezza la vita. “Gianna arriva con una birra alla spina. Quando si allontana, Papo la indica e mi domanda se mi piacciono più le pischelle con le sise grosse o con un bel culo come Alessia, la sorella di mamma. Io gli rispondo che zia Alessia è la sorella di mamma e che comunque a me piacciono più le pischelle con le sise grosse. E lui mi dice che è regolare, che so’ come lui. Mi strizza l’occhio e richiama Gianna”. <<Bella? Lo conosci Cri’, mi fiko?>> <>. Gianna sorride e va a servire un altro tavolo. Papo, mentre lei è girata, fa l’imitazione di come cammina sculettando. Io rido, lui si fa tutto serio e mi allunga un altro coppino. <>. E scoppia a ridere anche lui”.

Leggere Acari è anche fare un giro per Roma: città meravigliosa e incredibile, caotica e bellissima.

Lo stile di Rugo è semplice, scorrevole e divertente. La sua è una scrittura pulita e immediata, in cui la semplicità non è sinonimo di banalità, ma è lo strumento scelto per arrivare al cuore del lettore, che inoltrandosi nella lettura diventa sempre più coinvolto dalla storia e desideroso di sapere che cosa succederà agli amici che sta incontrando pagina dopo pagina, a cui si sta immediatamente affezionando. Acari è un libro che ti entra nel cuore e che, alla fine della lettura, manca, così come mancano Gimbo, Claudia, Aldo e tutti gli altri.

Il titolo di questo libro è molto particolare: “Acari”. Come lo hai scelto?

Il titolo è legato alla professione di Claudia, una dei personaggi del libro. Claudia lavora come venditrice porta a porta di aspirapolveri anti acari; nei suoi incontri spiega ai clienti che gli acari sono invisibili all’occhio umano, che ogni grammo di polvere ne può contenere migliaia e che si nutrono delle scaglie di pelle umana che nel sonno lasciamo sul materasso. Qualcosa di nascosto che si nutre di noi mentre siamo più vulnerabili, mentre dormiamo. Mi è sembrato una metafora azzeccata di quello di cui cerca di parlare il libro.

Giampaolo, tu scrivi per il teatro, per la radio, per il cinema. Acari è il tuo esordio letterario. Quali differenze hai riscontrato rispetto alla scrittura per il teatro o il cinema?

Sono modi di scrittura diversi che partono da una base comune che è la storia. La sceneggiatura la racconta per immagini, che il regista in un secondo momento girerà; il teatro tramite dialoghi che verranno recitati da attori. Ho provato a integrare queste esperienze declinandole nella scrittura narrativa anche per tentare di dare allo stile di scrittura un suo tratto di originalità.

Quando hai iniziato a scrivere Acari avevi già bene in mente la struttura (che io ho amato moltissimo) che avrebbe avuto il libro alla fine?

La struttura si è sviluppata col progetto. Ho cominciato a scrivere dei racconti e cercavo un fil rouge che li tenesse insieme. Mano a mano che andavo avanti ho pensato che sarebbe stato bello se tutti i racconti insieme avessero raccontato una storia globale che li includesse tutti. Ho quindi rimodulato tutti i racconti già scritti, e questo cambio ha portato con sé a sua volta delle domande (che fine ha fatto quel personaggio? Come è finita quella storia?) che mi hanno spinto a scrivere altri racconti.

Tra tutti i personaggi di Acari, tutti speciali, ciascuno a modo suo, ce n’è uno che preferisci o in cui ti riconosci?

Non posso, perdonami, non citare il vecchio adagio napoletano: ogni scarraffone è bell’a mamma soja.

Tra i protagonisti di Acari c’è Roma. Qual è il tuo rapporto con questa città?

Sono molto legato alla sua vastità, all’anonimità che regala, alla sua bellezza, alla sua offerta culturale. Alle volte è stancante, altre volte è molto stancante. Però mi vedrei davvero con difficoltà in altri posti.

Qual è il tuo libro del cuore, se ce n’è uno? C’è un libro che, dopo averlo letto, ti ha fatto pensare “Voglio scrivere anche io!”?

Il libro che ho più amato probabilmente è stato un libro che ho letto nell’infanzia: “Storia delle storie del mondo” di Laura Orvieto. Una versione per bambini dei miti greci. Credo che sia quella lettura, ripetuta mille volte come si fa quando si è piccoli, che abbia fatto scattare in me la passione per le storie e per le storie più belle di sempre: i miti greci. Adulto ho molto amato i libri di Tolstoj, quelli di Dino Buzzati e la grande narrativa contemporanea americana.

A che cosa stai lavorando ora? Stai scrivendo? Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro?

Sto lavorando su alcune storie sia per il cinema che per il teatro e la narrativa. Speriamo che alla fine ne esca fuori qualcosa di buono.