"La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés" - Domenico Notari

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Una città dal duplice volto, il mondo dell’editoria con i suoi lati oscuri, un commissario incapace di lasciarsi andare: questi solo alcuni degli ingredienti de La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés, giallo ambientato in una Salerno dalle mille sfaccettature, “la prima indagine del commissario Donnarumma”.

La Salerno normanna lo accolse con i suoi vicoli stretti e in ombra e le sue luci fioche. E Donnarumma lasciò che quella matrona mediterranea e pudica lo prendesse per mano”.

La città di Salerno, con i suoi contrasti, è teatro di una serie di macabri ritrovamenti: dita mozzate vengono ritrovate all’interno di libri. Libri che non sembrano essere scelti a caso, così come le pagine tra cui le dita vengono lasciate, quasi come un segnalibro per attirare l’attenzione proprio su quel punto, su quelle righe.

Nel plico c’era una busta di cellophane spessa, di quelle a tenuta stagna. Sulle prime mi sono meravigliato, ma la curiosità ha preso il sopravvento. Dentro, un romanzo di Lucio Cambiani, l’ho riconosciuto subito dalla copertina optical. Il giornale lo aveva già recensito da tempo, troppo per un’attenzione ulteriore, ma il narcisismo degli scrittori, si sa, non ha limiti…Tra le pagine c’era qualcosa di spesso, ho pensato a un pennarello. Invece, aperto il volume, mi è apparsa quella cosa, che per la sorpresa, e diciamo pure lo schifo, mi è scivolata addosso”.

Il commissario della Mobile Filippo Donnarumma, amante della coviglia alla nocciola e poco incline a lasciarsi andare ai sentimenti, si rende, quindi, immediatamente conto del fatto che la scelta dei libri e delle pagine non è casuale. Gli autori prescelti sono Tolstoj, Stanislao Nievo e due scrittori salernitani contemporanei, Lucio Cambiani ed Egidio Valdés. Le dita rimandano subito al loro legittimo proprietario: uno scrittore cinico, poco amato, arrogante e antipatico. Per cui le persone che potrebbero avercela con lui certo non mancano. Non si è mai fatto scrupoli pur di vedere la sua fama crescere.

Ma che cosa è realmente successo? L’autore e il movente di questo macabro rituale risiedono davvero nel mondo letterario? O c’è altro da scoprire?

Questo noir è costruito in modo sapiente con una rappresentazione vivida di luoghi e sapori della città di Salerno. Una città che ha vari volti che si sostituiscono gli uni agli altri in base ai luoghi, alle persone e ai momenti della giornata: una città a tratti formale, ma anche criminale, borghese e sregolata. E il crimine riesce a trovare spazio in tutte queste anime, non ha un luogo privilegiato ed esclusivo.

Muovendosi tra le vie di Salerno, e tra le pagine di libri del passato ricche di citazioni, il lettore si ritrova immerso in un mistero che è anche un vero e proprio percorso letterario, un mondo fatto di libri, di scrittori e di scrittura ma anche di plagio.

Lo stile narrativo di Domenico Notari è fluido e ironico, in linea con la personalità del commissario. Il commissario, infatti, ha tra le sue doti migliori l’ironia, che lo caratterizza anche quando si rapporta al mondo femminile. Il suo tratto specifico è riuscire a scoprire il talento che ogni donna ha, che solo lei ha e che la caratterizza: “Quasi ogni donna, secondo lui, possedeva un talento al quale rendere omaggio”. Il commissario ama la vita con ciò che di più bello gli offre: il cibo e la cucina ad esempio.

Tornato a casa, si mise ai fornelli…Mise a soffriggere l’aglio e la cipolla. Unì le acciughe di Cetara e i pezzetti di baccalà norvegese. Sfumò con mezzo bicchiere di Biancolella e aggiunse i pomodorini di Corbara. Li fece cuocere per dieci minuti a fuoco vivo. Nel frattempo, tostò in una padella unta d’olio la mollica di pane. Quando l’acqua bollì, calò la pasta. Una manciata di prezzemolo tritato fine, e in tavola!

La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés è quindi un giallo avvincente, scorrevole, ricco di ironia, che regala piacevoli ore di lettura e che, per chi non c’è mai stato, rappresenta l’invito perfetto a scoprire le varie anime della città di Salerno, i suoi luoghi, i suoi sapori, le sue particolarità, magari camminando proprio sui passi del commissario.

L’autore di parla un po’ di sé, di questo romanzo e…

Come nasce l’idea di questo giallo che coinvolge librerie e scrittori e porta il lettore all’interno del mondo dell’editoria e del percorso che compie un libro per venire alla luce?

Mi interessava escogitare un modus operandi, un delitto diverso da quelli raccontati di solito nei gialli. Da lettore, prima ancora che da scrittore, ho pensato, perciò, a delle dita recise e usate a mo’ di segnalibro dall’assassino, inserendole in romanzi acquistati nelle librerie salernitane. Del resto il mondo dei libri è un mondo che conosco bene. Era l’occasione per ironizzare sui meccanismi del mercato editoriale, dalla fase del manoscritto fino a quella della promozione.

Il commissario Donnarumma: io sono di Salerno ma non ho mai sentito parlare della coviglia e ovviamente non l’ho mai assaggiata. Che tipo è il commissario Donnarumma? Quanto c’è di Domenico nel commissario?

La coviglia… Quando l’assaggiai per la prima volta a Napoli, da Caflish – una vera folgorazione –, a Salerno già non si trovava più. Purtroppo è una specialità in via di estinzione. Il semifreddo rappresenta un correlativo oggettivo, una metafora della donna. Metà crema e metà gelato, la coviglia è sfuggente ed enigmatica proprio come il gentil sesso… e non dimentichiamo che il commissario è uno scopritore di talenti femminili nascosti. Quanto c’è di me nel protagonista? Molto. Parodiando Flaubert, Donnarumma c’est moi, in pregi e difetti. Ma è soprattutto colui che vorrei essere e non sono. Nel fisico mi somiglia molto: alto, magro, bruno, occhi grandi, capelli abbastanza lunghi e impomatati. Porta il pizzetto. Veste in maniera elegante… e qui il personaggio comincia a divergere dall’immagine reale del suo creatore, mescolando verità e finzione. Donnarumma, al contrario di Notari, è vanitoso, si guarda spesso allo specchio: si piace. Avrebbe voluto fare il musicista (suona la chitarra), ma è stato costretto a entrare in polizia dopo il suicidio del padre per debiti di gioco. È un uomo colto, ama le donne, la buona cucina, il cinema dei cineforum, il vecchio calcio, la musica classica, gli chansonnier francesi e la canzone napoletana. Odia i buonisti e gli allineati.

Mi sono divertita molto a leggere della mia città: Salerno Jeckyll e Salerno Hide. Facciamo un gioco: cinque pregi e cinque difetti di questa città.

Parto dai difetti e concludo con i pregi, per addolcire la “pillola” del giudizio. In realtà, ogni noirista dovrebbe descrivere soprattutto i difetti, la vocazione criminale del luogo dove ambienta i suoi romanzi, per avvincere il lettore, e soprattutto per un dovere civile e politico di denuncia. Oggi il noir è una delle forme letterarie più impegnate. Ma parliamo dei difetti… Altro che cinque… Salerno è rumorosa, affollata, ha una viabilità insufficiente e un traffico caotico. Mancano i servizi primari, tra questi i parcheggi. Nel 2021, nella classifica della vivibilità per capoluoghi, si è posizionata su centosette all’ottantanovesimo posto. Altri difetti sono lo stato di degrado e di abbandono in cui versa ultimamente. Per non parlare della bruttezza delle sue periferie: Fratte, Pastena, Mercatello, Q2, Q4... Ma il difetto principale, quasi un primato, è l’essere diventata una delle capitali del riciclaggio di denaro sporco. Mi riferisco alla Salerno dell’usura e delle attività commerciali che muoiono e rinascono… giusto il tempo di un “bucato” bianco e splendente. E poi c’è l’indecifrabilità. Quando pensi di averla soppesata e definita una volta per tutte, dopo anni di esperienza, Salerno è ancora pronta a stupirti. Ma siamo sicuri che ciò sia un difetto e non un motivo di fascino? Però tutto questo l’ho già descritto, con dovizia di particolari, nel mio romanzo. Passiamo ai pregi: citerei la dignità dei suoi abitanti. I salernitani sono persone accoglienti, estroverse, ma non millantano, sono decorose e mai sopra le righe rispetto ai cugini napoletani. La bellezza del suo centro storico e della Costiera amalfitana – il suo prestigioso fondale – sono un fatto acclarato. Così come la sua storia e la sua cultura millenarie. L’apparente tranquillità è un altro pregio; mi riferisco alla “pax camorristica”, una sorta di tregua tra clan, che favorisce il suaccennato riciclaggio e permette, al momento, una relativa sicurezza per i suoi abitanti. Dulcis in fundo, magna virtus, la presenza del mare, che mitiga il clima e rompe la quarta parete del “palcoscenico Salerno”, donando un orizzonte vasto, quasi una “promessa di infinito”, a una città di provincia.

I lettori possono aspettarsi altre avventure del commissario Donnarumma? A che cosa sta lavorando ora?

Guarda caso… ho terminato da poco la seconda indagine di Donnarumma, dal titolo Il pianoforte assassino, ambientata nel mondo della musica. Anche stavolta, uno spettacolo bizzarro si presenta agli occhi del nostro commissario. Un uomo vestito di nero giace, morto schiacciato, nel suo pianoforte. Il corpo è disteso di traverso sulla tavola armonica, la faccia rivolta verso il basso, le gambe fuoriuscenti, i piedi sollevati da terra. Sembra uno scarafaggio tra due fette di pan carré: la fetta superiore è il pesante coperchio del suo Steinway gran coda. Si tratta di Piero Cusati, famoso cantautore salernitano, uomo cinico e narcisista, che durante la carriera si è creato molti nemici. Donnarumma, amante della musica classica, sarà costretto, suo malgrado, a investigare nel mondo del rock, tra musicisti scoppiati, manager truffaldini, fan e groupies assatanate, pericolose stalker. A mettergli i bastoni tra le ruote, il solito PM scansafatiche e lo zio della vittima, un cardinale in odore di massoneria e dalle propensioni affaristiche.

Un’ultima curiosità: qual è il libro del cuore, quello che Le ha fatto pensare “vorrei averlo scritto io”, quello, insomma, che porterebbe con sé su un’isola deserta?

Bella questa domanda! Perché l’accenno all’isola deserta, presupporrebbe da parte mia, per vincere solitudine e noia, una lettura ripetitiva di quell’unico libro. Se poche opere si fanno leggere due volte, figuriamoci quante sono quelle che permettono una lettura continuativa… Insomma, se proprio vuole costringerlo a vivere su un’isola deserta, il Robinson-Notari porterebbe con sé il capolavoro di Bohumil Hrabal: Ho servito il re d’Inghilterra. È la storia di Jan Dite, un giovane cameriere praghese che, afflitto dal complesso della bassa statura, decide con tutte le sue forze di far carriera, di diventare ricco e “alto” socialmente, come i suoi facoltosi clienti. Comincia, così, una travolgente sarabanda di rocambolesche avventure e amori, che hanno per scenario gli anni drammatici del nazismo e del Terzo Reich. Lo scelgo per la sua ipnotica musicalità, che ricorda le antiche ballate popolari; ma anche per la sua grande poesia, la sua grande tragicomicità. Il trovarvi, poi, un costante modello di stile e di strategia narrativa giustificherebbe ancora di più l’ossessiva rilettura da parte del Robinson-Notari. Ho servito il re d’Inghilterra è un libro che consiglio a tutti. Anche a quelli che non vivono su un’isola deserta, ma tra la folla di una città viva e formicolante come Salerno.