"La bambina senza il sorriso" - Antonio Menna

Fonte Immagine: milanonera

Chiaretta ha nove anni: ride, ma nessuno vede il suo sorriso. Un disturbo da cui è affetta dalla nascita fa sì che nessuno riesca a vedere quando Chiaretta ride: nessun movimento. Anche se il cervello comanda alla bocca di sorridere, Chiaretta non riesce a farlo. La bocca resta immobile.

Il padre, però, sa bene quando Chiaretta sorride. Lui è l’unico ad accorgersene, con una sensibilità che rende il loro rapporto unico e speciale.

Una domenica mattina Chiaretta e il suo papà sono a passeggio nei Quartieri Spagnoli e, all’improvviso, Carmine scompare. Chiaretta si ritrova da sola e pensa di andare a chiedere aiuto a un giornalista del quartiere, Tony Perduto. Quello scampanellio inatteso apre nella vita di Tony uno squarcio: il giornalista, all’inizio diffidente, viene risucchiato dalla vicenda, è incuriosito dalla vita e dalla storia familiare di Carmine e di chi lo circonda. Si rende conto che dietro “la denuncia di scomparsa” di Chiaretta c’è un mondo sommerso, che fatica a rivelarsi. Un mondo che è un po’ come il sorriso di Chiaretta: lo vedo solo chi sa guardare.

La primavera spunta ai Quartieri Spagnoli con l’annuncio delle lenzuola bianche stese in ogni vicolo, da un balcone all’altro, fin dalla sera, perché a marzo il sole è delicato. Tiepido, ammorbidisce i panni, si allunga dolce sui muri, sale dal mare verso il Vomero e, come una carezza, asciuga che è una bellezza. Anch’io me lo piglio tutto, stamattina, appoggiato con gli occhi ancora chiusi al muretto esterno della mia mansarda, in un sonno sospeso come quel caffè che a Napoli viene lasciato già pagato al bar per chi non può permetterselo. Resterei così tutta la mattina, placido, mezzo addormentato nel vuoto, se tre colpi violenti di campanello non mi arrivassero addosso all’improvviso.

Guardo l’orologio: le otto e cinque. C’è una sola persona che può presentarsi a casa mia a quest’ora e suonare con tanta foga. Mi avvicino all’ingresso. Do un’occhiata nello spioncino, giusto per conferma. Ma non è lei. Non è mia mamma. C’è una bambina dietro la porta. Ha i capelli biondi e lunghi legati a coda di cavallo. È magra, tiene la testa bassa. Mi sembra un po’ curva sotto il peso di uno zaino”.

Inizia così la storia de La bambina senza il sorriso. Non basta, però, una sintesi per rendere la bellezza e la profondità di questo romanzo, che riesce a commuovere, sorridere e far riflettere allo stesso tempo, incollando il lettore alle pagine, perché la curiosità cresce inevitabilmente, riga dopo riga. Una storia che è un po’ come la città che la ospita, Napoli, e cioè divertente, coinvolgente, malinconica, generosa.

Leggendo, oltre a farsi avvincere dalla tensione del racconto, il lettore impara ad affezionarsi ai vari personaggi e a camminare insieme a loro: ciascuno ha un suo fascino, una sua peculiarità che si innestano perfettamente nella trama della storia. E così sembra di vedere Don Nicola e Amalia seduti a chiacchierare davanti al loro basso; Maria Francesca e Federica con il loro amore difficile, se non impossibile; Don Flavio e Pasquale o’ Puzzulano e la loro guerra per lo spazio antistante la chiesa; Tony, giornalista precario e solitario che ritrova per qualche giorno la bellezza di sentirsi figlio e Chiaretta, meravigliosa bambina con una consapevolezza già adulta.

La bellezza di questo romanzo è nella capacità dell’autore di portare il lettore per mano non solo attraverso la storia principale e le altre vicende ad essa collegata, ma proprio a passeggio per la città di Napoli: la maestria di Antonio Menna fa sì che il lettore riesca a vedere davanti agli occhi i luoghi degli eventi (soprattutto se ci è stato davvero); riesce a sentire i rumori e gli odori dei vicoli; percepire le luci e le ombre di una città che sembra non riposare mai, una città in cui accanto al maestoso centro storico, esiste una realtà industriale abbandonata, come quella di Bagnoli.

La bambina senza il sorriso è davvero un piccolo gioiello, che merita di essere letto, anche più di una volta, per cogliere appieno le tante sfumature nascoste tra le pagine.

Antonio Menna ci racconta di questo romanzo, del suo legame con Napoli e molto altro…

Il titolo di questo romanzo è molto suggestivo, La bambina senza il sorriso. Fa immaginare, così istintivamente, una storia triste, cupa. Invece questo romanzo, nonostante il mistero che racconta e i momenti di riflessione, mantiene un tono lievi e strappa in più punti un sorriso al lettore. Ci racconti come nasce l’ispirazione per questa storia?

L’idea di una bambina che sorride ma nessuno se ne accorge a causa di una malformazione che non fa comparire su sul volto i segni del sorriso mi è venuta, in realtà, da me stesso, da una cosa che mi hanno sempre detto, e cioè che ho il volto burbero, buio, corrucciato. Me lo dicono anche quando io sono contento, quando credo di sorridere o quando sono di buon umore. È come se il mio volto non facesse mai passare i segni dell’allegria ma fosse costantemente sul tono nero. Questo non corrispondere al viso che si ha mi segna da sempre. Io vivo come se avessi un altro volto. Ma questa è solo la suggestione iniziale, che dà vita al personaggio della bambina. Poi il romanzo ha un suo intreccio, si avventura nel rapporto padre/figlia, indaga anche il mondo del lavoro, della famiglia borghese, dei sentimenti, e tanto altro.

Tony Perduto è un personaggio irresistibile, umano e imperfetto e proprio per questo meraviglioso. Quanto di Antonio c’è in Tony?

Il romanzo è scritto in prima persona. Il protagonista si chiama come me. Fa il giornalista, come me. E vive nei Quartieri spagnoli, dove vivevo io. L’identificazione è quasi inevitabile, forse anche un po’ voluta. Ma non sono del tutto io. C’è qualche tratto, ma ci sono pezzi della mia identità, e della mia biografia sentimentale, emozionale, anche in altri personaggi.

Napoli è tra i protagonisti di questo romanzo. Qual è il tuo legame con questa meravigliosa città (che io considero uno dei miei luoghi del cuore, confesso)?

Il mio rapporto con Napoli è conflittuale, forse come non possono non essere i grandi amori. Sono ovviamente irretito dalla bellezza paesaggistica, dalla storia, dalle tradizioni, dalle radici, dal clima, ma sono anche e spesso profondamente irritato dal disordine, dal caos, dall’inefficienza, da un certo fatalismo autoreferenziale per cui Napoli è bella e quindi il resto non conta. Una città deve essere innanzitutto vivibile, altrimenti non ha senso abitarci. È un luogo del cuore, dell’anima, ma anche del corpo. Bisogna starci bene e in un posto ci si sta bene se le cose funzionano. Napoli a volte è snervante, disarmante, impossibile. Ma poi non si resiste e restiamo tutti qui.

Quando hai deciso che volevi essere uno scrittore? C’è stato un momento in cui hai pensato con chiarezza che scrivere avrebbe fatto parte del tuo futuro?

Da bambino, direi. In casa mia sono sempre entrati, grazie a mio padre, giornali, libri, stampati di ogni genere. E io li ho sempre guardati con un sentimento magico, di gioco, di regalo. Era la bella cosa che mio padre portava in casa. Ho immaginato da bambino innanzitutto di diventare un giornalista e per questo ho cominciato a scrivere sui giornali a 16/17 anni, da ragazzino. Poi sono arrivati i libri, prima come lettore accanito, poi come autore. I miei pensieri sono sempre pensieri scritti, anche quando non li trascrivo. Ma la loro forma è sempre scritta. E quando amo qualcosa, la amo per iscritto. Non so amare diversamente, anche le persone, che scrivendo di loro, se non proprio a loro.

Se dovessi scegliere un romanzo del cuore o un autore di salvataggio a cui tornare nei momenti difficili per trovare conforto, quale sarebbe?

Io ho una storia da lettore molto più ricca, profonda e articolata di quella che ho come scrittore. Direi che mi sento un ottimo lettore e un mediocre scrittore. Le cose che scrivo, purtroppo, non sono all’altezza delle cose che leggo e questo mi genera spesso frustrazione. Ogni periodo della mia vita è legato all’amore per un autore. Ho amato Moravia, da adolescente; La Capria, poi Malerba, Bianciardi, Busi. Poi ho avuto il colpo di fulmine per Milan Kundera, che forse è davvero il mio autore della salvezza. Amo molto, devo ammettere, tutti i francesi, fino a oggi, fino a Carrere e ad Houellebecq.

Ci sono nuove avventure in arrivo per Tony e gli altri?

In arrivo, no. Ho scritto due romanzi con Tony Perduto ma non no se ce ne saranno ancora. Sono orientato altrove, in questo momento. Ho altri progetti narrativi, ancora in elaborazione. Ma io, ahimè, sono sempre orientato verso un altrove. Mi rendo la vita difficile da solo.