"La gloria" - Giuseppe Berto

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"Paolo poi scrisse che, dietro a Te, bisogna camminare per fede e non per visione. Ciò forse significa che l'incantamento che si può provare incontrandoTi deve scendere nel profondo e diventare qualche altra cosa pur rimanendo, tutto sommato, incantamento. Alla fede in Te, a credere nella sostanza sperata, io arrivai, se ci arrivai, molto tardi. In effetti, quando Tu volesti ch'io volessi: la sai lunga in fatto d'incantamenti".

Giuda Iscariota, da sempre sinonimo di traditore. Il bacio di Giuda: l’atto peggiore che possa compiersi nei confronti di un amico o di una persona amata. E se, invece, Giuda non fosse il peggior traditore mai esistito ma il più santo tra i santi?

Io, Giuda Iscariota, nato a Gerusalemme da padre mercante, cresciuto all’ombra del Tempio, istruito nella Legge e nelle Scritture, osservante delle norme e dei precetti, legato agli zeloti per cospirazione e fuggito dalla città santa per scampare alla croce, percorrevo le terre d’Israele ansioso che l’Eterno Adonai si manifestasse mostrandomi un segno della sua potenza, o della sua vanità. Ero giovane, e impaziente... Ero tentato di chiedermi dove fosse l’Eterno, e se ci fosse davvero un eterno o non piuttosto un infinito vuoto”.

La gloria, pubblicato nel 1978, ci racconta la storia di Giuda: un Giuda giovane, forte, coraggioso, pieno di speranze, che attende, come molti del suo tempo, la venuta del Messia. E in questa attesa cerca la rivelazione, “i segni sottili” che gli dicano che il tempo è compiuto. Attraverso gli occhi di Giuda vediamo un Gesù umano, che sbaglia, si arrabbia e gli apostoli che sono affascinati dalla sua figura, dalla speranza di aver davanti agli occhi il vero redentore.

Però quella sera che Ti seguivo mentre andavi verso il deserto con il Tuo scarso seguito non è che fossi del tutto incantato, continuavo a chiedermi se Tu fossi davvero l’Unto di cui andavo in cerca, o se soltanto avessi costruito dentro di Te quella splendida e tremenda convinzione di cui io non ero stato capace”.

Giuda vive accanto a Gesù, è il tesoriere del gruppo ma un ruolo più importante gli spetta: quello del traditore perché il destino si compia. Quello di Giuda così diventa un ultimo atto d’amore, un dovere d’amore che lo porta a pagare con la propria dannazione personale il compimento di un atto al quale era destinato dalle Scritture. Giuda non è più quindi il traditore, ma un martire: un uomo condannato all’infamia eterna per la sola colpa di essere stato scelto per attuare quel tradimento che avrebbe consentito alla Gloria di Dio di realizzarsi.

Sognavo un romanzo ambizioso e bellissimo e l’ho scritto pensando ai giovani e a tutti coloro che non credono in Dio, ma sentono l’angoscia di non crederci” così l’autore, Giuseppe Berto, raccontò il suo libro quando fu pubblicato. Un libro che è un vero capolavoro del Novecento: una storia in cui male e bene non sono così distanti; in cui esistere sembra già essere una colpa; l’eternità è un grande enigma. Giuda, attraverso il suo monologo ci dimostra di aver già visto tutto: conosce la storia che verrà, tutto quello che succederà dopo la predicazione di Cristo, cita uomini e pensatori moderni. Le parole e i pensieri di Giuda mostrano quanto egli si senta inquieto; quanto desideri la venuta di un Messia che liberi Israele e Gesù sembra rispondere a questo anelito: ma quelli di Gesù sono una regalità, o un potere, solo terreni? Gli evangelisti raccontano di Giuda facendo di lui il simbolo del male: eppure non riescono a immaginare la grande complicità che ha sempre legato Gesù e Giuda; la morte è necessaria perché avvenga la Resurrezione e Giuda con il suo atto permette che ciò accada.

Gesù di Nazareth può sembrare, soprattutto all’inizio della sua predicazione, solo un esaltato come tanti che hanno camminato per le vie di Israele. Man mano che la predicazione procede, Gesù, però, acquisisce forza e credibilità. Le folle lo seguono e lo rispettano. Ne La gloria questo percorso viene osservato attraverso gli occhi di Giuda, che presenta Gesù come una persona che parla un linguaggio complesso e usa “miracoli” e segni astuti per far sì che le persone, colpite nella loro semplicità e ignoranza, lo seguano. Nel condividere questo cammino, Giuda è spesso vinto dall’orgoglio di voler essere l’eletto, il preferito di Gesù, il più vicino a lui, l’unico che davvero ne comprenda il messaggio. Ed è questo orgoglio, unito alla vanità, che porta Giuda al peccato, al peccato vero. In fondo il tradimento non è il vero peccato: è l’atto che ha reso celebre Giuda, ma è anche un atto voluto da una volontà superiore che ha reso Giuda strumento del suo progetto. E, visto così, quel bacio diventa un atto di amore, la prova di una fede incrollabile nel disegno di cui è parte; è una reale evidenza di fedeltà al Messia.

Anche se questo romanzo ha oltre quaranta anni, Giuda si fa voce di pensieri che sono terribilmente moderni, pensieri in cui ciascuno di noi può ritrovarsi, interrogandosi sul senso del male e del peccato e, soprattutto, sulla eventuale e reale distinzione tra il male e il bene.

Per Te soffrivo, come Tu avevi sofferto per me condannandomi a tradire, ma la volontà dall’alto doveva esser fatta. Con angoscia andavi verso la morte, ma la Tua fermezza nella sofferenza era amara e grandiosa: non dovevo ostacolare il destino che T’eri scelto. Ti vedevo, con disperazione, sfinito, smorto, insanguinato, mi sforzavo di pensare che non provavi dolore – come può provare dolore il figlio di Dio, uno che può comandare a legioni d’angeli – ma la tua pena era così evidente che non poteva non essere reale”.