"La gabbia" Francesca Gerla

Fonte Immagine: avig

Enea, garagista, vive in un seminterrato. Si introduce abitualmente nelle case del palazzo.

L’equilibrio del palazzo cambia con l’arrivo di Ilaria, una studentessa universitaria che nasconde più di un segreto.

La gabbia è un romanzo avvincente che immerge il lettore nella storia, facendogli letteralmente vivere ciò che i protagonisti vivono: davanti agli occhi del lettore si creano scene, personaggi, situazioni che lo fanno sentire parte di ciò che sta accadendo.

La storia è raccontata secondo i diversi punti di vista dei protagonisti, per cui al lettore riesce davvero facile immedesimarsi, sentire gli stati d’animo di chi racconta, pensare allo stesso modo, provare a immaginare concretamente quello che sta accadendo o accadrà.

L’ultima l’ho fatta stamattina alle 7. Sono entrato nell’appartamento della signora D’Angelo mentre lei non c’era. Abita al primo piano, il più facile da raggiungere”.

Così si apre il romanzo e così viene presentato Enea, un uomo solo che, appena può, entra negli appartamenti dei condomini e nelle loro vite.

Accanto alla voce di Enea, quella di Ilaria, che si è appena trasferita a Napoli.

…lei che doveva uscire dai casini della sua vita, e sempre lei che ci sarebbe rimasta impantanata per sempre, come da programma”.

Le voci del presente si affiancano a quelle del passato, con Enea che ricorda episodi della sua infanzia, quegli episodi che hanno segnato il corso della sua vita e Ilaria che rivive tutto quello che l’ha portata dove si trova ora.

La nonna piegò in silenzio un fazzoletto, appartenuto al marito. I dolori dei grandi dovrebbero restare lontano dagli occhi dei piccoli”.

Attraverso gli occhi di entrambi si sviluppa la storia e si muovono gli altri personaggi.

A luglio di quell’anno, la signora D’Angelo arriva in garage trascinando due valigie. “Parte, signora?”. “Sì, Enea, torno al paese. Ho dato le chiavi a Carlo, ma non sono convinta”. Lascia la frase sospesa, come in attesa di un mio commento. Io guardo il pavimento, cercando di intuire le sue intenzioni e di tenermi strette le mie”.

Non si può e non si deve raccontare la trama de La gabbia, è una scoperta continua che merita di essere assaporata senza indizi, così com’è, lasciandosi avvolgere dal susseguirsi degli avvenimenti; lasciandosi trasportare dalle emozioni dei protagonisti; cercando, per quanto possibile, di provare ciò che loro provano. Raccontare questo romanzo non deve essere un elenco di eventi che compongono una trama. Deve, al contrario, essere la trasmissione di un’emozione, dei sentimenti che vivono i protagonisti e a cui il lettore non può restare indifferente.

Al lettore, guidato in maniera magistrale dall’autrice, spetta il compito di imparare a conoscere la gabbia in cui ciascuno dei protagonisti è rinchiuso, una gabbia in cui passato e presente si fondono inesorabilmente. A un certo punto le sbarre verranno spezzate, in maniera dolorosa ma inevitabile, con un finale inatteso che sorprende il lettore.

L’autrice, Francesca Gerla, ci racconta di sé, di questo romanzo e di tanto altro.

Francesca, oggi sei una docente, ma sei stata anche redattrice e traduttrice, oltre a essere scrittrice. Come si sono evolute le tue scelte professionali? Che cosa è per te “insegnare”?

Ho iniziato lavorando come redattrice, sono arrivata alla traduzione in un secondo momento. Ho lavorato con piccoli editori, ma anche con editori come Rizzoli e Bollati Boringhieri. A un certo punto, però, ho iniziato a fare supplenze, ed è scattato qualcosa dentro di me. Il contatto non più con le parole e i pc, ma con persone in carne e ossa, nell'età più bella che è l'adolescenza, mi è sembrato rivelatore e cruciale, anche perché l'interazione mi è parsa subito molto stimolante. Sarà che non ho perso il contatto con la me bambina, con la me adolescente: ricordo le sensazioni che provavo, il rapporto con la quotidianità dei banchi, e rivivere tutto questo mi accendeva di rinnovata curiosità verso la vita. Poi è arrivata l'assunzione, che mi ha dato stabilità, e oggi entro in classe quotidianamente considerandomi fortunata perché svolgo quello che ritengo il lavoro più significativo che io potessi fare.

La scuola è stata duramente colpita dalla pandemia con tutte le limitazioni che ne sono conseguite. Che messaggio vorresti dare ai ragazzi (e ai loro genitori)?

Gli adolescenti escono devastati, da questa pandemia. Non ho mai percepito tanta fragilità in loro come in questi ultimi tempi. Io vorrei che i ragazzi vivessero con avidità il rapporto con la scuola, con i compagni e con i docenti, prendendo il massimo dalla didattica in presenza. Devo dire che alcuni lo fanno: una rappresentante di classe di appena tredici anni ha detto al Consiglio proprio questo, e cioè che loro, adesso, sono intenzionati a trarre tutto il possibile dalla scuola. Niente scuse, niente filoni, solo la voglia inesauribile di vivere la loro vita da studenti. Ma non tutte le alunne e gli alunni sono così coraggiose e coraggiosi. Altri sono come intimoriti, o si caricano di ansie eccessive, fino a incappare in vere e proprie patologie. Vorrei che tutti, genitori e studenti, pensassero alla scuola con equilibrio; ma qualora questo risultasse impossibile, il mio invito è di rivolgersi subito a persone competenti, che possano accompagnare eventuali problematiche emotive e psicologiche prima che degenerino in fobie scolastiche, che oggi crescono, anche a causa della pandemia e dell'eccessivo ricorso alla dad, in maniera preoccupante.

Parliamo del tuo romanzo, La gabbia. Ci racconti un po’ come nasce questa storia?

Stavo scendendo per una strada panoramica dell'Arenella, quando scorgo, dentro un garage abbastanza triste, un enorme festone natalizio, giallo. Il contrasto tra l'ambiente spoglio e anche un po' sporco del garage e quella decorazione kitsch mi ha fatto fantasticare sull'ipotesi di accendere una luce lì dove c'è solo illuminazione al neon: un garage che vive tra lo splendore delle giornate napoletane e il buio dei suoi inferi. Da qui nasce l'idea di un romanzo, che inizialmente doveva chiamarsi Chiaroscuro, sulla contraddizione tra apertura e segregazione, vita e morte, al fine di rendere questi opposti meno demarcati e più liquidi. Lo scopo era restituire la complessità dell'esistenza in maniera accesa, caricaturale, attraverso personaggi realistici ma che difficilmente potrebbero esistere davvero proprio perché caratterizzati da elementi che vengono portati alle estreme conseguenze. La mia intenzione era costruire personaggi che, nell'essere paradossali e inverosimili, rappresentassero a maggior ragione l'essere umano.

Se dovessi raccontare Enea a chi non ha letto il libro, come lo descriveresti?

Enea è il prototipo dell'uomo maturo dal carattere duro, dall'immobilità apparente. È la summa della incapacità di amare tipica di una certa generazione di uomini. Le scelte del protagonista sono estreme, surreali, e questi eccessi, necessari per il loro significato simbolico, sono giustificati, sul piano della psicologia del personaggio, dalla storia personale di Enea, che da bambino ha visto la madre uccisa dal padre.

Il titolo del romanzo è La gabbia: che cosa è per te “la gabbia” per eccellenza, la sensazione o la situazione che ti fanno o ti farebbero sentire davvero imprigionata e priva di libertà?

Nel romanzo, la gabbia è la piccola abitazione che Enea ha ricavato dal garage, e che non è una vera e propria casa: se togliamo all'essere umano il conforto di uno spazio domestico riconoscibile come tale, la consolazione di un divano o di una doccia, il risultato è una sorta di sevizia dell'animo che costringe l'umanità a traboccare, a fuoriuscire ancora più potente in tutte le sue caratteristiche più marcate. La gabbia è quindi l'impossibilità di uscire da sé stessi, di guardare le cose da un'altra prospettiva. La gabbia siamo noi, con la nostra paura di abbandonare le nostre certezze, anche quando ci fanno del male. Credo che ciascuno di noi sia portatore di una forza pressoché inesauribile, la cui limitatezza è data dalla incapacità di riconoscere le nostre paure, che ci chiudono in gabbie senza chiave.

Che cos’è Napoli per te? Ci parli del tuo rapporto con questa città meravigliosa e complessa, così piena di contraddizioni? Tengo a sottolineare che io adoro Napoli, che per me rappresenta il luogo del cuore a cui tornare per amplificare la gioia o lenire la tristezza, insomma c’è sempre un buon motivo per andarci!

Napoli è davvero difficile da ignorare, quando ci sei nata. L'amore e l'odio per questa città si fondono in una storia complessa, che richiede un costante dialogo per reinterpretare quotidianamente questo rapporto. Io vivo perennemente sospesa tra Vomero e centro storico, in questo viavai rappresentato simbolicamente da Salvator Rosa, la strada che collega due mondi e che io percorro tutti i giorni per lavoro, ma non solo. Lungo la strada ritrovo la mia gente, le mie storie, ma anche me stessa, negli occhi di una signora che lava a terra in un basso o nella chioma di un'altra che accompagna il figlio a scuola. Il senso di appartenenza è stringente, tanto da non riuscire a ignorarlo praticamente mai.

Ultima curiosità: a che cosa stai lavorando ora? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Negli ultimi tempi ho voluto tentare la riscrittura di un romanzo che ho già pubblicato, per una mia esigenza personale che spero possa interessare anche gli altri. Scrivo racconti ma ultimamente soprattutto poesia, poiché per la prima volta sto concependo una silloge. Infine ho un paio di progetti di romanzi per le mani, ma attendo che i tempi siano maturi per poterli realizzare in modalità in cui io possa riconoscermi.