"Vita e morte delle aragoste", Nicola H. Cosentino

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Il crash era dovuto a una teiera che si infrangeva contro lo sportello di un taxi. Vincenzo sentì l’urlo, una specie di y-ahh da pistolero americano, e il crepitio della fuga di un corpo leggero, mentre la ceramica deflagrava sullo smalto nero della portiera. Si voltarono, lui e Marco, nella notte lunga di Shoreditch High Street, ma nessuno scappava, e i molti che barcollavano erano innocenti, incapaci di correre o troppo distanti. Il taxi inchiodò, pestando cocci bianchi, poi attese qualche istante e ripartì come se nulla fosse, sulla polvere di teiera. Vincenzo e Marco attraversarono e, prima che il conto alla rovescia lampeggiante li costringesse a correre, Teapot che ancora non era Teapot raccolse un frammento di porcellana e se lo infilò nella tracolla”.

Inizia così, con un episodio strano e irripetibile, accaduto a Londra, Vita e morte delle aragoste, secondo romanzo di Nicola H. Cosentino, giovanissimo scrittore calabrese, che in queste poche righe ci presenta il protagonista, indimenticabile fin dal soprannome: Vincenzo Teapot. Vincenzo e Antonio sono amici. Vivono in simbiosi gli anni del liceo e poi l’università, tra la Calabria e Roma, condividendo case, viaggi, ambizioni.

Per un periodo, al liceo, gli piacque l’idea delle corride. A me no, a me hanno sempre fatto senso, ma per Vincenzo erano l’anima di sangue della Spagna, e la Spagna lo appassionava. Quando andammo a Siviglia non lo propose neppure, gli venne in mente la Maestranza che già eravamo di ritorno, ma a diciott’anni si arrampicava in rischiose metafore le cui parti erano il toro, il torero, le sue ragazze e lui. Sugli spalti nessuno. Diceva di amare in modo esagerato, e di gestire la passione come il matador col toro nell’arena, che provoca e rabbonisce fino allo sfinimento. Vero. Era un romantico insicuro, bisognoso di prove eclatanti e tauromatiche aspettative, tipo: questa è la volta della vita; è la ragazza più bella della scuola; è più talentuosa di me”.

Vita e morte delle aragoste è un mosaico di storie che raccontano di Vincenzo e di Antonio e dei loro amici, dei loro incontri, delle loro avventure. Sono episodi normali, di vite normali, in cui tanti di noi possono riconoscersi e ritrovare memorie del passato, delle dinamiche vissute nei rapporti di amicizia. La costruzione non è lineare: i salti temporali rendono la lettura più intrigante e accompagnano il lettore tra il 2005 e il presente, lasciando scoprire piano piano la forza del protagonista e, accanto a lui, la figura di Antonio. Antonio, io narrante, ha con Vincenzo un rapporto quasi di sudditanza: “Ecco, quando ero con lui, anche se è difficile da spiegare, non mi sentivo affatto l’eroe della mia vita. Ero la spalla della sua”.

Lungo il cammino Antonio e Vincenzo incontrano molte persone, come Ariane o Paola. Vivono esperienze che li formano, come i viaggi, procedono verso la vita adulta. Come le aragoste, anche Antonio e Vincenzo non smettono di crescere: quando il corpo diventa troppo grande e non è più contenuto nel carapace, le aragoste cambiano. Così come cambia il rapporto di Antonio e Vincenzo, perché anni di esperienze, di viaggi, di illusioni, di delusioni, di sogni, di amicizia e di amore, a un certo punto non possono restare immobili in un contenitore che non muta, che non evolve, che non può mantenere intatta la forma di tutto ciò che è accaduto. Cambiare è una necessità, cambiare è indispensabile: e i rapporti, anche quelli più forti, possono mutare, trasformarsi, anche finire.

Ogni tanto lo riguardo, questo messaggio, e ci penso. Penso a Vincenzo. A quello che mi ha insegnato, così bisognoso di rassicurazioni e alternative, e cioè una cosa abbastanza importante: l’illusione. “L’illusione” mi diceva “ti protegge sempre”. E se fosse una citazione grossolana di se stesso non lo so, io sono stupido e come concetto mi piaceva. Mi ci rifugio, ogni tanto, nelle illusioni di Vincenzo, e il cuore mi si ricompatta, torna a battere come batteva per le prospettive, un cuore senza ombra e senza ricordi”.

Nicola Cosentino ci racconta un po’ di questo libro, della sua vita, del suo lavoro.

Nicola, raccontaci un po’ di te. Quando hai deciso di scrivere? Hai sempre avuto l’idea di “fare lo scrittore da grande” o è stata una scelta casuale o improvvisa?

Quando ho cominciato non lo so. La forma scritta mi è sempre piaciuta, fin da bambino: se dovevo creare, creavo scrivendo, perché gli altri mezzi erano tutti più limitanti, o inaccessibili. La prima volta che sono riuscito a finire un romanzo avevo ventitré anni: ero temporaneamente all’estero, non conoscevo nessuno. Ho dedicato tutte le sere, dopo il lavoro, a scrivere, e in qualche mese avevo una prima stesura.

Come è nata l’idea della storia di Vita e morte delle aragoste? Quanto c’è, se c’è qualcosa, di autobiografico?

L’idea è nata dallo pseudonimo del protagonista: Vincenzo “Teapot”. Ero in macchina e mi è venuto in mente questo nome, non so neanche perché. Poi tutto il resto. Ho passato mesi a giocarci, a immaginarmi la sua vita, a chiedermi come mai una persona comune si avvalesse di un nome d’arte, finché ho capito che il libro sarebbe stato proprio questo: un profilo di Vincenzo, in frammenti. E no, non c’è niente di volutamente autobiografico.

La struttura del romanzo è molto particolare: si compone di pezzi che non seguono un ordine lineare né cronologico. Come mai questa scelta?

Perché mi pare che nella vita si faccia così: se pensiamo a un vecchio amico, o se ne abbozziamo un profilo per un ascoltatore che non l’ha mai conosciuto, non usiamo una narrazione cronologica, ma inanelliamo aneddoti alla rinfusa. E poi non mi interessava più di tanto imbastire un intreccio, io volevo descrivere un personaggio. Quando ero bambino e guardavo la tv, parecchio prima di Netflix, capitava che gli episodi delle serie che amavo, tipo Friends, venissero trasmessi un po’ a caso, e ciononostante non ho mai avuto difficoltà a identificarmi in Ross, o a innamorarmi di Rachel. Tutto era riconoscibile e accogliente anche nel caos del palinsesto. Anzi, quel caos mi permetteva di concentrarmi davvero sui protagonisti perché ero libero dalla suspense, dalla griglia della successione degli eventi sul lungo tempo.

Se potessi intervistare un autore del passato, chi sceglieresti?

Quelli fittizi nei libri degli altri, quindi gente come E. I. Lonoff. Ma in effetti mi interessano di più i personaggi: gli autori parlano attraverso loro. Al massimo qualche evangelista. Marco, magari, che è quello che più si avvicina all’idea di scrittore che abbiamo nella contemporaneità. Inconsapevolmente rispettoso della regola «Show, don’t tell».

Qual è il tuo libro preferito, se ce n’è uno? C’è un libro che, dopo averlo letto, ti ha fatto pensare “Vorrei averlo scritto io!” o anche “Voglio scrivere anche io!”?

Un preferito assoluto non c’è. Ma ti direi Cent’anni di solitudine, di Gabriel García Márquez. È un romanzo che ha reso inutili migliaia di libri e racconti che sono stati scritti dopo. Fa spavento. È definitivo e insuperabile, una pietra tombale. Quello che mi ha fatto pensare «Voglio scrivere anch’io» più che un libro sarà stato un fumetto dell’Uomo Ragno, o qualche sceneggiatura degli anni Novanta, o al più Signor Malaussène di Daniel Pennac. «Avrei voluto scriverlo io», invece, lo penso di centinaia di romanzi. Il primo che mi viene in mente è Le ore di Michael Cunningham. Lo sto consultando anche oggi, ed è qui davanti a me in questo momento, sulla scrivania, mentre ti rispondo.

A che cosa stai lavorando ora? Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro?

Hai presente la dicitura che compare in alto sulla chat di WhatsApp quando il tuo interlocutore sta componendo il messaggio ma non ha ancora premuto invio? Quella coi puntini sospensivi. Ecco, mi avvalgo di usarla come risposta. È parziale, ma sincera.