"Per mia colpa", Piergiorgio Pulixi

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“Le donne sono un mistero insondabile, mio povero agnellino.

Più credi di addentrarti nel loro abisso e meno ci vedi chiaro”.

Giulia Riva vicecommissaria a Cagliari, da anni impelagata in una storia clandestina che le provoca solo dolore. “Avevo divorziato sette anni prima. Avevo conosciuto Roberto circa quattro anni dopo la fine del mio matrimonio, quando ormai mi ero rassegnata a rimanere sola. Lui era sposato, non lo nascose mai, di questo devo dargliene atto. Fino a quella notte avevo creduto di amarlo. E in qualche modo ero convinta che anche lui mi amasse. Ma non quanto la moglie, evidentemente, dato che da quattro anni la nostra storia andava avanti oliata da promesse e vedrai che”. Il primo caso, quello che apre la storia, porta Giulia a riflettere fino a troncare quella relazione senza futuro e chiedere il trasferimento a Genova, per tagliare ogni possibilità di ritorno sui suoi passi.

Elisa, nove anni, si rivolge a Giulia perché la sua mamma è scomparsa da tempo. La mamma, Virginia Piras, è una donna cinquantenne, all’apparenza serena: moglie, madre soddisfatta, perché mai avrebbe dovuto decidere di sparire. Se non è sparita volontariamente, che cosa è, quindi, accaduto? È stata rapita? È stata uccisa? E se è così, da chi? E, soprattutto, perché? “Quegli occhi. Il modo in cui si erano accesi quando l’aveva guardata. Il sortilegio era stato farlo dimenticare la sua età. E quella di lui. Era stato come tornare indietro nel tempo. Avrebbe dovuto amarlo anche solo per quell’occhiata. Per il modo in cui in un istante l’aveva liberata di tutti i pesi e le responsabilità”. Indagando, Giulia si rende conto che dietro l’apparente serenità, si nasconde una donna fragile, depressa, insicura, modellata da un rapporto difficile con la madre. La prima indagine era stata affidata all’ispettore Flavio Caruso, partner e mentore di Giulia. Caruso vive una profonda crisi e potrebbe aver compiuto errori gravissimi nell’indagare sulla scomparsa di Virginia.

Tocca a Giulia, spinta dall’innocenza e dalla terribile maturità della piccola Elisa, farsi riaffidare il caso e decidere di andare fino in fondo, come ultimo atto prima del trasferimento. “Parlava in modo così diretto e schietto che pareva un’adulta. La scomparsa della madre doveva averla fatta crescere prima del tempo”.

Per mia colpa è un romanzo che avvolge il lettore e lo fa sentire protagonista di una storia importante, in cui bisogna andare al di là delle apparenze e approfondire relazioni che non possono e non devono rimanere in superficie. Una volta iniziato a leggere, è difficile staccarsi: i capitoli mai troppo lunghi si susseguono incatenando il lettore alla storia. Identificarsi nei vari personaggi è davvero facile: sono persone normali che hanno reazioni e comportamenti normali, nei quali viene spontaneo immedesimarsi. Tutti i personaggi, ma in particolare Giulia e Flavio, creano un’immediata reazione di affetto nel lettore, che alla fine del libro, dopo aver girato l’ultima pagina, spera di incontrarli ancora, e al più presto.

Per mia colpa è un giallo, ma è anche un romanzo sull’amore e sull’amicizia, sulla libertà e sulle conseguenze delle scelte che compiamo. È una storia che insegna come ciò che ci accade influenza la nostra vita e molto importante per non sprecare alcuna esperienza è il modo in cui reagiamo agli eventi.

“Nessuno ama o odia appieno. Quando decidi di amare, sei consapevole che una parte di te, nonostante tutto, continuerà a odiare. Se decidi di odiare, l’altro lato del cuore continuerà ad amare qualcosa o qualcuno”.

La componente psicologica è fondamentale in tutto il romanzo: i protagonisti si mostrano in tutte le loro sfaccettature, con i loro punti di forza e le loro ombre; i traumi del passato, i dolori che hanno vissuto li hanno resi quello che sono ora; il senso di colpa, per i motivi più diversi, li accompagna giorno dopo giorno eppure c’è sempre modo di sperare, di guardare avanti e di cambiare, lasciandosi alle spalle ciò che provocato solo sofferenza fino a quel momento.

L’autore, Piergiorgio Pulixi, ci racconta di questo romanzo, del suo rapporto con la sua terra e di tanto altro ancora.

Nel romanzo Per mia colpa la Sardegna è tra i protagonisti della storia. Qual è il tuo rapporto con questa terra?

È un rapporto viscerale, come credo quello di qualsiasi isolano con la propria terra. Forse ci si pensa poco, però vivere in un’isola forgia un’identità e un’appartenenza diversa rispetto al nascere nella terraferma. Avverto molto forte questo legame, e anche quell’ “isolitudine” che è una dimensione più psicologica del vivere in un’isola. Il mare che ci circonda rappresenta la libertà, ma al tempo stesso è come se fosse la cinta muraria liquida di una prigione. Questo è chiaro che abbia delle ripercussioni nel mio modo di raccontare la Sardegna e le mie radici. In “Per mia colpa” la descrizione si concentra soprattutto su Cagliari – la città in cui è ambientata la storia – una città di porto, in cui le sensazioni di transitorietà e libertà sono più forti rispetto all’entroterra dell’isola. O meglio: diverse. Anche il tempo scorre e fluisce in maniera diversa rispetto ad altri luoghi dell’Isola, penso per esempio al fluire più lento dei territori barbaricini.

Come hai scelto il titolo Per mia colpa? A che cosa fa riferimento all’interno della storia?

È un rimando a uno dei temi portanti della storia: i sensi di colpa, e il peso che hanno nell’impedirci di andare avanti ed evolverci come esseri umani. È un tema che ho declinato un po’ su tutti i personaggi che hanno un ruolo attivo nella storia, così da offrire ai lettori un mosaico il più completo possibile sul lavorio dei sensi di colpa sulle persone. In più “Per mia colpa” è un richiamo molto diretto al “Mea culpa” cattolico, un atto di pentimento che parla in maniera diretta all’immaginario sia dei credenti, sia di coloro che non credono. Mi sembrava un titolo diretto, sincero, che aveva qualche possibilità in più di arrivare al cuore dei lettori.

Giulia Riva, vicecommissaria, protagonista di Per mia colpa, è una donna molto complessa, che sta attraversando un periodo doloroso della sua vita. Quanto è reale Giulia? Come nasce questo bellissimo personaggio?

Nasce dalla volontà di raccontare un personaggio “normale”, nell’accezione più nobile dell’aggettivo. È una persona che ha sicuramente delle virtù: è onesta, coraggiosa, tenace, intuitiva, ma non è perfetta. Ha una vita sentimentale disastrosa, che la vede prigioniera nel limbo di una relazione tossica che non riesce a chiudere, una situazione più comune di quanto possa sembrare. Giulia è una ragazza che si potrebbe facilmente incontrare andando a fare la spesa, dal medico, in pizzeria… è una ragazza che in qualche modo ci somiglia. Qualche volta vince, qualche volta perde, ma si rialza sempre. Ed è una donna dall’acuta intelligenza emotiva. La sua vera abilità è empatizzare con gli altri, e questo la porta a leggere le altre persone con grande semplicità, perché sa qual è il loro cuore emozionale. In questa storia volevo però che si trovasse particolarmente in difficoltà, indagando su una donna – Virginia, la persona scomparsa – in cui si rivede moltissimo. Anche Virginia è una donna “normale”. Ed è come se fosse la parte più in ombra di Giulia. Questo riflettersi continuo di una nell’altra credo che sia l’ingrediente più saliente del romanzo.

Quando hai deciso “da grande farò lo scrittore”? C’è un momento in cui hai capito che questa era la tua strada?

Credimi, non c’è stato un momento preciso, una sorta di epifania che mi abbia portato a dire: questa è la tua strada. No, non è andata così. Credo che sia trattato di una serie di fascinazioni, di innamoramenti lenti, e queste infatuazioni in realtà erano nei confronti dei libri e delle scritture di altri autori. La passione è nata amando, studiando e apprezzando gli altri. Di certo posso dirti che un momento topico è stato la lettura di “On writing” di Stephen King. Quel libro mi ha fornito qualche strumento in più, di cui prima ero totalmente sprovvisto, e mi ha dato quella spinta emotiva di cui forse avevo bisogno. Ero un ragazzino, e per me King era una divinità. Le sue parole sono state come una sorta di benedizione. Un inno all’amore per le storie e per le parole. La prima spinta è stata quella. Da quel momento ho capito che scrivere ha qualcosa di magico, ed è da anni ormai che cerco di ricreare quella magia.

Ricordi il primo libro che hai letto?

Per intero no. Ricordo che sicuramente ho smozzicato un po’ del Corsaro Nero, un bel pezzo di un romanzo su Indiana Jones edito da Sperling&Kupfer, un romanzo per bambini che s’intitola “Arf: la mia vita da cane” di Allan Ahlberg, e praticamente tutto “Il manuale della Giovane Marmotta” che mi regalarono per qualche compleanno. Ero un grande lettore di fumetti, da piccolissimo. Ricordo anche diversi “Libri Game” che andavano piuttosto di moda in quel periodo. Poi arrivò il primo Dylan Dog e attraverso Dylan si creò il ponte con Stephen King. Ho avuto un percorso letterario abbastanza disordinato e disorganico in quei primi anni.

C’è un libro che avresti voluto scrivere, quello che quando lo hai letto, hai pensato: “Questo avrei proprio voluto scriverlo io”?

Mi capita spesso, almeno tre o quattro volte all’anno. Prima mi capitava con più frequenza. Forse crescendo diventi più selettivo… Per comodità eliminiamo tutti i classici, perché li vinci facile. Avrei senz’altro voluto scrivere “Follia”, “Le braci”, “It”, “La natura della grazia” e “L.A.Confidential”. Ma sono centinaia i libri che avrei voluto scrivere io, credimi.

Se dovessi dare un unico consiglio, o raccontare un segreto, a qualcuno che desideri scrivere, che cosa diresti?

Gli darei prima un ammonimento: non scaricare il tuo ego, il tuo desiderio di fama, notorietà e denaro su quello che scriverai. Se lo farai soltanto per una questione di ego, starai tradendo la storia, e il lettore se ne accorgerà dopo tre righe. Sii onesto. Sii chiaro. Sii te stesso, soprattutto. E fallo perché è qualcosa che ami fare, che ti rilassa, ti diverte e rende la tua vita più bella ed emozionante. Tutto il resto non conta, credimi.

Qual è la tua routine quando scrivi? Hai una tua ritualità (musica, cibi, orari) o ti lasci ispirare dal momento e dalle giornate?

Cerco di scrivere ogni giorno, almeno 3 o 4 ore, solitamente la mattina, molto presto. In quel lasso di tempo scrivo, nel senso che produco e creo. Altre 2 ore sono dedicate alla revisione, alla rifinitura e alla pulizia del testo. 2 ore almeno sono dedicate alla lettura come pratica di studio delle mie colleghe e dei miei colleghi. C’è sempre da imparare. Almeno un’ora vola via dietro le mail e la burocrazia che questo lavoro – come tutti – purtroppo ha. Qualche volta riesco a scrivere qualche ora anche la sera, ma è molto raro. È come se la mia attenzione creativa dopo le 17 smette di funzionare. Sono molto abitudinario, e purtroppo ho difficoltà a scrivere in luoghi affollati, o in generale posti con cui ho poca familiarità.