25 aprile: quale liberazione?

Fonte Immagine: avig

Il panico periodico per gli attacchi aerei e il rifugiarsi nelle stazioni della Metropolitana, i mucchi di macerie ovunque, i proclami incomprensibili affissi negli angoli delle strade, le masnade di giovani con magliette tutte dello stesso colore, le code enormi davanti ai panifici, il fuoco intermittente delle mitragliatrici in lontananza – più di ogni cosa, il fatto che non ci fosse mai abbastanza da mangiare”. (da 1984, George Orwell)

L’inconfutabile débâcle post bellica subita dal fascismo, che fece di un sogno rivoluzionario una totalitaria follia, mediante l’incomprensibile degenerazione di una classe dirigente che non era più quella della ribalta contadina e proletaria degli anni venti, è narrata e propagandata da quella élite egemonica che, da quasi un ottantennio, non riesce a fare i conti con il proprio passato. Abbiamo accettato quella mitologia ufficiale, forse perché abbiamo ritenuto trascurabile evidenziare quella tangibile e necessaria differenza tra menzogna e verità. Per troppo tempo, abbiamo considerato complottista chi cercava di non arrendersi alla artefatta narrazione tramandataci da quei libri di storia accuratamente smembrati di quei dettagli che avrebbero, invece, gettato fango su coloro che ci sono stati descritti come eroi, rendendosi complici, senza colpe dirette, di vergognose tragedie ai danni di innocenti italiani.

E poi, dalle testimonianze dirette di chi ha sostenuto davvero la resistenza, in prima persona, scopriamo che quelli che ci hanno illustrato come prodi partigiani non sono stati altro che coloro che hanno strumentalizzato, arrogandosene i meriti, chi davvero aveva combattuto per la patria, contro quel sistema nazifascista che aveva privato di ogni dignità la persona umana. Come, con encomiabile umiltà, ci racconta Gennaro Di Paola, eroe delle "Quattro Giornate di Napoli", “I partigiani a Napoli? No! Napoli è stata partigiana”. Egli, forse involontariamente, esprime, in modo semplice e diretto, che quella che fu la legittima reazione di un popolo che non poteva sopportare oltre la tracotanza tedesca, assecondata dalla ancora troppo cauta iniziativa americana, fu rivendicata da una nomenclatura sconosciuta ideata nel nord della penisola. Fu così che, inconsciamente, si ritrovarono tutti partigiani, senza volerlo.

A circa ottant’anni da quel lontano 25 aprile, viviamo ancora quel presente infinito in cui gli eredi di quella manipolata esposizione non trovano il coraggio di ammettere l’altra verità, quella scomoda, ma che ci farebbe sentire davvero tutti figli della stessa patria.

E’ quel “Sangue dei vinti” di cui ci parla Giampaolo Pansa, per il quale chiedono giustizia il seminarista Rolando Rivi, i fratelli Govoni, e tantissime altre vittime come la povera Giuseppina Ghersi, uccisa barbaramente a soli 13 anni da coloro che ancora oggi sono osannati ed idolatrati. La povera bambina venne malmenata e stuprata insieme alla madre, più e più volte, mentre il padre fu costretto ad assistere inerme al disumano trattamento. Solo a sera inoltrata si scoprì che a carico delle vittime non era emerso nulla. Giuseppina cadde in uno stato comatoso e venne soppressa, come si fa con un animale moribondo, con un colpo di pistola alla tempia. Il suo corpo fu gettato davanti alle mura del cimitero di Zinola.

La sua colpa? In un recente passato, aveva ricevuto i complimenti epistolari, per un tema scolastico, dal Segretario Particolare del Duce.

Potremo parlare di liberazione solo quando tutti ammetteranno che, oltre alle indiscutibili barbarie nazifasciste, l’Italia tutta è stata testimone e vittima di una vera e propria guerra civile, durante la quale troppi partigiani che si sono macchiati di crimini indicibili hanno poi assunto ruoli di spicco nella vita politica del dopoguerra.