A quarant'anni dalla strage di Bologna, la verità è segreta e la falsità è pubblicamente (e giudizialmente) accettata.

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«…la ricostruzione dei fatti, basata su prove documentali e testimoniali, e sulle dichiarazioni degli stessi imputati, fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage di Bologna. Sgomenta che forze dell'apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini, a che giustizia si facesse.»

Sono le motivazioni della Corte d'Assise di Roma, relative ad un procedimento susseguente il ritrovamento, avvenuto il 13 gennaio 1981 sul treno Taranto-Milano, di una valigia che conteneva otto lattine di esplosivo, paragonabile a quello usato per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. La bomba del Taranto-Milano si dimostrò un vero depistaggio, ordito dai Servizi italiani, che riferirono di una fonte che doveva restare segreta. La Corte d'assise di Roma accertò che «la fonte non esisteva e le informazioni erano false, costruite nell'ufficio di Musumeci e Belmonte, con la connivenza di Santovito» Si tratta di persone di rilievo, figure di vertice del SISMI: il colonnello Giuseppe Belmonte, il generale Pietro Musumeci e il generale Giuseppe Santovito, direttore e capo del SISMI dal 1978 al 1981; insomma non era un "pezzo deviato" dei Servizi, ma proprio il vertice. Deep State? O scelta politica del Governo in carica? Nella borsa ritrovata nel treno Taranto-Milano c'erano anche delle armi, fra cui, sembrerebbe, un fucile M.A.B. che presentava modifiche artigianali, identiche a quelle di uno stesso fucile sequestrato alla Banda della Magliana e teoricamente custodito nei sotterranei del Ministero della Sanità. Ciò coinvolge nella inchiesta Massimo Carminati, accusato di aver prelevato l'arma. In un deposito segreto governativo. E di averla collocata sul treno Taranto-Milano per depistare le indagini su Bologna. Un depistaggio voluto e organizzato dal vertice del SISMI. Qualcosa non quadra, a meno che non si voglia ritenere Carminati, er cecato, un alto funzionario dei Servizi Segreti. O, più semplicemente, uno strumento nelle mani dei servizi, legato alla criminalità ed anche all'estremismo di Destra, insomma il personaggio perfetto per depistare le indagini, che si volevano indirizzare di proposito verso la eversione internazionale di Destra. Quello che sappiamo, su questa vicenda, è che la Corte d’Assise d’Appello di Bologna, con sentenza del 21.12.2001 (confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza del 30.01.2003), ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti di Carminati in ordine al delitto di detenzione e porto di armi clandestine ed esplosivi per intervenuta prescrizione.

Sulla vicenda del finto attentato sul treno Espresso 514 Taranto-Milano mi fermo, ma mi sembrava interessante partire da questo incredibile accadimento per introdurre il tema di come sia stata affrontata l'inchiesta sulla strage di Bologna, sulla ingerenza incredibile e impattante dei Servizi che hanno da subito viziato le indagini, pressato la magistratura, suggestionato la opinione pubblica.

Nel 1991, Francesco Cossiga, da capo dello Stato, chiese “scusa” alla destra e al MSI: «Fui fuorviato, intossicato. Ho sbagliato, chiedo scusa a Lei che rappresenta in questo momento la sua parte politica… le informazioni sui fascisti venivano dai Servizi Segreti… la subcultura imperante considerava lo stragismo di Destra…». Non sono ammissioni frequenti per un Presidente della Repubblica. Pochi mesi prima di morire, Cossiga rivelò a Gianni Minoli, in una puntata de "La storia siamo noi", la sua teoria, mai esternata pubblicamente prima di allora, citando il “patto segreto” fra il governo e l’Olp di Arafat; secondo Cossiga, dell’esplosione alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto, che costò la vita ad 85 (86?) persone, fu un incidente di trasporto imputabile al terrorismo palestinese.

Sta di fatto che il protrarsi, negli anni, di alterne vicende giudiziarie e la evidenza di numerosi, acclarati, depistaggi, hanno favorito le ipotesi di "verità alternative"; sono molte le ipotesi che disegnano scenari ben diversi dai fatti processuali che hanno portato alle condanne definitive. «Su Bologna, la mia l'ho detta e la ripeto. Per me fu un incidente, un drammatico incidente di percorso: fu, con molta probabilità, una bomba trasportata da terroristi palestinesi che non doveva essere innescata in quell'occasione e che invece, chissà perché, per un sobbalzo, una minaccia, un imprevisto, scoppiò proprio in quel momento. La mia, sia chiaro, non è una certezza, ma soltanto una supposizione. Avvalorata, però, da quanto ho letto non molto tempo fa in un'intervista a un altro dirigente del Fronte di liberazione palestinese». Sono parole di Francesco Cossiga.

La "pista palestinese" è infatti una delle più corroborate ipotesi alternative. Si legge in una interrogazione parlamentare del 29 ottobre 2019, a firma del sen. Claudio Barbaro: "il 5 marzo 2019, quale difensore di Gilberto Cavallini, l'avvocato Gabriele Bordoni, unitamente al collega Alessandro Pellegrini, nel processo n. 1/2018 RG, in corso avanti alla Corte d'Assise di Bologna, relativo alla strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980, per motivi di giustizia ed indagine difensiva, visti gli articoli 204 del codice procedura penale, 39 e 42 e la legge n. 124 del 2007, richiedeva l'accesso a tutti gli atti, già secretati e ora classificati, relativi a quel fatto; in particolare, richiedeva, altresì, l'accesso ad alcuni documenti che fanno parte degli atti del procedimento penale sulla scomparsa in Libano di Italo Toni e Graziella de Palo, ma con missiva del 14 maggio 2019, la Presidenza del Consiglio dei ministri, esprimeva il proprio diniego alla richiesta dell'avvocato Bordoni". Toni e de Paolo erano due giornalisti italiani, scomparsi la mattina del 2 settembre 1980, quando sarebbero dovuti partire per il sud del Libano su una jeep del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina di Nayef Hawatameh. Sulla jeep avrebbe dovuto anche esserci Piera Redaelli, militante filo-palestinese italiana. Da quel momento non si hanno più tracce dei due giornalisti. Il giorno prima i due giornalisti si erano recati presso l'ambasciata italiana a Beirut, comunicando di voler visitare il sud del Libano. Toni e de Palo stavano indagando, fra l'altro, sulla "pista palestinese" per la strage di Bologna. Sapevano di essere in pericolo e chiesero alla nostra ambasciata di attivarsi se non fossero tornati dopo tre giorni.

L'ambasciata italiana, invece, si allertò solo alla fine di settembre e solo in susseguenza delle richieste della famiglia di Graziella de Paolo; ad ottobre, il Segretario generale del Ministero degli Affari Esteri, Francesco Malfatti, decise, curiosamente, di affidare l'inchiesta sulla scomparsa dei due giornalisti al capo centro del Sismi a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone e non all'ambasciatore italiano a Beirut, Stefano d’Andrea, nonostante lo stesso D'Andrea, il 17 ottobre 1980, avesse scritto a Malfatti un telex segreto, comunicando che il rapimento fosse opera di Al Fatah, addirittura precisando di essere a conoscenza dei nome dei rapitori. In seguito si scoprirà che Malfatti fosse un affiliato della Loggia P2. La scomparsa di Graziella De Palo e Italo Toni potrebbe essere collegata alle loro indagini sul sequestro dei missili ad Ortona, in Abruzzo, nella notte tra il 7 e l'8 novembre 1979, che portò all'arresto di Abu Anzeh Saleh, palestinese con passaporto giordano, responsabile della struttura militare clandestina del FPLP in Italia. Pochi giorni dopo, il 13 novembre, venne incriminato finanche George Habbash, leader del FPLP. Ebbene, in quell'occasione il FPLP, si badi, accusò l'Italia di "non aver rispettato i patti". Quali patti? Quali accordi sono stati pattuiti fra il Governo della Repubblica Italiana ed il terrorismo arabo? E quali sarebbero potute essere le conseguenze per chi avesse contravvenuto? Quali le ritorsioni? Si tratta, ovviamente, del "lodo Moro", di cui dirò qualcosa fra un istante. Per ora segnalo che nel 1984, il presidente del consiglio Bettino Craxi, appose il segreto di Stato sulla vicenda. I nomi stessi di Graziella e Italo sono stati rimossi dagli elenchi degli appositi annali ufficiali internazionali, che nominano i giornalisti caduti nel mondo durante l'esercizio della loro professione. I due giornalisti uccisi sono stati pressoché dimenticati, con poche eccezioni, dalla politica; fu solo Gianni Alemanno, sindaco di Roma, l'11 settembre del 2009 ad organizzare un convegno internazionale in Campidoglio intitolato "Graziella e Italo: una giornata per non dimenticare", integralmente registrato e trasmesso da Radio Radicale; lo stesso anno venne a loro dedicato il concerto inaugurale della Stagione sinfonica di Santa Cecilia, mentre dall'anno successivo i due giornalisti sono ricordati anche con una messa annuale il 2 settembre in Santa Maria in Ara Coeli, con l'intitolazione ai loro nomi di due viali in Villa Gordiani. Il segreto di Stato venne rimosso solo il 28 agosto 2014, per esclusivamente per ciò che non riguarda i rapporti tra Italia e organizzazioni palestinesi. Allo stato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non ha risposto alla interrogazione del sen. Barbaro, che gli chiedeva se intendesse rimuovere tale segreto. Cavallini è stato condannato.

Giusto per dire… il processo contro Habbash e Saleh iniziò proprio nell'agosto del 1980; Il giudice Armati, che indagò sul caso De Palo-Toni, avrebbe accertato che i due giornalisti italiani furono prelevati all'hotel Triumph di Damasco dai miliziani di Habbash, interrogati e uccisi pochi giorni o poche ore dopo. Armati, comunque, chiese il rinvio a giudizi per favoreggiamento del colonnello Giovannone e del generale Santovito (il direttore del Sismi di cui avevamo già parlato). E perché mai il capo del SISMI e un importante ufficiale dei Servizi sarebbero accusati di favoreggiamento nel rapimento e omicidio di due giornalisti italiani in Libano??? Chissà… a causa della morte dei due, l'inchiesta si concluse con un nulla di fatto. Santovito e Giovannone sono morti entrambi fra il 1984 e il 1985, il primo a 66 anni il secondo a 64.

Per conoscenza, nel 1986, si concluse con un nulla di fatto anche il processo a George Habbash, che fu prosciolto in tutti i gradi di giudizio, con la allora usata formula dubitativa di assoluzione per insufficienza di prove.

Se Santovito lo abbiamo già presentato, il colonnello Stefano Giovannone è figura tutt'altro che minoritaria. Secondo alcuni sarebbe stato lui a "trattare" con i palestinesi quei famosi patti fra il terrorismo e il nostro Paese. Sto parlando, finalmente, del cosiddetto "lodo Moro", del quale si trova traccia anche nel memoriale scritto dallo stesso Aldo Moro durante la prigionia delle BR, e che riguarda un accordo segreto con la dirigenza palestinese, appunto concordato dal SISMI attraverso il colonnello Giovannone. La prigionia, quella di Moro, accaduta due anni prima di Bologna, cui lo Stato non seppe dare risposta, se non quella delle sedute spiritiche di Romano Prodi, e quella della teoria di "non trattare con il terrorismo"… Tornando al lodo Moro, si consiglia la lettura del Dossier sulla Strage di Bologna denominato "La pista segreta" edito nel 2011, a seguito dei lavori della Commissione Stragi (XIII legislatura) e poi della commissione d'inchiesta riguardante il dossier Mitrokhin e l'attività d'intelligence italiana (XIV legislatura) laddove sono emersi elementi inediti sui collegamenti internazionali del terrorismo italiano e sulle reti dei nostri servizi segreti coi principali Paesi arabi come Siria, Libano, Libia, Yemen del Sud e Iraq.

Nel citato dossier è possibile collegare i pezzi di un inquietante mosaico occultato per decenni, quindi verificare e scoprire di uno dei segreti più rilevanti della Repubblica: gli accordi con la dirigenza palestinese, il lodo Moro appunto, che prevedeva che non vi fosse nessun coinvolgimento diretto dell'Italia in attentati palestinesi in cambio di libero accesso al territorio da parte dei gruppi antisraeliani legati all'OLP e l'utilizzo della Penisola per il trasporto sicuro di armi ed esplosivi. In cambio, in oltre, i Paesi arabi avrebbero garantito adeguato afflusso di petrolio per l'Eni ed un accordo commerciale con FIAT. Adesso pensate ai retroscena del traffico di armi tra FPLP e Italia (e l'origine militare, probabilmente para-sovietica, dell'esplosivo usato a Bologna); le minacce al governo italiano per il sequestro dei missili di Ortona e l'arresto del capo dell'FPLP in Italia Abu Anzeh Saleh; i legami di Abu Anzeh Saleh con il terrorista internazionalista Ilich Ramírez Sánchez, detto "Carlos"… sappiate che l'allarme all'antiterrorismo italiano e ai servizi segreti era già pervenuto tre settimane prima della strage; potrebbe essere fallito il tentativo della nostra intelligence di evitare l'azione ritorsiva? Direi di sì… si tenga presente che, ed è accertato, il 1º agosto 1980 è arrivato in Italia il terrorista tedesco Thomas Kram, insieme a Christa Margot Frolich (ricordate questo nome fino alla fine di questo articolo) legato al gruppo di Carlos e ai palestinesi, e che i due erano presenti a Bologna il giorno della strage, salvo poi rifugiarsi a Berlino Est il 5 agosto. Il tedesco Kram era conosciuto come esperto in esplosivi, con un passato nelle Revolutionäre Zellen (Cellule Rivoluzionarie), una organizzazione eversiva della Sinistra estrema attiva nella Germania occidentale, e poi schedato dalla STASI, la Frolich una nota terrorista filopalestinese legata a Carlos… Pensate a tutto questo, pensatelo in quel periodo… Il depistaggio del SISMI sarebbe stato necessario per coprire gli accordi segreti italo-palestinesi, e tutto sommato archiviare la vicenda come stragismo fascista poteva risolvere egregiamente il problema.

«Potrà sembrare, anche qui, una singolare casualità, ma è opportuno riferire per completezza del quadro storico e probatorio la circostanza che Carlos, a metà settembre 1980 (proprio nei giorni in cui si stava mettendo in moto la macchina delle coperture e dei depistaggi) si trovava in Libano, in contatto con ambienti politici filo siriani su probabile iniziativa della Libia. Italo Toni e Graziella de Palo, dunque, furono sacrificati sull’altare dei "patti inconfessabili" tra entità italiane e terrorismo palestinese. È proprio per coprire e tutelare questi "accordi" che i vertici del nostro servizio segreto militare furono costretti a creare una vera e propria "pista alias" che, attraverso un gioco di specchi duplicanti, doveva determinare (semmai gli inquirenti avessero rivolto le loro attenzioni in quella direzione) la deviazione dell'inchiesta in un luogo e su contesti opposti e speculari a quelli che costituivano la verità. Questo vale per il caso dei missili di Ortona, per la strage di Bologna e per la sparizione dei due giornalisti in Libano.» Questo testo, sconvolgente, è nella Relazione della Commissione Mitrokhin sul gruppo Carlos e l'attentato del 2 agosto.

Da questa sommaria analisi delle complicanze del Lodo Moro sulla strage di Bologna, possono emergere, quindi, già due piste alternative di impronta palestinese: una, quella dell'incidente, di cui parla Cossiga, e un'altra, quella della ritorsione per il sequestro dei missili ad Ortona, su cui indagavano Italo Toni e Graziella de Paolo, uccisi. Del resto, il terrorismo palestinese in Italia ha comunque colpito, nei due attentati all'aeroporto di Roma-Fiumicino, uno nel 1973 dove persero la vita 34 persone e uno nel 1985 dove a morire furono in 13. Insomma prima e dopo il lodo Moro. Peraltro sia il FPLP che proprio la OLP collaboravano con le BR-PCC, forse già dai primi anni '70, e spesso proprio il brigatismo rosso aveva agito da braccio italiano per il terrorismo palestinese, come per la uccisione, a Roma, di Ray Leamon Hunt, il comandante della Sinai Multinational Force and Observer Group, la forza militare multinazionale dell'ONU nel Sinai. Fu ucciso dalle BR su richiesta del terrorismo palestinese. Le BR, quelle che uccisero Aldo Moro. Moro, quello del Lodo Moro con il terrorismo palestinese. Moro, quello che lo Stato ha lasciato morire per mantenere la linea della fermezza. «L'uccisione di Moro è avvenuta per mano delle Brigate Rosse, ma anche e soprattutto per il volere di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e del sottosegretario Nicola Lettieri. Se non mi fossero stati nascosti alcuni documenti - ha dichiarato Ferdinando Imposimato, al tempo giudice istruttore della vicenda del sequestro e dell'uccisione di Moro, - li avrei incriminati per concorso in associazione per il fatto. I servizi segreti avevano scoperto dove le Br lo nascondevano, così come i carabinieri. Il generale Dalla Chiesa avrebbe voluto intervenire con i suoi uomini e la Polizia per liberarlo in tutta sicurezza, ma due giorni prima dell'uccisione ricevettero l'ordine di abbandonare il luogo attiguo a quello della prigionia»

Ma la pista palestinese non è l'unica. il 27 giugno 1980, proprio da Bologna era partito l'aereo DC-9 Itavia, volo IH870 per Palermo, che fu misteriosamente abbattuto al largo di Ustica provocando la morte di 81 persone. Le due stragi sembrano separate, distinte, prive di qualsiasi fattore o nesso comune. È complottismo pensare, invece, che siano collegate? Cosa è successo a Ustica? Senza aprire una digressione enorme, il DC-9, possiamo dirlo, è stato abbattuto. Non si è trattato di un incidente, di un malfunzionamento, né di un ordigno a bordo, come provato dalle parti integre della fusoliera, quali vani carrelli e bagagliaio, che dimostra che non vi fosse stata alcuna esplosione interna. Oltre il DC-9, si ricordi, il 27 giugno 1980, fu abbattuto anche un caccia libico, i cui resti furono ritrovati in Calabria…

Quel disastro aereo, probabilmente, vede coinvolte le operazioni militari franco-americane nel Mediterraneo, contro la Libia: il DC-9 si sarebbe trovato sulla linea di fuoco di un combattimento aereo, venendo colpito per errore da un missile NATO esploso contro un MiG dell'aviazione libica. Francesco Cossiga, Presidente del Consiglio dei Ministri all'epoca dell'incidente aereo, nel 2007 ne attribuì la responsabilità a un missile francese «a risonanza e non a impatto», destinato al velivolo libico su cui, almeno per quanto ricostruito da Cossiga, si sarebbe trovato Gheddafi. Sarà vero? Di fatto, il 20 ottobre del 2011, il convoglio di Muʿammar Gheddafi fu individuato da un drone americano mentre lasciava Sirte e fu attaccato da aerei militari francesi. Il resto è storia.

Di certo, se i francesi e gli americani avessero voluto uccidere Gheddafi con una mossa così ardita, l'operazione avrebbe previsto il coinvolgimento della CIA e di altri servizi segreti, Mossad compreso. E quelli italiani? Forse sapevano, forse no… Forse i servizi italiani, proprio per gli affari che il nostro Paese faceva con la Libia e con il mondo arabo, erano stati tenuti all'oscuro. Altrimenti avrebbero vietato il traffico aereo civile… e se invece sapevano? Che non abbiano interrotto i voli civili proprio per proteggere Gheddafi? Chi lo può dire…

Che siano stati gli stessi servizi "alleati" a rendersi responsabili della strage di Bologna, al fine di punire e mettere sotto pressione il governo italiano e la sua eccessiva diplomazia con il mondo arabo, considerata ambigua e contraria alle direttrici atlantiche? È questa la tesi di Carlos. Il filoarabismo dello Stato italiano avrebbe determinato la ritorsione americana, e, senza dubbio, questa sarebbe una verità da non divulgare per nessuna ragione…

Certo, sono solo teorie, per di più argomentate da un terrorista, che peraltro ha cambiato più volte versione, ma certamente appare suggestiva l'ipotesi di un collegamento fra Ustica e Bologna.

«L'Italia dalla nascita della prima Repubblica è stata, come tutti sanno, un paese a sovranità limitata […] ora, nel momento in cui, per questioni contingenti […] ha fatto - raramente - scelte che si sono rivelate in contrasto con le alleanze di cui vi dicevo, ha compiuto, detto in termini politico-mafioso-diplomatici, uno "sgarro". E come nella mafia quando un picciotto sbaglia finisce in qualche pilone di cemento o viene privato di qualche parente. Così è fra gli Stati: quando qualche paese sbaglia, non gli si dichiara guerra; ma gli si manda un "avvertimento", sotto forma di bomba, che esplode in una piazza, su di un treno, su una nave, ecc ecc.». Una tesi audace, che fu proposta da "l'Italia Settimanale" di Marcello Veneziani.

Di un collegamento fra Ustica e Bologna, comunque, parla anche Antonino Arconte, militare ed ex agente segreto di Gladio con il numero G-71, nel suo testo "L'utima missione" edito da Rizzoli nel 2001. Le due stragi avrebbero in comune, ma probabilmente per pura causalità, la città di Bologna e la morte di un numero simile di passeggeri inermi ed innocenti. Hanno in comune insabbiamenti e depistaggi, che abbiano in comune anche la matrice, mandanti ed esecutori? È anche la teoria di Luigi Cipriani, deputato di DP nella X Legislatura.

Cipriani, nel suo discorso in Parlamento del 1990, per il decennale della strage, dichiarò: «Quella di Bologna rispetto alle precedenti fu una strage anomala, perché avvenne in una situazione politica ampiamente stabilizzata, tale da tranquillizzare gli alleati del nostro paese; perciò la strage assume la caratteristica di un tentativo di cancellare dalla città, dall'attenzione della stampa, dal dibattito politico, dall'opera dei magistrati la strage di Ustica. Perché proprio Bologna è presto detto. Innanzitutto perché a Bologna risiedevano gran parte dei familiari delle vittime di Ustica, che dovevano essere zittiti con una strage di enormi proporzioni in città. In secondo luogo perché il Sismi poteva contare sull'appoggio di importanti magistrati alla Procura della Repubblica. Infine, la interpretazione in chiave politica, di attacco alla roccaforte del Pci, sarebbe essa stessa stata un depistaggio sui reali obiettivi, scaricando sulla manovalanza fascista, ampiamente infiltrata dal Sismi, le responsabilità. Come era facilmente prevedibile, il Pci abboccò immediatamente all'amo della strage fascista per colpire le istituzioni democratiche. Ovviamente gli appelli a fare quadrato attorno alle istituzioni contro gli attacchi della destra si sprecarono, tutto il dibattito politico, l'informazione, la magistratura, i servizi vennero impegnati su questo fronte e Ustica cadde nell'oblio. Signor Presidente, da quella lapide dobbiamo togliere le parole "strage fascista", perché ciò è riduttivo e fa parte del depistaggio operato sulla strage di Bologna, diversa dalle altre stragi e che ha molto più a che fare con Ustica e con i rapporti tra Italia, Francia, Stati Uniti, i servizi occidentali e le strutture segrete. Dire che sono stati Fioravanti e compagni è stato un depistaggio: su quella lapide bisogna scrivere "strage di stato"!»

In alternativa, mantenendo un collegamento fra Ustica e Bologna, ma attribuendo alla seconda una responsabilità libica e non atlantica, c'è la teoria del giudice Priore. Il rais libico Gheddafi, infatti, avrebbe minacciato l'Italia durante un comizio a Tripoli nell'agosto 1979, dicendo che «fra poco gli italiani conosceranno il significato della parola terrore». Il 2 agosto 1980, per di più, lo stesso giorno della strage di Bologna, l'Italia, alla Valletta, firmò un accordo per proteggere Malta da possibili attacchi libici, nell'ambito della crisi Malta-Libia. Le minacce libiche all'Italia furono costanti e perdurarono fino a poche ore prima dello scoppio della bomba; ciò è stato confermato dal diplomatico inviato del governo a Malta per la firma del trattato, Giuseppe Zamberletti. Costui lo disse chiaramente: la firma del trattato alla Valletta avrebbe avuto ripercussioni, anche gravi, nei rapporti con la Libia: «Questa radicale modifica di politica internazionale non poteva non portare alcune tensioni che, nella mia posizione di sottosegretario agli Esteri, avevo letto bene perché c'erano stati dei segni premonitori molto importanti. Il primo segno premonitore è quello del capo del Sismi, generale Santovito. Ricordo che una sera, avendomi incontrato, mi volle parlare di questo tema e mi disse: “lei sta grattando la schiena della tigre; stia attento perché questo gesto va in direzione opposta ad una politica di amicizia e di rapporti particolarmente collaborativi che abbiamo tenuto sempre con quel Paese”. La seconda, mi è venuta da una fonte autorevole. L'allora presidente della commissione Esteri, Andreotti, che in quel periodo non aveva incarichi di governo e mi telefonava per dirmi: “stai attento, abbiamo buone relazioni commerciali ed economiche con la Libia; so che questo gesto di fornire la garanzia militare e, quindi, anche di creare un’antenna militare a Malta, perché sia presidio di questa garanzia, viene letta a Tripoli come un’operazione in funzione anti-libica e, quindi, i nostri rapporti economici possono subire un danno da questa decisione”. Ed aggiunse: “perché per questa piccola isola del Mediterraneo dovremmo mettere in discussione i rapporti che abbiamo da tempo con un paese che è un grande rifornitore di petrolio del nostro paese ed è anche un paese con cui abbiamo buone relazioni economiche?”. Il terzo segnale è l'interpretazione autentica. Una delegazione libica venne alla Farnesina e mi espose l'ostilità libica alla conclusione di questo accordo: “state facendo un gesto che mette a repentaglio i nostri rapporti; non possiamo non leggere con preoccupazione un cambiamento di atteggiamento come questo”. Ancora: “questa cosa si aggiunge allo schieramento dei missili nucleari a Comiso, di fronte alle coste libiche, non possiamo non intravedere un combinato disposto di due minacce che vengono proiettate dal vostro paese nei nostri confronti".»

Il magistrato Rosario Priore, ex titolare dell'inchiesta su Ustica nonché sui legami tra P2 e Brigate Rosse, peraltro parente di una delle vittime della strage di Bologna, ha argomentato che il DC-9 di Ustica fu abbattuto da un missile libico o francese durante il conflitto fra le aereonautiche militari francesi, statunitensi e libiche, ma che Bologna fu la vendetta di Gheddafi per l'attentato di Ustica e per il Trattato della Valletta dello stesso giorno della strage. Secondo Priore, anche se ad agire fossero stati gruppi terroristici filopalestinesi operanti in Europa come quelli di Carlos, la regia e l'esplosivo usato sarebbero di sicuro stati di origine libica. Ne parla anche l'ex capo brigatista Giovanni Senzani, che attribuirebbe, la strage (assieme all'attentato alla sinagoga di Parigi e quello alla SIOT di Trieste) alla regia del KGB, che tramite la STASI (polizia politica della Germania Est) finanziava il gruppo di Carlos e la causa palestinese. Per avvalorare questa tesi, dovremmo affrontare la questione della 86° vittima della strage di Bologna.

Durante il già citato processo a Cavallini sono emerse prove, attraverso le analisi del DNA all'epoca dei fatti non ancora in uso alla scienza, di una 86° vittima, le cui spoglie sono state sepolte insieme a quelle attribuite a Maria Fresu. Secondo l'ex giudice è possibile che sul corpo di Maria Fresu ci fossero tracce compromettenti, forse dell'esplosivo di origine militare, e che potevano portare alla pista del terrorismo arabo, oppure e addirittura che il corpo di una ottantaseiesima vittima, di sesso femminile, sarebbe stato scambiato col suo, come depistaggio, dai servizi segreti italiani deviati, per evitare indagini sull'identità della donna misteriosa, che poteva condurre alla verità del lodo Moro.

Sta di fatto che il corpo di Maria Fresu non fu mai ricomposto, il suo riconoscimento fu effettuato in maniera molto approssimativa, e fu dichiarato che la povera donna, essendo molto vicina alla esplosione, si fosse in sostanza "disintegrata"… è una tesi molto azzardata, cui la magistratura si è piegata, e facilmente confutabile dal fatto i corpi della figlia di Maria Fresu e di un'amica erano pressoché intatti, mentre un'altra amica, anch'ella vicina alla bomba, incredibilmente si salvò; a ciò si aggiunga la non corrispondenza del gruppo sanguigno ricavato dai pochi lembi di pelle attribuiti alla Fresu. Le indagini di Priore, poi, si sono orientate sul materiale esplodente, che parrebbe di origine militare cecoslovacca e venduto in grandi quantità al governo libico, utilizzato anche per altri attentati negli anni ottanta e venduto, dalla stessa Libia, anche a Cosa Nostra. Si tratta del Semtex, utilizzato per la strage di via D'Amelio, ma anche nella Strage del Rapido 904, il treno Napoli-Milano che vi fu protagonista domenica 23 dicembre 1984, allorquando vi furono 15 morti e 267 feriti.

In una intervista al quotidiano Il Tempo, Priore dichiarò: «Dopo la strage, una ragazza italiana e un ragazzo mediorientale andarono all'obitorio alla ricerca di qualcuno che conoscevano e non riuscivano a trovare. A un certo punto, quando si trovarono davanti due cadaveri, sobbalzarono, come se avessero riconosciuto dei loro amici. Ebbene, all'epoca nessuno si premurò di sentire testimoni. La donna e l'uomo non si fecero riconoscere e si dileguarono. Nessuno ha mai saputo chi fossero né chi avessero riconosciuto. Ed è davvero molto strano, visto che in un obitorio non si entra e si esce liberamente, soprattutto dopo una strage.»

Se la ipotesi di una attentatrice donna, probabilmente filopalestinese, dotata di esplosivo cecoslovacco fornito dalla Libia per vendetta contro l'Italia, vi sembra troppo forzata, vale la pena di aggiungere che, a Bologna, come confermato dal sottosegretario di Stato Ivan Scalfarotto nel 2015, sul luogo della strage, furono ritrovati il passaporto, una borsa e dei documenti personali di tale Salvatore Muggironi, militante nei gruppi dell'estrema sinistra della Barbagia (Barbagia Rossa, un gruppo vicino alle BR). Nel gruppo di Muggironi militavano anche Giovanni Paba e Franco Secci (anch'essi ritenuti vicini alle BR), che nel 1976 furono arrestati in Olanda per trasporto di armi ed esplosivo su un treno diretto alla stazione di Amsterdam. I due avevano con sé, anche, un elenco di nominativi di terroristi italiani e palestinesi detenuti nelle carceri italiane. Gli alibi di Muggironi furono deboli e non confermati, ma su di lui e i sui legami con le BR, e dei legami di queste ultime con i palestinesi, non si indagò più di tanto.

Poco fa avevo accennato alla presenza del terrorista tedesco Kram a Bologna il giorno della strage. Il giudice Priore ne ha anche per lui, tanto è vero che lo stesso Thomas Kram ha poi querelato Rosario Priore, ma il GIP di Roma Pierluigi Balestrieri ha archiviato la denuncia per diffamazione poiché, a suo dire, la pista tedesca era basata su una "seria e attendibile piattaforma storiografica"; lo stesso Priore, comunque, ammette che, in via teorica, l'esplosivo possa anche essere detonato per errore a causa del caldo estivo, (la teoria dell'incidente di Cossiga) e il suo originale obiettivo poteva essere il super-carcere di Trani, dove i terroristi avrebbero dovuto abbattere le mura per liberare Abu Anzeh Saleh.

Anche l'on. Enzo Raisi, nel suo testo "Bomba o non bomba", ha sostenuto la tesi che la bomba sarebbe dovuta esplodere contro un obiettivo più simbolico per la causa palestinese, come accadde con le due stragi di Fiumicino (in cui si colpirono, tra le vittime, alcuni italo-israeliani), anche lui, che ha molto approfondito l'accadimento, propende per la tesi di Francesco Cossiga, mentre secondo l'archivio Mitrokhin Bologna sarebbe stata l'obiettivo fin da subito.

Raisi si è molto concentrato su Carlos, su Kram e sulla sua complice, Christa Margot Frohlich (non dimenticate questo nome) a sua volta moglie del brigatista romano Sandro Padula, la quale alloggiava all'Hotel Jolly proprio di fronte alla stazione, e fu vista con una grossa valigia. Anche per Raisi l'assassinio della de Palo e di Toni in Libano faceva parte del depistaggio: l'omicidio sarebbe stato compiuto dal FPLP e dai servizi segreti italiani per coprire il secondo scandalo dopo Ustica che, nel giro di un mese, aveva comportato immani e luttuose tragedie, nonché troppa sfiducia nelle Istituzioni da parte della pubblica opinione che se avesse saputo degli affari fra Italia e terrorismo arabo, di certo, avrebbe avuto una sobillazione non da poco.

Fin qui, quindi, al netto della ipotesi di "punizione americana" per le politiche filoarabe del governo italiano e per distogliere l'attenzione sui fatti di Ustica, le "direttrici arabe" sembrano essere due: quella squisitamente palestinese, che a sua volta potrebbe anche essere solo un incidente o un errore, e quella libica, che invece presuppone una vera azione mirata contro l'Italia. Ovviamente le due piste potrebbero intersecarsi fra di loro, e -come visto- prevedere anche l'intervento di gruppi terroristici operanti in Europa come dei servizi sovietici e del blocco dell'EST. Comunque sia la verità in nessun caso sarebbe potuta venir fuori: non si poteva attribuire la responsabilità alla CIA, altrimenti l'Italia sarebbe, e giustamente, dovuta andar via dalla NATO in piena guerra fredda, né all'OLP per non divulgare il lodo Moro, né alla Libia per non turbare ulteriormente in rapporti già tesi con questo importante partner commerciale petrolifero. Toni e de Paolo, in tutto questo, sono stati considerati "sacrificabili" perché, forse, troppo vicini alla verità. Molto meglio attribuire la colpa a dei ragazzi ventenni della estrema Destra, non c'è che dire… anche se a Bologna, il 2 agosto 1980, dentro la stazione centrale, c'erano almeno tre esponenti della eversione di estrema sinistra, legati al terrorismo palestinese e a quello italiano: Kram, Muggironi e la Frohlich. E probabilmente un'altra persona, la 86° vittima di cui nessuno ha reclamato il corpo o denunciato la scomparsa, che sarebbe morta vicinissima alla deflagrazione…

La vicenda processuale è stata incredibile, e meriterebbe di essere analizzata a parte.

la sentenza finale che ha condannato Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro «come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l'attentato di Bologna» e per aver «fatto parte del gruppo che sicuramente quell'atto aveva organizzato» è del 1995, mentre nel 2007 è stato condannato Luigi Ciavardini, minorenne all'epoca dei fatti; solo nel 2020, è arrivata la sentenza di condanna per Gilberto Cavallini. Anche questo ultimo dato è emblematico: ci sono voluti ben 40 anni per addivenire all'ultima sentenza di condanna, ma Il 28 agosto 1980, dopo sole tre settimane dalla strage, la Procura della Repubblica di Bologna già decise che le responsabilità fossero fasciste, ed emise 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari, di Terza Posizione e del Movimento Rivoluzionario Popolare. A questi se ne aggiunsero, in breve, un'altra cinquantina. Le accuse erano di varia natura, anche generica, di associazione sovversiva, banda armata ed eversione dell'ordine democratico. In base ai rapporti della DIGOS, e anche in ragione di testimonianze e dichiarazioni dei detenuti che raccontarono di fatti sentiti in carcere, finirono sotto inchiesta molti esponenti in vista degli ambienti della Destra radicale, e furono sottoposti a misure, oltre la Mambro e Fioravanti, numerosi altri, fra cui Roberto Fiore, Massimo Morsello, Gabriele Adinolfi, Sergio Calore, Elio Giallombardo, Amedeo De Francisci, Massimiliano Fachini, Roberto Rinani, Claudio Mutti, Mario Corsi, Paolo Pizzonia, Ulderico Sica, Francesco Bianco, Alessandro Pucci, Marcello Iannilli, Paolo Signorelli, Pierluigi Scarano, Francesco Furlotti, Aldo Semerari, Guido Zappavigna, Gianluigi Napoli, Fabio De Felice e Maurizio Neri. Tutti furono poi scarcerati, ma molti proseguirono le vicende processuali su Bologna.

Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, ha accumulato 134 anni e 8 mesi di carcere, oltre ad altre sei condanne per 8 omicidi tra il febbraio del 1978 e quello del 1981; Francesca Mambro ha accumulato 84 anni e 8 mesi di reclusione per vari reati. Eppure Fioravanti e Mambro, che hanno sempre ammesso e riconosciuto reati ed omicidi a loro imputati, e che nulla hanno da perdere o da guadagnare, viste le tante condanne a loro carico, si sono sempre dichiarati innocenti ed estranei all'attentato di Bologna. Nessuno ha mai dimostrato la loro presenza a Bologna quel giorno. Al contrario, Mambro e Fioravanti hanno sempre ripetuto che il 2 agosto erano a Treviso in compagnia di Gilberto Cavallini.

Ad "inchiodarli" furono le testimonianze artefatte, contraddittorie, inconcludenti, ritrattate e nebulose di tale Massimo Sparti, criminale comune, arrestato il 9 aprile del 1981 e due giorni dopo già pentito, collaboratore di giustizia e principale accusatore; ad accusare Ciavardini, invece, fu Angelo Izzo, noto come il mostro del Circeo, arrestato per aver violentato, seviziato e quasi ucciso due donne, poi evaso, di nuovo arrestato, poi liberato in libertà vigilata e nuovamente resosi protagonista di efferati reati che culminarono con la morte di due donne nel 2005. Quanto fosse da considerare attendibile la testimonianza di Izzo sfugge ai più, tanto più che Izzo accusò Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini finanche dell'omicidio di Piersanti Mattarella; Izzo, inoltre si è anche autoaccusato dell'omicidio di Amilcare Di Benedetto, ucciso quattro mesi prima del massacro del Circeo, il cui corpo però non è mai stato ritrovato, nonché rivelò ad una giornalista, Donatella Papi (che poi sposerà) di essere responsabile "di altri fatti gravissimi per la nostra Repubblica". Izzo, quale testimone di alcuni "sentito dire", si spinse ad accusare della strage di Bologna anche Nanni De Angelis e Massimiliano Taddeini, il loro alibi, però, era oggettivamente di ferro in quanto il 2 agosto 1980 erano entrambi a Terni, per disputare la prima finale nazionale di football americano, ripresi dalle telecamere Rai e alla presenza di circa 2.000 spettatori. Nonostante tutto Angelo Izzo fu considerato attendibile; per la strage di Bologna, il 23 settembre 1980 furono spiccati dei mandati di arresto che riguardano molti esponenti di Terza Posizione tra cui Nanni De Angelis e il fratello Marcello. Nanni De Angelis e Luigi Ciavardini furono arrestati, insieme, il 3 ottobre a Roma e solo due giorni dopo il primo fu ritrovato impiccato nella sua cella, dopo un breve ricovero in ospedale per le percosse subite dalla polizia. Per quanto riguarda Sparti, Ennio Remondino, giornalista della RAI, riuscì a dimostrare a seguito di una inchiesta, che il tumore che garantì la scarcerazione del teste chiave Sparti, nel 1981, era falso, e che la cartella clinica di quest’ultimo era andata distrutta in uno strano incendio divampato, proprio poco tempo prima, all’interno dell’Ospedale San Camillo di Roma.

Sono passati quarant'anni dalla terribile strage alla stazione di Bologna, e la verità giudiziale che è stata pronunciata è priva di elementi essenziali quali mandanti, finanziatori e movente. Dovremmo credere che un gruppo di giovani dediti allo spontaneismo armato, quindi senza mandanti, abbia commesso in totale solitudine un così efferato piano stragista, utilizzando peraltro materiale esplodente di produzione militare, proprio mentre attorno a loro, in un intricato ed inestricabile intreccio, si sviluppavano intrighi diplomatici, terrorismo internazionale, interventi dei servizi segreti di mezzo mondo, depistaggi e cadaveri scomparsi; il tutto senza una rivendicazione, senza un apparente di un risultato politico, e solo sulla base di testimonianze indirette di delinquenti comuni.

Per di più, il recente processo a Cavallini ha fatto emergere numerose novità che dovrebbero rimettere in discussione tutte le risultanze nei confronti dei condannati: oltre la presenza di una 86° vittima, solo di recente è stato individuato l'interruttore dell'ordigno, all'epoca non riconosciuto dai periti ma oggi accertato come tale dall'esplosivista geominerario Danilo Coppe: si tratta di una leva "artigianale" risultata difettosa, molto simile ad un'altra che fu ritrovata meno di due anni dopo, il 18 giugno 1982, durante una perquisizione a Christa Margot Frolich. La stessa Frolich che ha dormito all'hotel Jolly, di fronte la stazione di Bologna, la notte fra l'1 e il 2 agosto, l'amica di Kram, la moglie del brigadista Padula… la stessa Christa Margot Frolich, fermata e arrestata all'aeroporto di Fiumicino, quando trasportava una valigia contenente 3 chilogrammi e mezzo di miccia gommata verde, composta da Pentrite prodotta nei Paesi del Patto di Varsavia, un timer, una sveglietta a batteria marca Emes dalla quale fuoriuscivano due fili elettrici, due detonatori elettrici in alluminio e un oggetto a forma di staffa semicurva con un interruttore, identico a quello trovato dal perito Danilo Coppe.

In conclusione a Bologna sono ufficialmente morte 85 persone; tuttavia le vittime risultano essere 86, assunti gli ultimi ritrovamenti. E, probabilmente, vittime sono anche i quattro condannati per un delitto così grave ed efferato laddove, come credo di aver dimostrato, esiste più di un ragionevole dubbio sulla loro effettiva colpevolezza. Ma c'è anche un'altra vittima: la Verità. Insabbiata, deviata, depistata, occultata, violentata per quarant'anni.

Alcuni uomini, anche di sinistra, hanno avuto la onestà intellettuale di non credere ciecamente alla verità giudiziale, anche attraverso il Comitato trasversale "E se fossero innocenti". Il 2 agosto 2020, in svariate città italiane, il Comitato "L'ora della Verità" ha manifestato pubblicamente per chiedere, finalmente di fare piena luce sulla strage di Bologna. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che nell'anniversario della strage auspicava di "squarciare il velo che ci separa dalla Verità sulla strage di Bologna" potrebbe degnarsi di rispondere alla interrogazione del sen. Claudio Barbaro o almeno desegretare quanto ancora coperto sul caso Toni e de Palo.

Nel raccontare alcuni tratti di questa tragica storia italiana, mi è sembrato che la realtà abbia superato la fantasia dei film di spionaggio internazionale o delle più azzardate teorie cospirazioniste. Se anche la metà delle ipotesi alternative alla verità giudiziale che ho tratteggiato fossero vere, ci sarebbe da riscrivere completamente la storia della Repubblica.

Del resto i depistaggi, le manovre dei Servizi e l'apposizione dei Segreti di Stato caratterizzarono tutte le indagini sulle principali stragi avvenute negli anni di piombo, anche da prima di Ustica e Bologna, come la strage di piazza Fontana compiuta il 12 dicembre 1969, la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974, la strage dell'Italicus del 4 agosto 1974, eccetera. Ma sempre nel mirino della magistratura c'è finita l'eversione di Destra, composta generalmente da giovani, tendenzialmente organizzati spontaneamente in un arcipelago di sigle spesso minimali, talvolta strumentalizzate da Servizi e Questure.

Era la "strategia della tensione" che garantiva consenso ai Partiti moderati, che copriva le vergogne di un Paese anomalo, che durante la guerra fredda era a metà geografica e politica fra le posizioni Atlantiche e Sovietiche, che faceva affari con gli arabi pur essendo amico di Israele, e che dopo la caduta del muro ha consentito, a quel ceto politico che si è mantenuto al potere ininterrottamente grazie, anche, alla tensione degli opposti estremismi, di gestire il più grande patrimonio pubblico industriale, logistico, manifatturiero e siderurgico dell'intero Occidente, eredità della dittatura fascista, puntualmente liquidato e svenduto.

Qualcuno è stato al potere per un cinquantennio, qualcuno si è fatto i miliardi, qualcuno è morto ucciso, qualcuno sta pagando per colpe non sue.