"La rana bollita" - Marina Innorta

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Una rana che viene buttata in una pentola di acqua bollente, seguendo il suo istinto, salterà fuori dalla pentola per salvarsi. Quella stessa rana, però, messa in una pentola con l’acqua tiepida e la fiamma bassa, non si rende conto del pericolo che corre. All’inizio il tepore dell’acqua è rassicurante perfino. Poi la temperatura inizia ad aumentare fino a diventare insopportabile per la rana. A quel punto la rana non avrà più la forza di saltare fuori dalla pentola e morirà bollita. Quante volte nella vita le persone accettano situazioni che all’inizio sembrano normali, comode quasi, perfino rassicuranti ma che, in realtà, non sono piacevoli? Situazioni che creano un malessere all’inizio sottile, quasi impercettibile; un malessere che cresce nel tempo fino a diventare insopportabile, fino a condizionare la qualità della vita, fino a portare alla consapevolezza che quella zona comoda in cui si vive è in realtà una prigione.

Una di queste situazioni a cui l’essere umano impara ad adattarsi è l’ansia: quell’ansia che all’inizio porta a evitare situazioni vissute come pericolose. Nel tempo il numero delle cose da evitare cresce fino a ridurre l’ambito in cui la persona riesce a muoversi con tranquillità. Chi vive questo tipo di ansia inizia a rinunciare a ciò che più teme, provando all’inizio un senso di sollievo. Poi viene il giorno in cui apre gli occhi e si rende conto di aver imparato a evitare momenti importanti, situazioni di ogni genere: è il momento in cui, insomma, la vita si restringe fino a non contenere altro che la paura stessa di vivere.

Marina Innorta ne La rana bollita racconta proprio questo: di come nel tempo l’ansia avesse provato a farle capire delle cose che non stavano andando nel verso giusto. La reazione è stata quella di stringere i denti e andare avanti nonostante il malessere, la qualità della vita che peggiorava, fino al giorno in cui è arrivata la zampata del coraggio, per uscire da una situazione che non era più accettabile.

La rana bollita racconta, quindi, la storia di Marina e del suo viaggio per riconoscere, affrontare e superare l’ansia. Uno svenimento ripetuto, punto culminante di un lungo periodo fatto di malessere, vertigini, tachicardia, fiato corto, spinge Marina ad affrontare quanto fino a quel momento era stato ignorato, o meglio, nascosto a se stessa. Spesso, come per Marina, la reazione ai primi problemi di ansia, a quei sintomi strani e inspiegabili, ma spaventosi, è fare finta di niente: andare avanti a testa bassa, spingersi a dimostrare a se stessi e al mondo che si è abbastanza forti per continuare come se niente fosse. Marina Innorta racconta, in modo onesto e perfettamente condivisibile da chi conosce l’ansia, come ha deciso di riprendere in mano la sua vita, di affrontare l’ansia a testa alta, di non fingere più.

Il punto è che sono un membro della comunità adulto e capace che ha smesso di funzionare. Un ingranaggio rotto. Bisogna rimettermi in ordine in modo che io possa al più presto tornare a occupare il mio posto nella società”.

Farmaci, psicoterapia, meditazione, yoga, esercizio fisico: le strade per affrontare l’ansia sono molteplici. Non c’è una regola valida per tutti: ciascuno deve trovare la chiave per rispondere alla chiamata dell’ansia e capire che cosa va reindirizzato nel proprio percorso di vita. Marina ci racconta la sua strada: l’aspettativa dal lavoro, lo Xanax, la meditazione, la psicoterapia, la cura di sé. E lo fa con una grande sincerità, aprendosi senza finzioni né costruzioni al lettore, portandolo per mano lungo il cammino percorso ma senza ergersi a risolutrice o riferimento. Ciascuno può trovare il suo “luogo calmo” e ciascuno sa qual è la strada giusta per raggiungerlo.

Questo luogo calmo, mi dissi allora, esiste da qualche parte dentro di me, e finché esiste significa che io non sono perduta, malata, irrimediabilmente pazza. Tutto ciò che devo fare è sapere come si fa a raggiungerlo, restarci il più a lungo possibile e imparare la strada per tornarci. Lo Xanax mi aveva aiutato ad andare lì, ma io, ne ero sicura, potevo arrivarci anche da sola”.

Ogni capitolo del libro è completato da un esercizio pratico della psicoterapeuta Laura Bongiorno, che può essere svolto dopo la lettura o secondo la preferenza e la propensione del lettore.

Marina Innorta ci racconta del libro, del suo percorso, dei suoi progetti.

Come nasce questo libro, che “prende per mano chi soffre di ansia e attacchi di panico”?

È nato soprattutto dal bisogno di raccontare agli altri cosa significa quando vivi oppresso da forme patologiche di ansia. Volevo spiegare come funziona, come ci si sente. L’ansia non si vede da fuori, e spesso si viene scambiati per persone con poca forza di volontà o con scarso controllo. Il problema invece è più complesso. Volevo che si capisse questo, ma senza fare del vittimismo. E poi mi è servito a rielaborare la mia esperienza, dopo avere scritto La rana bollita ho guardato ai miei problemi in modo diverso, con più serenità e meno vergogna.

La lettura per me è molto importante. Un libro di Nick Hornby mi ha salvata da un’ora chiusa in un ascensore bloccato. Lei ha un libro (o un autore) salvavita a cui tornare nei momenti più difficili? 

Stephen King, senza dubbio. Ho cominciato a leggerlo che ero una ragazzina e non ho mai smesso. Mi fa sempre stare bene leggere i suoi libri. Certo non sono tutti ugualmente belli (ne ha scritti davvero tanti). Leggere King per me è come mettersi le pantofole dopo una giornata intera fuori, mi fa sentire a casa. Non mi hai mai fatto paura, inquietato forse qualche volta, ma in generale le sue storie mi confortano per via dell’umanità dei suoi personaggi che sono sempre persone comuni che davanti all’ignoto e al pericolo sanno fare le scelte giuste.

Qual è per Lei il valore della scrittura? Quanto è importante scrivere in generale e per le persone che soffrono di ansia e di attacchi di panico? 

Io penso che scrivere faccia molto bene. Fa bene scrivere di sé, ma anche inventare storie, perché anche quando stiamo scrivendo fiction in fondo lasciamo emergere parti di noi. E poi è profondamente gratificante. Credo che scrivere possa essere uno strumento di grande utilità quando si soffre di ansia: scrivere ti costringe a rallentare. Ti aiuta a prendere le distanze da quello che stai vivendo, a guardare la tua paura da una angolazione diversa. Basta prendere un quaderno e usarlo come diario per appuntare qualcosa ogni giorno. È alla portata di tutti e se ne possono trarre grandi benefici.

Come hanno accolto i lettori La rana bollita? Quali feedback ha ricevuto? 

Molto bene. La prima edizione di La rana bollita è uscita nel 2017, ed è stato inizialmente autoprodotto. Nessuno mi conosceva, avevo un blog, l’ho proposto prima ai miei lettori e da lì è scattato un passaparola formidabile. So che molti terapeuti lo consigliano ai loro pazienti. Così si è fatto notare, finché Sonzogno non mi ha proposto di pubblicarlo in questa seconda edizione con anche i contributi di una psicoterapeuta, Laura Bongiorno, che ha fatto un lavoro bellissimo. Chi soffre di ansia si è sentito riconosciuto in questa storia. Non offro soluzioni nel libro, quelle sono individuali e la bacchetta magica non esiste. Però ho visto che per tante persone è stato importante ritrovarsi nelle mie parole.

A che cosa sta lavorando ora? Prossimi progetti? 

Ho scritto un romanzo, si chiama Polvere d’azzurro. È una storia completamente diversa e questo credo che abbia spiazzato qualcuno dei miei lettori, ma non credo che l’ansia debba diventare il tema principale, non per me almeno. Un po’ c’è anche in Polvere d’azzurro: la protagonista è una donna molto ansiosa che ha un attacco di panico durante una visita alla Cappella Sistina. Ma poi il focus della storia è un altro: parla della ricerca delle proprie radici. È un giallo con un sottofondo storico. Il genere storico mi affascina, credo che proseguirò per questa strada.

C’è un libro che, dopo averlo letto, Le ha fatto pensare: “Questo avrei proprio voluto scriverlo io!”?

Ci ho pensato ma alla fine no… non mi è mai capitato di pensarlo. Ci sono libri bellissimi ovviamente ma così tanto diversi da quello che so fare io che non ho mai pensato che avrei voluto scriverli io. Forse, se proprio dovessi dire un titolo, allora direi La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier. È esattamente il genere di romanzo storico che mi piacerebbe sapere scrivere, perché la protagonista è una persona comune e ricostruisce il quotidiano dell’epoca senza risultare didascalico o posticcio. Sono rari i romanzi storici così.