"L’equazione del cuore" - Maurizio de Giovanni

Fonte Immagine: quotidianodipuglia

Massimo, professore di matematica in pensione, vedovo, vive da solo su un’isola del Golfo di Napoli, dove si è creato una dimensione di isolamento perfetta per lui, così introverso e taciturno. Massimo ha una figlia, Cristina, che vive in una piccola città del Nord. Cristina è sposata a un ricco industriale e ha un figlio: Francesco, detto Checco. Checco ama andare a pescare e per lui quel nonno che vive sull’isola e che pure frequenta poco è un idolo.

Un giorno questo equilibrio si spezza: Cristina e il marito muoiono in un incidente d’auto; il piccolo Checco è in ospedale, in condizioni gravissime. A Massimo non resta che rompere la sua bolla perfetta e raggiungere il nipotino al Nord, nonostante desideri più di tutto poter rimanere sulla sua isola, poter fingere che nulla sia accaduto, che quell’equilibrio sia ancora esistente. “Poi suonò il telefono, nell’alba squarciata. E nulla fu mai come prima”.

Una telefonata basta a far sentire Massimo sdoppiato, incapace di razionalizzare e comprendere fino in fondo la portata dell’evento che si è abbattuto sulla sua famiglia. “Accadde una cosa strana: si sdoppiò. Un Massimo De Gaudio restò con i piedi nudi sul gelido pavimento della cucina, la cornetta in mano, a rispondere a monosillabi alla voce costernata e imbarazzata che parlava con accento settentrionale. Un altro si avviò lentamente a prendere la vecchia borsa impolverata riposta sull’armadio, e la riempì diligente di indumenti, biancheria e spazzolino”.

Massimo, che si è isolato dopo la morte della moglie. Massimo, che ha con la figlia e con il nipote un rapporto fatto di qualche telefonata e pochi giorni trascorsi insieme sull’isola in estate. Massimo, che inizia a rendersi conto di conoscere davvero poco Cristina, la vita che si è costruita così lontano, quel nipotino per il quale è un idolo.

Maurizio de Giovanni costruisce una storia struggente e malinconica, in cui il lettore vive assieme a Massimo un processo di crescita, di conoscenza degli altri ma anche e soprattutto di se stesso, un processo in cui è necessario mettere in discussione ogni certezza per cercare di capire. Massimo ha bisogno di razionalizzare, di capire le cose per poterle accettare: anche qualcosa di così incredibilmente tragico come la morte di sua figlia e la necessità di prendersi cura di un bambino quasi sconosciuto. Massimo non si lascia trasportare dai sentimenti, anzi dal sentimentalismo. Massimo cerca di interpretare tutto secondo la sua logica, aiutato dai numeri: la sua vera passione, la sua grande certezza. “Perché ciò che ti insegna la matematica è che si deve andare fino in fondo, e ogni valore ha il peso che ha, né un millesimo di più né un millesimo di meno”.

Eppure Massimo sa che non tutto può essere ridotto a una spiegazione razionale e netta. Ci sono zone d’ombra che lui preferisce non affrontare ma con cui deve fare i conti. “Si chiese per quale motivo non provasse dolore. Si chiese perché non fosse straziato, distrutto. Si chiese perché l'emozione più chiara che sentiva dentro fosse il fastidio di dover andare dove stava andando, di separarsi dalla sua quotidianità blindata”.

Massimo è turbato, sicuramente, dalla necessità, anzi dall’obbligo, di lasciare la sua casa. Ma c’è altro che lo turba, che forse non si aspettava: “A dare un po’ di fastidio era l’ultima parte del suo cervello, quella che continuava a riproporre ricordi alla rinfusa, come prendendo vecchie fotografie da una scatola di metallo. Cristina a diciassette anni che ride e gli dice: no, papà, io niente matematica. Lo so, sono brava, ma penso che farò economia. È una cosa più pratica, vediamo se qualcuno in questa famiglia alla fine riesce a fare un po’ di soldi. Che ne dici papà? Che figlia degenere, eh?”.

Arrivare in una città così lontana, così diversa, con un clima così inclemente rispetto alla sua isola, rappresenta per Massimo una grande sfida, una sfida temuta, a cui, però, non si sottrae. E, affrontandola, scopre lati di sé, dubbi, che sorprendono lui stesso. “Ebbe una notte agitata, che non volle imputare agli scrupoli che la coscienza gli scatenava davanti al mancato esercizio della funzione di padre e di nonno, ma al letto, al materasso al quale non era abituato. Ebbe sete, andò in bagno, vagò nella luce triste della stanza per poi tornare a stendersi e a starsene sveglio al buio, occhi al soffitto”.

Ancora una volta in questo spaesamento, in questo luogo privo di appigli e di sicurezze, in questa fase della sua vita in cui spetterà a lui compiere passi e prendere decisioni a cui non aveva mai pensato, sarà la matematica ad aiutare Massimo, che farà sua l’equazione di Dirac: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema”.

L'equazione del cuore è un romanzo complesso, difficile da definire: è una storia familiare, una storia psicologica, ma è anche la storia di mistero, un mistero che inizia in sordina e poi acquisisce sempre più spazio all’interno della narrazione. È anche una storia d’amore: l’amore di Massimo per sua moglie e sua figlia prima e per suo nipote poi. Un amore difficile per lui da mostrare nei gesti o nelle parole ma non per questo meno vero o meno forte. È quell’amore che darà a Massimo la forza e la fermezza per restare accanto a Checco, per difenderlo da chi si finge amico e invece trama alle sue spalle, quell’amore che fa parte di un sistema unico da cui non è possibile, né auspicabile, uscire.

Maurizio de Giovanni, come sempre disponibile e generoso con i suoi lettori, ci parla di questa storia, “della sua isola”, dei suoi progetti in corso…

Come nasce questa storia (che io ho trovato meravigliosamente nostalgica, struggente)?

La storia era dentro di me da oltre dieci anni. Quando cominciai a studiare gli anni Trenta per scrivere Ricciardi mi imbattei in Dirac, premio Nobel per la omonima equazione ribattezzata l’equazione del cuore. Dirac era un inglese dal nome francese, uomo poco empatico e taciturno che però trovò l’equazione più poetica che possa immaginarsi: se due sistemi di particelle subatomiche entrano in contatto tra di loro, resteranno definitivamente influenzati l’un l’altro nonostante li si separi. Accantonai la suggestione che l’equazione mi dava, e che però avevo trovato da subito estremamente affascinante, per rivolgermi e consolidare quella che è diventata la mia confort zone: il giallo. Ma dopo tre serie che il pubblico, bontà sua, ha mostrato di apprezzare, ho pensato che era finalmente arrivato il momento di tornare a Dirac e alla storia che si era costruita nella mia mente intorno alle interdipendenze emotive. Ed eccomi qua.

Io ricordo con affetto e nostalgia infiniti mio nonno. Tu? Qual è il tuo ricordo più bello, quello che conservi gelosamente, dei tuoi nonni?

Purtroppo non me li ricordo: uno non l’ho mai conosciuto e l’altro è morto quando avevo appena 5 anni. Ma ne conservo i racconti che me ne hanno fatto i miei genitori e che me li hanno fatti amare: persone non comuni, dalla vita avventurosa ma con un forte senso della famiglia.

Finora avevi descritto figure di padri presenti, che amano essere padri, che fanno parte della vita dei loro figli (penso ad esempio a Maione, a Giulio Colombo, il papà di Enrica, a Lojacono). Questa volta incontriamo un padre diverso. Come nasce la figura di Massimo?

I personaggi nascono per caso: una storia letta chissà quanto tempo prima; un incontro; un mix di caratteristiche di persone conosciute in tempi diversi. Nel caso di Massimo, che porta le mie iniziali ma anche quelle di Mariolina Del Gaudio del Teatro Diana, donna illuminata e sensibile che ci ha lasciati troppo presto, mi sono ritrovato a immaginare un uomo razionale, apparentemente freddo ma anche pronto a cambiare idea per il fatto di non avere preconcetti.

Come hanno accolto i lettori questa storia “diversa”?

Il libro è andato al di là di ogni più rosea aspettativa, sia per vendite che per gradimento. Temevo che il brusco cambiamento di genere avrebbe deluso i miei lettori. Ma ancora una volta mi sono reso conto che il pubblico è molto più maturo e intelligente dell’autore!

Massimo vive su un’isola, il suo rifugio. Hai anche tu “un’isola” a cui torni nei momenti di difficoltà o in quelli in cui preferisci stare da solo?

La mia isola è Villammare, e in particolare lo è la nostra casa di vacanze familiare. Credo che i miei genitori la abbiano acquistata nel ’66 e mai un anno ho evitato di andarci d’estate, anche solo per pochi giorni. Fuori stagione, invece, rappresenta il mio buen retiro. E quando preferisco stare solo, mi metto in macchina e ci vado. Nella quiete e serenità riesco quasi sempre a ritrovare il mio equilibrio.

Adesso a che cosa stai lavorando Maurizio? I tuoi lettori saranno sicuramente curiosissimi di saperlo!

Prossimo appuntamento un libro della serie di Sara, per i tipi di Rizzoli. E poi un racconto nero e dopo ancora una cosa che ha sorpreso pure me. Non posso dirti altro: ma per Natale dovrebbe uscire un libro che non credevo mai avrei scritto, ma che sono impaziente di pubblicare.