"Il paradiso non ha un angolo retto", Paola Iannelli

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Una giovane aristocratica napoletana, Maria Vittoria D'Orta, e la sua dipendenza letale da un uomo affascinante. Una donna che vive una profonda crisi di identità e che cerca di diventare la persona che vede nella sua mente ma non nello specchio.

Ripensi a quando volgevi lo sguardo allo specchio, per un attimo immaginavi di essere un’altra, ma ti vedevi. Gli occhi fissavano impietosi le pieghe che evidenziavano il tuo corpo. Sembravi una montagna addormentata, rotoli di carne ne formavano il profilo. Ti giravi, ti rigiravi ed erano sempre là, a ricordarti che eri obesa. Ti spogliavi, ti riguardavi, le tue intimità si nascondevano, eri tutta fessure, che segnavano come un pennarello nero dei solchi profondi. Cercavi un vuoto, un arco, un luogo buio. Non c’erano”.

Il quartiere Chiaia viene sconvolto dall’omicidio “…silenzioso, senza macchie, senza crudeltà fisica” di un ricco e affascinante dietologo, Gaetano Sbarbaglia. Non è facile capire che cosa è successo. A indagare sono i carabinieri della stazione di Largo Ferrandina a Chiaja: il commissario Vittorio de Mattei, il vice brigadiere Sommella e il brigadiere Titta Longano, appena arrivata a Napoli. Ci sono pochi indizi, pochissime tracce, per un’indagine a cui Napoli fa da sfondo, con la sua complessità, la sua bellezza e i suoi angoli oscuri e nascosti.

“Come al solito Titta correva già per via dei Mille, per recarsi nel suo nuovo ufficio, nel cuore della Napoli bene. Era da poco che occupava l’incarico alla stazione dei Carabinieri di Largo Ferrandina a Chiaja, le piaceva entrare in quel palazzo d’epoca, così austero, elegante. Il portone, di fatta antica, nella parte bassa mostrava due piccole teste di leone con un cerchio dorato in bocca. Al posto degli occhi c’erano due fossette nere, sembravano seguire in silenzio i passi dell’avventore di turno. L’atmosfera all’interno era sospesa verso un tempo in cui gli antichi lampioni illuminavano le ampie scale, i corridoi, e i nobili che vi abitavano. La volta d’ingresso era velata da una tela tesa ai lati, che in malo modo riparava i passanti dalla caduta di eventuali calcinacci. Era affrescata, dipinti in stile rococò forgiavano la cornice dei momenti andati, quando a lume di candela i sospiri delle dame e dei loro cavalieri subivano il mistero della notte”.

Il paradiso non ha un angolo retto è un romanzo complesso, che contiene un’immagine spietata della vita contemporanea: il pericolo insito in una relazione apparentemente basata sull’amore e in realtà tossica; il valore della bellezza, di determinati canoni estetici per i quali, come Maria Vittoria, si è disponibili a tutto, si è capaci di tutto; il legame imprescindibile tra amore e morte.

Lo stile della scrittura è asciutto e coinvolgente, fondato su un ritmo incalzante. I capitoli brevi spingono a continuare la lettura senza interruzioni. Ogni capitolo, seppur breve, è un ulteriore passo avanti nella vicenda, per cui procedere è inevitabile.

Il paradiso non ha un angolo retto offre una profonda indagine psicologica sulle donne e non solo: quanto conosciamo dei pensieri di chi incontriamo? Riusciamo davvero a entrare in connessione con i pensieri, con le paure, con i sogni delle persone che incrociano la nostra strada? Tante sono le domande che questo romanzo solleva, domande su noi stessi, sui nostri lati oscuri, e su chi ci circonda; sull’essenza e sull’apparenza. Ecco perché definire questo romanzo non è semplice: non è solo un noir, non è solo un giallo. Definirlo sarebbe riduttivo.

Paola Iannelli, l’autrice, ci racconta di questo romanzo, di come ha scelto il titolo, di Napoli e di tanto altro ancora.

“Il paradiso non ha un angolo retto”: un titolo molto particolare. Come lo ha scelto?

Una relazione sentimentale induce due individui a mescolarsi e a compromettersi mettendo da parte gli egoismi personali. Lo stato emozionale che ne consegue riesce a costruire un profondo senso di beatitudine che a volte si trasforma in un vero e proprio Inferno. Nella nostra immaginazione la parola Paradiso evoca un luogo in cui la sfera celeste, di cui si compone, non contiene spigoli, ma segue una circonferenza esatta in cui ruotano le nostre anime. La suddetta circolarità però contiene degli angoli retti, e la mia provocazione è proprio lì nel definire l’illuminante volta di angoli, che non seguono la retta via, ma propongono dei percorsi difficili. Detto ciò il Paradiso non ha un angolo retto poggia sulla convinzione che nel percorso amoroso gli ostacoli, gli imprevisti, i fraintendimenti, le verità nascoste siano spesso protagoniste delle storie, e in particolar modo delle storie nere.

“Il paradiso non ha un angolo retto” è un romanzo sulla dipendenza affettiva. Ci vuole raccontare come è nata l’ispirazione per questa storia?

Le dipendenze affettive sono ancore che limitano i movimenti, e arginano qualsiasi tentativo di cambiamento. La corda che sorregge l’affettività, può trasformarsi in vere e proprie catene, difficili da spezzare, capaci di condannare l’esistenza di un individuo, fino a trasformarlo nell’opposto di sé. Senza dubbio vi è un chiaro riferimento alla violenza di genere, che negli ultimi anni ha riempito le pagine della cronaca nera.

Mi è piaciuta molto la citazione di Isabel Allende all’inizio del libro. “Il dolore, come tutte le sensazioni, è una porta per entrare nell’anima”. Come mai questa frase?

Il dolore è un’emozione, un sasso incavo che portiamo nei nostri cuori, un peso che scava nelle interiora e ci fa valutare in modo diverso tutto ciò che ci circonda. Il livello di sofferenza può essere tale da provocare un terremoto dalle conseguenze fatali. Per comprendere la profondità delle nostre anime abbiamo bisogno anche di questo, è l’indice della misura per godere dei momenti successivi e cercare di emergere.

Protagonista di questo romanzo è anche Napoli. Qual è il suo rapporto con questa città meravigliosa e complicata?

Napoli è un microcosmo di contraddizioni, è una bella donna che veste abiti dai mille colori. Nella sua appariscente verità esteriore non dimentica i lati oscuri, quelli che nessuno vorrebbe vedere. La sua magnificenza è proprio in questa ambivalenza, nelle repentine trasformazioni e negli adeguamenti. Il mio rapporto con la mia città natale è in bilico tra l’incanto e la consapevolezza dell’eterna irrisolutezza. Una dipendenza sentimentale che viaggia su rette parallele, il cui percorso prevede l’esatta distanza e mai un incrocio.

Qual è il suo libro del cuore, se ce n’è uno? C’è un libro che, dopo averlo letto, le ha fatto pensare “Voglio scrivere anche io!”?

Grazie a un dottorato di ricerca in letteratura italiana, appena discusso nell’emerita università di Salamanca, ho letto negli ultimi tre anni moltissimi romanzi e saggi, ma un libro che mi resta nel cuore non appartiene al genere giallo, è Il ballo della magnifica scrittrice Iréne Némirovsky. La descrizione della mancanza di affettività, da parte di una donna adulta, e la non rassegnazione al passaggio dell’età mi hanno fatto molto riflettere. Cosa mi ha spinto a scrivere è stato proprio l’esercizio della ricerca scientifica, ossia le ore che ho speso nel leggere centinaia di crime story. Un giorno ho accettato la sfida col destino avevo una storia vera che mi pulsava nelle tempie, e così mi sono dedicata a scriverla.

Se potesse immaginare di intervistare un autore del passato, con chi farebbe una chiacchierata?

Mio grande desiderio sarebbe conoscere dal vivo Federico García Lorca, la sua poesia ha accompagnato gli anni giovanili e molte esperienze di studio (sono docente di lingua e letteratura spagnola), con lui mi piacerebbe chiacchierare sull’origine dei versi in cui, attraverso l’uso di una vivida immaginazione, rappresenta i sentimenti cardine della vita terrena. Gli odori, i colori, i sapori, i paesaggi agresti della sua Andalusia sono un inno alla vita e alla morte.

A che cosa sta lavorando ora? Quali sono i suoi progetti per il prossimo futuro?

Dopo aver discusso la tesi ho terminato il sequel del mio secondo romanzo che si intitolerà Amarga Un nuovo caso per Titta Longano, che segue la scia del primo e vede la figura della brigadiera al centro delle indagini sulla morte di un giovane. Mi preme precisare che lei è la prima brigadiera nella letteratura poliziesca, escludendo personaggi che negli ultimi decenni abbiamo visto in tv. Titta Longano è l’anima di questo nuovo noir dalle tinte forti.