"Una domenica" - Fabio Geda

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"All’alba di quella domenica c’era mio padre, affacciato alla finestra della cucina, al terzo piano della casa di Lungo Po Antonelli. Guardava il fiume scorrere. Al di là c’erano le case di Madonna del Pilone e dietro ancora la collina, le foglie gialle e rosse degli aceri in attesa del primo sole. Aveva sessantasette anni ed era vedovo da otto mesi, durante i quali aveva scoperto di aver prestato nel corso della vita più attenzione alle cose urgenti che a quelle importanti; ma a tale proposito, ormai, non c’era molto che potesse fare, se non dimostrare a se stesso e ai figli di saper attraversare il resto del tempo distinguendo con maggiore consapevolezza le une dalle altre”.

Inizia così Una domenica, storia delicata e malinconica, di un uomo che, dopo aver trascorso quarant’anni in giro per il mondo a costruire ponti, si ritrova in pensione, ormai vedovo, in una condizione di solitudine e fragilità.

“Papà aveva girato il mondo per quarant’anni progettando ponti e viadotti. La sua famiglia era di Como. Lui si era laureato in Ingegneria a Milano. Grazie a un amico di famiglia era stato assunto da un’azienda all’epoca piuttosto importante, con discrete entrature politiche e interessi sparsi in una quindicina di nazioni: dighe, impianti idroelettrici, ferrovie. E ponti – ponti, ponti, ponti”.

Ha tre figli che vivono lontani da Torino. Sonia, la primogenita, è sposata e ha due figli, vive vicino a Biella, in campagna. Giulia, voce narrante della storia, vive a Roma e lavora per il teatro, professione che il padre non ha mai approvato davvero. Non si fa sentire mai e ha con il padre un rapporto difficile. "Non sono mai stata brava a gestire la fragilità dei miei genitori: nei loro confronti non ho mai smesso di sentirmi figlia e di voler essere io quella accudita. Mi veniva spontaneo pensare che essendo più vecchi di me dovessero essere migliori di me, punto: una di quelle cose scritte nel destino. Dovevano essere più consapevoli, più forti, in grado di governare con più criterio qualunque situazione. Ma arriva un momento in cui le parti si invertono o per lo meno si sovrappongono. Nel destino c'è scritto anche questo". Alessandro vive a Helsinki e ha con il padre un rapporto ormai solo virtuale.

Una domenica di novembre il padre invita Sonia e la famiglia a pranzo: decide di usare il ricettario della moglie, di cui sente profondamente la mancanza, per preparare un pranzo che abbia il sapore della cura e dell’accudimento.

“La domenica stava prendendo consistenza. Il giorno si accumulava attorno agli arredi urbani, agli alberi, ai lampioni, ai furgoncini parcheggiati, sfiorava le finestre facendo tintinnare i vetri e suonava con le lunghe dita le ringhiere dei balconi. I bambini, nelle case in cui c’erano, si rigiravano tra le coperte, i gatti sbadigliavano stiracchiandosi, e papà mise sul fuoco una seconda caffettiera e cominciò a darci dentro con la cucina”.

Ma un imprevisto sconvolge i piani di tutti. La figlia più piccola di Sonia, Rachele, è caduta da un albero su cui si era arrampicata per cogliere i frutti che avrebbe voluto regalare al nonno. “Era l’albero preferito della famiglia. Era già lì quando avevano scelto la casa. Agli amici dicevano che era il motivo principale per cui si erano infatuati di quel luogo, e non scherzavano così tanto come era lecito pensare”.

Così il pranzo domenicale salta e il padre/nonno si ritrova ancora una volta solo, preoccupato e incapace di restare nel silenzio della sua casa. Decide di uscire e questa decisione, in fondo così semplice, gli regala la domenica che non si sarebbe mai aspettato, una domenica in cui l’incontro con un ragazzino e la sua mamma lo porta a fare qualcosa che forse in passato non avrebbe mai fatto: invitare due sconosciuti a pranzo. Nonostante la titubanza iniziale di Elena, la mamma, i due accettano volentieri e si regaleranno così una giornata speciale.

Questo pranzo e questa domenica sono l’incontro tra due solitudini: “il padre” e “la madre” hanno perso entrambi l’amore della vita e si ritrovano a fare i conti con un vuoto che sembra non volersi e non potersi mai colmare. Il confronto tra i due diventa un momento di crescita per entrambi, nonostante la diversità delle situazioni che vivono e dell’età.

Una domenica è una storia leggera, che si legge tutta d’una fiato, e che pure lascia nel lettore un pizzico di malinconia: ma non è una malinconia triste, piuttosto la dolce nostalgia per ciò che non è stato o non è più, per ciò che abbiamo perso e non possiamo riavere. Ma è anche la nostalgia verso qualcosa che non abbiamo mai vissuto e che abbiamo ancora il tempo di provare.

Una domenica invita alla riflessione sulla propria vita, sulle scelte compiute e su quelle perdute, sull’idea di famiglia e di come sia possibile crearsene una, altrettanto preziosa, al di là dei legami di sangue.

Fabio Geda ci racconta di questo romanzo, dei suoi progetti e altro ancora!

La domenica è un giorno molto particolare: amato e odiato al tempo stesso, spesso a seconda di come lo si trascorra (e con chi). Come nasce la storia di Una domenica?

Nasce da tante suggestioni come ogni storia. Riflessioni personali sul passare del tempo e sulla relazione con i genitori. Osservazioni di familiari e amici, scene intraviste per strada. E poi anche suggestioni estetiche, strutturali. Ad esempio da tempo desideravo scrivere qualcosa di cronologicamente compatto, una storia con unità di tempo e luogo. È buffo che tu nella prossima domanda (l’ho già letta) abbia citato Ettore Scola e il film Che ora è, perché uno dei miei film preferiti è proprio di Scola. Una giornata particolare, che si svolge in una solo giorno, il 6 maggio del 1938, durante una visita di Hitler a Roma. Sophia Loren e Marcello Mastroianni per motivi diversi rimangono gli unici inquilini di un enorme condominio, mentre tutti gli altri sono accorsi alla parata per vedere il Fürher. Un film struggente. Ecco, mi piaceva l’idea di parlare dello scorrere del tempo in modo simile, convogliando in un momento specifico, un incontro, la complessità di una vita.

Una domenica è un libro pieno di nostalgia e di speranza. A me ha ricordato le sensazioni del meraviglioso film di Ettore Scola Che ora è. Pensa mai a come sarà tra trenta o quaranta anni e al valore che potranno avere le sue domeniche?

Cito l’inizio del romanzo. "Aveva sessantasette anni ed era vedovo da otto mesi, durante i quali aveva scoperto di aver prestato nel corso della vita più attenzione alle cose urgenti che a quelle importanti.” Ecco, io penso spesso alla morte e alla vecchiaia, ma non in modo morboso e neppure con ansia, anzi. Prima di tutto ci penso per attizzare il mio amore per la vita e il presente, per incoraggiarmi a non perdere tempo e per avere la forza di affrontare con la dovuta leggerezza ogni cosa. Secondo, ci penso per prepararmi. Non voglio essere una di quelle persone che improvvisamente si guardano alle spalle e scoprono di aver prestato più attenzione alle cose urgenti che a quelle importanti. Non voglio essere una di quelle persone che improvvisamente si guardano allo specchio e si chiedono come accidenti è successo che sono apparse quelle rughe, che improvvisamente si chiedono come mai devono operarsi all’anca e che non accettano che il corpo decada. Mi piacerebbe vivere questa transizione con consapevolezza.

Quanto sono importanti secondo lei gli incontri casuali o occasionali e i legami non di sangue che pure creano, spesso, una famiglia?

Io sono un ex educatore, per anni mi sono occupato di disagio minorile. Quando penso alla parola comunità penso sempre che una comunità o è educante o semplicemente non è. Cosa vuol dire? Vuol dire che ogni incontro occasionale, ogni legame, anche non di sangue, ci educa. E noi educhiamo gli altri con le parole, con i gesti, con le scelte che facciamo e con quelle che rifiutiamo di fare. In campo educativo ogni incontro ha valore, ogni persona può influire sulla visione che abbiamo del mondo e quindi sul posto che, nel mondo, decidiamo (o non decidiamo) di occupare. Mi piace pensare alle molte comunità in cui ognuno di noi è inserito — il quartiere, la città, la parrocchia, il circolo di tennis, il gruppo di volontariato, il condominio, il gruppo classe — come a famiglie allargate. E quindi, esattamente come nelle famiglie biologiche, ciascuno ha delle responsabilità nei confronti degli altri.

Il tempo del Covid, il lockdown, le zone rosse: tutto questo ha sicuramente inciso sulla solitudine di molti, anziani ma non solo. I libri, per tanti, sono stati consolazione e compagnia. Ricorda il primo libro che ha letto e quando ha capito che avrebbe voluto scrivere?

Ricordo di aver amato Il giornalino di Gian Burrasca alle elementari. Di aver scoperto l’amore per il fantasy con Le cronache di Dragonlance alle medie e con Stephen King subito dopo. Quelli sono anche gli anni in cui ho iniziato a giocare con le parole, a tenere un taccuino su cui prendevo appunti, a provare a imbastire racconti. Per tutto il tempo del liceo ho amato e praticato qualsiasi gesto che avesse a che fare con le storie: la musica, il fumetto, il teatro, la letteratura.

C’è un libro che, dopo averlo letto, le ha fatto pensare “Questo avrei voluto scriverlo io?”

Tantissimi. Stoner di Williams. Molto forte, incredibilmente vicino di Safran Foer. Io non ho paura di Ammaniti. The giver di Lois Lowry. Certi bambini di Diego De Silva. Skellig di Almond.

A che cosa sta lavorando adesso? Quali progetti per il prossimo futuro?

Sto finendo una serie di libri noir con venature sovrannaturali per Mondadori Ragazzi. (I segreti di Acquamorta, scritto insieme a Marco Magnone. Una roba, giuro, molto, molto divertente da scrivere). E a novembre esce il prossimo romanzo con Einaudi, storia di quattro amici, due ragazzi e due ragazze, presi tra i 15 e i 23 anni, con in mezzo tutte le trasformazioni che sempre, in quella fase della vita, arrivano a terremotare l’esistenza.