Alle origini del Cineocchio

Fonte Immagine: PentagrammaMagazine

Un video, un film, una polaroid, un manifesto, un selfie. Il presente che abitiamo sembra essere ormai completamente tappezzato di immagini ed elementi multimediali.

La storia che lega uomo e rappresentazioni trova le sue radici in tempi molto lontani. Ritrovamenti come graffiti e pitture rupestri rinvenute alle grotte di Lascaux o in Val Camonica sono testimoni del rapporto ancestrale che esiste tra l’essere umano e la necessità di immortalare e concretizzare “il potente spettacolo” della vita di cui parlava in una delle sue poesie più famose Walt Whitman. Grazie all’avanzamento delle tecnologie, le incisioni sono state sostituite nel tempo da sculture, dipinti, dagherrotipi, fotografie, fino ad arrivare alla possibilità di animare illustrazioni e fotogrammi. Ma come è stato possibile tutto ciò?

Prima della nascita del cinematografo, fiere e festival si riempivano di visitatori e curiosi da ogni dove, attirati soprattutto dalla possibilità di assistere ad illusioni e giochi di prestidigitazione. Spesso all’interno di grandi capannoni in tela e legno (non un’ottima scelta, visto il materiale altamente infiammabile che si trovava al loro interno!) si potevano ammirare oggetti di ogni tipo: diorami (rappresentazioni e vedute che grazie a particolari giochi di luce davano l’illusione all’osservatore di un panorama colto nelle varie ore del giorno); lanterne magiche (simili per il loro funzionamento ai proiettori moderni); taumatropi (dischetti che facevano ruotare velocemente due immagini sovrapposte suggerendo a chi guardava la sensazione del movimento) ed infine il kinetoscopio. Quest’ultimo era un macchinario inventato da Thomas Edison che permetteva a chiunque ne rimirasse l’interno di assistere ad una brevissima pellicola.

A quanto pare, i fratelli Louis e Auguste Lumière ebbero l’idea di lavorare alla loro opera più grande proprio subito dopo aver preso parte ad uno di questi eventi. Quella capacità di giocare con le immagini, di renderle dinamiche, un flusso inesauribile, vera e propria imitazione della vita avevano avuto grande effetto agli occhi dei due imprenditori parigini. I due, figli di un fotografo di grande fama, erano per ovvie ragioni già affini alla materia, tanto che negli anni successivi sarebbero anche giunti all’invenzione dell’istantanea. Ma ciò che presentarono al "Salon Indien du Grand Café" nel 1895 è qualcosa di completamente diverso. Il pubblico è composto da appena una trentina di persone, dubbiose e intrigate da ciò che le aspetta. Tutti sono al loro posto: il buio, un rumore, come uno scatto ed ecco che una parete si anima. Quei pochi fortunati spettatori paganti stavano assistendo al primo film della storia. Ai nostri occhi, qualcosa che potrebbe apparire poco interessante: una brevissima proiezione di operai ripresi all’uscita dalla fabbrica dei Lumière. Eppure per l’epoca, si trattò di una visione senza pari. In poco tempo, la notorietà del marchingegno dei Lumière accrebbe enormemente, destando la voglia da parte di tutti di salire a bordo della nascente “industria cinematografica”. Immaginate lo stupore di un uomo o di una donna, alle porte del XX secolo, dinanzi alle immagini in movimento di un treno che si avvicina pericolosamente agli occhi terrorizzati del pubblico. Comprendere che si trattasse di una finzione non era affatto cosa scontata. E fu forse proprio quella occulta, quasi macabra capacità di portare in vita l’inanimato che attirò più di tutto l’attenzione di una nuova fetta di spettatori.

Per alcuni, la nascita del cineocchio fu un evento favoloso: Martin Scorsese nel suo Hugo Cabret cerca di trasmettere l’idea di cosa potesse significare per un’umanità assolutamente non avvezza a simili spettacoli trovarsi dinanzi ad un nuovo modo di “vedere”. Nel film del 2011 vincitore di ben 5 statuette al "Dolby Theatre", il regista italoamericano riesce a mediare la sensazione di scoperta e meraviglia legata allo sviluppo del nuovo dispositivo cinematografico. Di fronte alle sperimentazioni di Geroges Melies (uno dei primi grandi “director” del cinema), il duo di bambini protagonista della pellicola ripete frasi significative, da intendere come una trasposizione del sentimento comune di un pubblico ai primordi:

«Ha detto che è stato come vedere i suoi sogni in pieno giorno

«È come L'isola che non c'è, L'isola del tesoro e Il mago di Oz messi insieme

Sarebbe però ingenuo credere che un cambiamento memorabile come l’invenzione del cinematografo avrebbe ottenuto solo accoglienze calorose. Cesare Lombroso, fondatore dell’antropologia criminale, nutriva molti dubbi sul nuovo media. La messa in scena così esplicita e cruenta di situazioni anche contrarie alla morale comune, poteva a suo parere condurre alla degenerazione gli individui più deboli e suggestionabili. Non mancava inoltre chi assegnava persino valenze demoniache al macchinario dei fratelli Lumière: l’idea di visualizzare immagini capaci di simulare il movimento sembrava per molti un’opera paranormale, come se la camera oscura prima e la pellicola in celluloide poi fossero in grado di rubare l’anima, l’essenza, di ciò che rappresentavano. Un esempio rilevante di questa diffusa opinione è un breve racconto di Champfleury, in cui questo autore francese semisconosciuto parla della posa per un dagherrotipo (antenato della nostra fotografia) da parte di un giovanotto che prima di apparire nel suo nuovo ritratto…scompare nel nulla, trasformandosi in pura illustrazione.