Analisi del voto in Provincia di Avellino con riferimento al dato elettorale del centro-destra

Fonte Immagine: avig

Avvertenza: Tale documento è esclusivamente una analisi sul fallimento del marketing elettorale e sulla inadeguatezza della offerta politica della coalizione guidata da Stefano Caldoro, con particolare attenzione per la Lega-Salvini Premier. Non vi si troverà nessun accenno alle polemiche interne ai Partiti, né alcun giudizio politico sui candidati, ma esclusivamente un approfondimento scientifico sulla disarmante portata della sconfitta.

PREMESSA.
In Irpinia il Centrosinistra stacca di 60 punti percentuali il Centrodestra (De Luca 75,30%, Caldoro 15,76%). È il peggiore risultato italiano del Centrodestra in questa tornata regionale, probabilmente fra i peggiori in assoluto di tutti i tempi e di tutte le elezioni svolte nel Paese.
Questa analisi del voto vuole essere uno strumento più tecnico che politico, nell’assunto che l’elaborazione scientifica dei dati ed il loro raffronto analitico sia più efficace di ogni commento; naturalmente si proverà ad accennare qualche proposta o ad evidenziare i limiti del Centrodestra, ma esclusivamente sulla base dei dati, senza entrare nelle dinamiche interne ai Partiti.
La questione è capire quanto siano sovrapponibili le cause e gli effetti della sonora debacle: il Centrodestra è andato male perché gli elettori hanno semplicemente preferito, e di gran lunga, De Luca e i candidati del Centrosinistra, ovvero il Centrosinistra è andato bene (anche) perché gli elettori non hanno minimamente individuato in Caldoro e nei candidati del Centrodestra la benché minima interlocuzione.
Certo, sulla figura di De Luca si è sviluppata una enorme popolarità, e fin qui non ci piove. Ma popolarissimi sono anche Salvini e Meloni e, se vogliamo, questa è anche la regione di Di Maio e di Roberto Fico, la provincia del sottosegretario M5S Carlo Sibilia e di vari parlamentari del movimento grillino. E allora come è possibile che il Centrosinistra superi il 75% dei voti?
De Luca ha affrontato la campagna elettorale forte di apparato e di telegenicità, mentre Caldoro è apparso tiepido, ininfluente e in affanno: la sua stessa candidatura è stata molto indebolita dalle quotidiane smentite e delegittimazioni, ricevute dal suo stesso schieramento e a volte dal suo stesso Partito, a partire dalla fine del 2019. Ma per restare alla analisi “irpina”, dove lo sceriffo e le sue liste raggiungono il 75%, questo non basta a spiegare il dato.
Il Centrosinistra irpino è forte, fortissimo, ma non aveva mai toccato punte così bulgare di consenso. 5 anni fa staccò il Centrodestra di 16 punti, ma alle politiche 2018 risultò terzo, dopo 5 Stelle e Centrodestra, alle europee 2019, sommando i voti dei singoli Partiti, in provincia di Avellino risultò primo il Centrodestra, secondo il M5S e nuovamente terzo il Centrosinistra.
Il raggiungimento dell’odierno 75% evidenzia una incontrovertibile realtà: molti elettori che, nelle altre e recenti occasioni, avevano votato per il Centrodestra o il Movimento 5 Stelle, hanno cambiato il loro orientamento di voto. Questa analisi proverà ad entrare nei dati, al punto di spiegare, almeno in parte, i fenomeni e le categorie di questo meccanismo; anticipando le conclusioni si può già adesso tratteggiare una interpretazione: essere candidati, alle amministrative, sotto un “simbolo” non comporta, se non in minima parte, che l’elettore riconosca valenza ideologica e valoriale a quella candidatura. Quando si esprime per le elezioni politiche, di fatto, esplica una preferenza per i leader del Partito il cui messaggio trova maggiormente convincente, probabilmente anche a prescindere dai candidati locali alla Camera o al Senato; all’opposto, quando esprime la preferenza per Comune e Regione, sceglie il suo candidato alla carica di consigliere probabilmente anche a prescindere dalla lista in cui è candidato.
È il massimo grado di “sfiducia” nei confronti della politica. L’elettore non crede più che affidare la amministrazione degli Enti territoriali ad una coalizione piuttosto che ad un’altra faccia differenza in termini di visione e di valori, e quindi si concentra sui candidati: premia chi ritiene più credibile, più presente, più sensibile, più efficace nel rappresentarlo. L’alto tasso di astensionismo, considerato anche il concomitante referendum, conferma la tesi: metà corpo elettorale non ritiene nessun candidato meritevole e nessuna lista autorevole, l’altra metà -visto l’altissimo numero di preferenze espresse per i singoli candidati- va a votare, in massima parte, perché raggiunto e persuaso da un messaggio peculiare di richiesta del voto. Praticamente è solo una esigua minoranza quella rappresentata dagli elettori che, in cabina, entrano con il convincimento di votare il proprio Partito sempre e ad ogni elezione: questa è una categoria limitata, relativa ad un elettorato militante e fidelizzato. La maggior parte, invece, necessita di una spinta motivazionale: solo quando il voto è “politico”, quindi, si lascerà guidare dalle proprie convinzioni, ma sul voto locale deve essere persuaso da una richiesta peculiare, una sollecitazione convincente, un’opera strategica di marketing elettore personalizzato.
Ai fini di questo studio è irrilevante se il messaggio sia arrivato a destinazione attraverso le buone pratiche della proposta politica o quelle tipiche del malcostume della clientela sen non peggio del ricatto; per quanto ci riguarda la nostra conclusione è che se il voto non viene chiesto e sollecitato, irrimediabilmente, non viene concesso dall’elettore che, diversamente e come detto, in massima parte o non va a votare spontaneamente o vota per i più bravi a convincerlo, seppur candidati in liste e schieramenti diversi dai suoi convincimenti generali.
Gli elettori, quindi, nel caso in questione non solo hanno voluto premiare De Luca e il suo decisionismo mediatico, ma al contempo hanno, senza appello, giudicato il Centrodestra (e il M5S) che pur aveva avuto, alle europee e alle politiche, vasti consensi, incapace di essere interlocutore della società, non credibile per condividere un percorso, inadeguato a rappresentare un territorio. E quando finisce così, non ci sono scuse: la proposta politica è fallita.
IL CONFRONTO CON LE REGIONALI 2015
Nel 2015, cinque anni fa, ugualmente vinse il Centrosinistra in Irpinia, ma Centrodestra riuscì a convincere, almeno, un elettore su tre (le liste raggiunsero il 34% e Caldoro il 33%), che in un quadro tripolare è proprio il minimo sindacale. Oggi, intorno al 15%, l’intera coalizione ha convinto solo un elettore su sette, praticamente dimostrandosi come una area politica residuale, marginale, ai limiti della irrilevanza.
Nel 2015, però, Forza Italia candidò: Franco Di Cecilia, sindaco di Sturno e consigliere provinciale da diversi mandati, Giuseppe Galasso, già sindaco della città capoluogo per due mandati. Insieme raggiunsero più di 11.000 voti di preferenza (che sono di più della Lega di oggi, primo Partito del Cdx) ai quali aggiungere quelli di Ines Fruncillo, dirigente storica, che risultò terza, ma con le sue 3.450 preferenze di allora, oggi sarebbe la più votata in assoluto del Centrodestra. A completare la lista, Marica Grande, che con 2.000 voti sarebbe stata la più votata dell’attuale lista della Lega mentre allora fu l’ultima di FI. Totale Forza Italia 2015: 21.000 voti, pari all’11,43%; oggi prende 7.500 voti, in un inesorabile declino che colloca questo Partito al terzo posto del già misero Centrodestra, con il 3,82%. La somma dei soli voti di preferenza di FI nel 2015 fu di 16.483, più del doppio dei voti complessivi di oggi.
Fratelli d’Italia candidò: Orazio Sorece (3.700 voti), già consigliere comunale della città e capo di un Patronato nazionale che in Irpinia ha decine di sedi operative e Ettore de Conciliis (2.250 voti) dopo due mandati in Consiglio Provinciale; le candidature femminili di Genoveffa Pizza, Assessore al Turismo del Comune di Montella e Carmela Diana, Presidente del Consiglio Comunale di Montoro (3° città della provincia) ottennero insieme altre 1.700 preferenze. Ebbene all’epoca Fdi ottenne più voti di adesso, nonostante nel fosse ancora un Partito acerbo, con soli 8 parlamentari e con tante incertezze sul proprio futuro. Oggi, nonostante Fdi venga data come una forza politica in grande ascesa, capace finanche di superare il M5S, in Irpinia si è fermata al 3,91% mentre nel 2015 arrivò al 4,60%. La somma dei soli voti di preferenza di Fdi nel 2015 fu di 7.639, oggi 4899.
Lista Caldoro candidò: Ettore Zecchino, Antonia Ruggiero e Sergio Nappi, tutti e tre consiglieri regionali uscenti, più Maria Vivolo amministratrice a Bagnoli. Totale oltre 10.600 voti pari al 5,83% mentre oggi si ferma al 2,48%.
Cinque anni fa non c’era la Lega, ma in corsa c’era NCD, Partito mai decollato, che candidò: Pietro Foglia, presidente uscente del Consiglio Regionale e recordman di preferenze e Gino Cusano, consigliere comunale ad Ariano, per tre volte consigliere Provinciale ed anche Assessore Provinciale ai lavori pubblici; a completare il quadro le due candidature femminili di Aldorasi e di Spiezia, all’epoca (come oggi) consigliere Comunale della città capoluogo. NCD, da secondo Partito della coalizione, arrivò a superare i 15.000 voti e raggiungere l’8,27%; la Lega oggi, da primo Partito del Centrodestra, si ferma al 4,92% con meno di 10.000 voti. Solo il compianto Pietro Foglia, all’epoca, ottenne 11.215 voti di preferenza.
Le liste minori di 5 anni fa, sommate insieme, ottennero poco meno della percentuale odierna di Forza Italia (del resto mezza lista di Noi-Sud 2015 è la lista di Forza Italia 2020); oggi non arrivano all’1%: ADC si ferma allo 0,75% nonostante la prova molto significativa di Amerigo D’Onofrio, ex leghista, che sfiora i 1.000 voti di preferenza, tre volte peggio la lista Identità Meridionale.
È chiaro che i candidati odierni del Centrodestra hanno dovuto combattere una battaglia impari, ma di fatto il problema della offerta politica c’è stato: pochi amministratori candidati, scelte, evidentemente, non sempre indovinate da parte dei commissari esterni che presiedono i tre Partiti principali, candidature concesse o confermate l’ultimo giorno e quindi non preparate per tempo, l’evanescenza strutturale dei Partiti e l’esaurimento delle energie militanti, impegnate più nelle contese interne che nella proiezione esterna, sono le prime ragioni che vengono in mente per spiegare la debacle. La verità è che, pur perdendo, i candidati di cinque anni fa ottenevano mediamente numeri ben più significativi di preferenze personali, migliorando i dati complessivi delle loro liste, perché sono riusciti ad attrarre più consenso trasversale e diffuso, mentre oggi, a quanto pare, essi hanno avuto solo la opportunità di guadagnarsi qualche preferenza degli elettori già fedelissimi alla loro area, e che avrebbero, nonostante tutto, votato Centrodestra. Ben pochi, come si vede, peraltro.
IL RAPPORTO VOTI DI PREFERENZA/VOTI DI LISTA FA LA DIFFERENZA
I tre eletti di questa provincia del Centrosinistra (Maurizio Petracca, PD; Vincenzo Alaia, Italia Viva; Livio Petitto, Partito Animalista), da soli, con le loro sole preferenze individuali, hanno preso 42.405 voti, molto più dell’intero Centrodestra che con sei liste e 24 candidati (più i voti di solo simbolo) si ferma a 31.702. Oltre Alaia, Petracca e Petitto, eletti, il Centrosinistra vede, fra i NON eletti: Rosetta D’Amelio (10.069 preferenze, più della intera Lega), Pino Rosato (8.342 voti, ben più della intera Fdi), Carlo Iannace (7.475 voti, praticamente quanto Forza Italia), Michelangelo Ciarcia (che con 6.120 voti ha lo stesso consenso di Lista Caldoro + ADC). Con le preferenze di soli 7 candidati su 60, il Centrosinistra raccoglie ben più del doppio dell’intero Centrodestra. Aggiungendo gli altri 53 candidati in corsa si è arrivati allo scenario “sovietico” del 75%.
Nella graduatoria dei candidati di tutte le liste, nei primi 15, compare un solo candidato di centrodestra, Tonino Aufiero di FI, al 13° posto.
Come già dimostrato in premessa e nel confronto con le regionali 2015, in Irpinia l’attitudine dell’elettorato è esprimere la preferenza per il proprio candidato consigliere; anzi, sono proprio i candidati che, di regola, “tirano le liste”, non come accade altrove, ad esempio come accaduto in Veneto, dove è la lista che catalizza il consenso mentre le preferenze sono espresse in minima parte e comunque “successive” alla scelta della lista. Per una corretta analisi, quindi, occorre il confronto del rapporto voti di preferenza sui voti complessivi di lista, che naturalmente conviene fare solo per i Partiti “veri”, laddove è chiaro che le liste civiche, non avendo voto di opinione né strutture organizzate, abbiano un numero di voti complessivi che è praticamente la somma delle preferenze dei candidati; di liste di questo tipo, De Luca ne aveva moltissime, cioè 13 oltre PD e Italia Viva mentre il Centrodestra solo tre. Queste ultime raccolgono il 3,45%, le liste minori del Centrosinistra il 43,74%. Non c’è bisogno di aggiungere alcunché. Ma entrando nel dettaglio, come detto:
Lega: la somma dei voti dei candidati è 5.637 su 9.692 voti di lista complessivi;
Fdi: la somma dei voti dei candidati è 4.882 su 7.694 voti di lista complessivi;
Forza Italia: la somma dei voti dei candidati è 5.746 su 7.516 voti di lista complessivi;
M5S: la somma dei voti dei candidati è 4.872 su 12.818 voti di lista complessivi;
PD: la somma dei voti dei candidati è 32.830 su 37.834 voti di lista complessivi;
Italia Viva: la somma dei voti dei candidati è 26.850 su 23.959 voti di lista complessivi.
A parte le enormi differenze quantitative, quello che preme far notare è il rapporto dei voti di preferenza su quelli complessivi di lista, dato particolarmente percepibile partendo dai due “estremi”: Italia Viva e M5S. La somma delle preferenze di Italia Viva SUPERA i voti complessivi di lista! Quasi tutti gli elettori di questo Partito, quindi, hanno espresso la preferenza ed in moltissimi ne hanno espresso addirittura due con alternanza di genere; discorso diametralmente opposto per il M5S dove le preferenze sono poco più di un terzo dei voti complessivi (e se vogliamo ipotizzare che, anche fra gli elettori grillini, c’è chi abbia espresso un doppio voto, allora il dato sarà poco meno di un terzo).
Lega e Fdi hanno, grossomodo, ancora una metà di voti di SOLO SIMBOLO, espressi evidentemente da un elettorato che non conosce proprio i candidati o non se ne cura, e vuole solo aderire ad una causa ideale/ideologica, ha una simpatia per Salvini e/o Meloni, o magari ha avuto problemi con l’Amministrazione Regionale uscente.
Volendo definire questi dati con una provocazione, si potrebbe dire che chi voleva votare Alaia, ha DOVUTO votare Italia Viva, mentre chi voleva votare M5S ha POTUTO votare Ciampi.
Alaia e Ciampi sono stati entrambi eletti consiglieri regionali. Il primo con poco più di 15.000 preferenze personali, il secondo in rappresentanza dei quasi 13.000 voti della sua lista. È verosimile pensare che, senza Alaia, Italia Viva avrebbe avuto un risultato molto più scarno; è altrettanto verosimile ipotizzare che, senza Ciampi, che ne ha presi 1.600, il Movimento 5 Stelle avrebbe avuto gli stessi voti.
Questa è una delle introspettive necessarie per capire una delle tante ragioni del fallimento del Centrodestra in Provincia di Avellino. Capire cioè se, come accennato prima, perché i candidati di Forza Italia, Lega e Fdi non siano stati in grado, come i loro avversari, di riscuotere un consenso “a prescindere”, limitandosi, semplicemente, chi più chi meno, di “pizzicarsi” la preferenza di elettori che avrebbero comunque votato il loro Partito, anche con altre candidature.
Alaia, Petitto e Petracca, con oltre 10.000 voti personali (per intenderci, più della intera Lega, primo Partito del Cdx), hanno un enorme bagaglio di voti personali. Nessuno del Centrodestra è neanche lontanamente competitivo. Quello che preme far notare è che tale patrimonio di voti è talmente consolidato che gli stessi sono disponibili, e in gran numero, ad eventuali migrazioni da un Partito all’altro, potenzialmente anche da uno schieramento all’altro, pur di votare i loro riferimenti. Ed infatti:
Vincenzo Alaia di Italia Viva è stato eletto nel 2015 con il Centro Democratico, dopo essere stato Presidente del Consiglio Provinciale con il Centrodestra nonché pure candidato nel Centrodestra alle Regionali 2010, e prima era stato Assessore Provinciale con La Margherita; Livio Petitto è stato candidato nel microscopico Partito Animalista, nonché fosse un esponente dissidente del PD e, infine, Maurizio Petracca, oggi PD, fu eletto nel 2015 con l’UDC dopo essere stato Assessore Provinciale con il Centrodestra.
Loro tre, come tanti altri candidati nel Centrosinistra, si sono dimostrati i “professionisti” delle preferenze. Sanno come si fanno, come si conservano, come si curano e si solidificano. Il Centrodestra no. È un dato. I candidati del Centrodestra restano nel perimetro del loro recinto. La loro campagna elettorale è esclusivamente rivolta agli “adfecionados” (si è visto, sempre di meno) che dopo il comizio, la riunione o l’assemblea, forse, si ricordano di votare o di esprimere la preferenza… I veri professionisti della preferenza conoscono vita, morte e miracoli dei loro elettori e delle loro famiglie, e se non loro in prima persona, saranno i loro riferimenti a conoscerli. Le decine, centinaia di loro riferimenti sul territorio.
Certo, dentro questa casistica così monumentale del consenso del Centrosinistra, probabilmente, ci saranno anche casi di malcostume, ma risulta inutile e stucchevole parlare di prebende, di clientelismo e di coercizione quando si perde con 60 punti percentuali di distacco. Quando c’è la preferenza, è oggettivo, il Centrosinistra è più efficiente, più attrezzato, più professionale a giocare al torneo della democrazia. Loro giocano in Champions League, il Centrodestra al campetto dell’oratorio, privo come si ritrova ad essere, comune per comune, di quella macchina elettorale-militare di cui dispongono i professionisti, fatta di gerarchie di riferimenti territoriali, di eletti e di pezzi della società civile che, chiamati all’appello, rispondono all’unisono.
UN MESSAGGIO POLITICO INEFFICACE E MAL PRESENTATO
Il Centrodestra, che si è posto come forza di cambiamento, si è meravigliato che molti candidati del Centrosinistra invocassero anche essi il cambiamento. Ciò sembra paradossale, essendo gli uscenti i rappresentanti della continuità, non del rinnovamento. Eppure non erano ipocriti i candidati deluchiani che, al pari degli altri, invocavano il cambiamento. Probabilmente si tratta di modi diversi di interpretarlo: per gli elettori non è più sufficiente essere stati alla Opposizione per dichiararsi differenti da chi ha governato, essi tendono ad accumunare l’intero ceto politico in una unica categoria (neanche tanto ben vista). Per un elettore qualsiasi di un Comune a caso, è più significativo, come “cambiamento”, votare per un paesano candidato che, magari, cinque anni prima non si era cimentato, che un Partito della Opposizione; la coalizione di De Luca aveva 15 liste, quindi 60 candidati su 118 comuni, quella di Caldoro solo 6, per un totale di 24. Anche questo è un dato.
Ma oltre le vicende di “campanile”, si è anche evidenziato che invocare un modello Istituzionale, non fa presa quanto proporne uno Gestionale. Non avere neanche grandi capacità per farlo, peggiora senza dubbio le cose, a maggior ragione se dall’altra parte c’è un esercito di sindaci e un oceano di consiglieri comunali bravi e solerti nel confronto coi cittadini. Ridurre la parola “cambiamento” ad un mero slogan senza caratura, costrutto, pensiero, approfondimento e proposta, diventa solo un modo per banalizzarlo e confidare nel voto di protesta di qualche arrabbiato. Ma per fare questo c’è già il M5S, e neanche gli riesce più. Così intesi, il Rinnovamento e il Cambiamento proposti dal Centrodestra finiscono a rappresentare meri “istinti”, mentre per il Centrosinistra reali “istanze”.
Se alle Politiche e alle Europee, l’elettore concede ai candidati di parlare dei massimi sistemi, di mantenersi sul generale, di non entrare nelle questioni e nelle cause, alle Comunali e alle Regionali occorre dire cosa si vuole fare, come, con chi, quando e perché. Una volta, forse, il voto Regionale era più politico, oggi no, e con tante liste ancora di meno. Ecco perché gli stessi elettori che votano Lega alle europee o M5S alle politiche, poi scelgono alle amministrative il Partito di Renzi o il PD, che dovrebbero essere lontano anni luce dalle loro posizioni e convincimenti. Il corpo elettorale non ci crede proprio che il candidato X della Lega sia autenticamente l’espressione territoriale di Matteo Salvini, o il candidato Y di Italia Viva la sintesi del pensiero politico di Matteo Renzi in provincia: molto spesso, per l’elettore medio (e sovente anche per il candidato medio), le liste sono solo cartelli strumentali. Il fatto che frequentemente i candidati si presentano, elezione dopo elezione, in liste diverse, non fa che confermare questa percezione.
“Con chi si è candidato stavolta?” si chiedono gli elettori quando parlano di un conoscente che sta girando nel paese in cerca di voti… La provincia è piccola, e i più noti candidati fanno politica almeno da quindici o vent’anni mentre, attorno a loro, i Partiti nascono, cambiano e muoiono, oppure fioriscono, di volta in volta, liste civiche, cartelli elettorali, liste civetta, liste del Presidente. Ecco che quindi la “persona” del candidato diviene un fenomeno percepibile in maniera molto più consolidata della occasionale lista in cui si candida. Non ci sono solo i “cambia-casacca” fra quelli che saltellano da un Partito all’altro: un qualsiasi esponente di AN, dai primi anni 2000 ha dovuto attraversare il PDL, forse ha fatto un giretto in Futuro e Libertà e poi, dopo essere rientrato nel PDL, può essere rimasto in Forza Italia, può essere capitato in NCD, può essere approdato in FDI e, se ora si trova in Lega, potrebbe aver cambiato 6, 7 o 8 partiti eppure ritenere coerente tutto il suo percorso. Nell’altra metà campo l’offerta è ancora più vasta: dal 2000 ad oggi i Partiti del Centrosinistra hanno subito molte evoluzioni fra unioni e scissioni di varia natura, nonché hanno visto il proliferare di soggetti politici nati in Parlamento dopo le elezioni.
Questi aspetti della attitudine elettorale irpina dovrebbero essere noti ai vertici e ai dirigenti dei Partiti, che sono gli operatori della politica; la classe dirigente del Centrodestra, però, non sembra avere una strategia in tal senso e non sa interloquire con il corpo elettorale. Pur candidando persone perbene, preparate, oneste, competenti e garbate, non ottiene numeri decenti. Fa lo stesso, spesso, nelle liste che presenta al Comune capoluogo. Di solito prendono 30 o 40 voti candidati che veramente potrebbero portare, nell’Assise cittadina, un contributo di intelligenza e professionalità, mentre spesso personaggi improbabili mettono insieme duecento preferenze o più. Perché succede? Perché la democrazia non è una gara per chi è più rispettabile ma per chi è più bravo a creare empatia, feeling, condivisione, partecipazione. C’è chi lo fa col quartiere, chi con una categoria professionale, con una parrocchia, con i circoletti di burraco. C’è chi ha una famiglia grande, chi, da medico di base o specialista, ha migliaia di pazienti, chi fa l’arruffa-popolo, chi promette e illude, chi è il pupillo (o il più fedele seguace) del politico già affermato, chi ha tanti soldi da spendere e chi, da uscente, ha saputo farsi la sua cerchia.
Per le regionali è lo stesso, ma moltiplicato per 118 comuni, ognuno dei quali è un crogiuolo di storie, di istanze, di bisogni, di ambizioni, di aspettative, di criticità cui dare risposte. E quelle del Centrodestra, evidentemente, non sono state considerate efficienti e credibili, anche perché ci sono sempre meno megafoni per diffonderle. Pochissime sezioni aperte, sempre meno consiglieri comunali schierati, poche interlocuzioni con il tessuto civile e produttivo, scarsa presenza proprio colà dove la Politica dovrebbe dare prova di sé.
I Partiti del Centrodestra, affidati a commissari esterni, sono diventati più simili a vivai di interessi e impellenze correntizie piuttosto che più comunità da vivere e dove sentirsi in famiglia. Le energie spese per le guerre interne sono superiori a quelle impiegate nelle battaglie esterne. E i risultati si vedono. Tocca ringraziare davvero qualche santo, che ancora c’è una metà dei voti di lista che viene spontaneamente e che mette una croce sui simboli solo sulla fiducia.
IL CASO VENETO E LA VICENDA CAMPANIA: UNA SOLA LEGA NON BASTA PER TUTTO IL TERRITORIO.
Zaia e De Luca sono stati i grandi vincitori di questa tornata, accentrando sulle loro figure una centralità di molto superiore ai loro stessi Partiti.
Entrambi hanno raggiunto vette incredibili di consenso, seppure con elettorati molto diversi dal punto di vista “antropologico”. Luca Zaia, infatti, stravince con sole cinque liste e quella che porta il suo nome ottiene un consenso plebiscitario (44,57%), Vincenzo De Luca ne deve mettere in campo quindici e quella che fa riferimento direttamente a lui ottiene una percentuale importante ma contenuta (il 13,30%).
Si prenda, ad esempio Venezia, dove il governatore uscente Luca Zaia prende oltre il 75% dei voti, proprio come De Luca in provincia di Avellino. Ebbene, a Venezia, la lista più votata è la lista “Zaia Presidente” che, incredibile, ottiene il 47,28% dei suffragi, pari a 164.985 voti; il più votato di questa lista, però, ottiene solo 4.595 preferenze. Proprio così, Francesco Calzavara, primo della lista Zaia Presidente, non arriva a 5.000 voti su 165.000.
La provincia di Venezia, demograficamente, non è paragonabile a quella di Avellino. La provincia di Caserta, per numero di abitanti, è la più simile provincia campana: il capoluogo veneto ne fa 857.841, la terza provincia campana 922.171. Poiché a Venezia hanno votato 437.382 elettori e a Caserta, con un più alto astensionismo, solo 444.894, per grandi linee, le due realtà si si possono confrontare.
A Caserta la lista più votata è stata quella del PD, con 65.773 voti e il 17,20%. Ebbene il più votato di quella lista, Gennaro Oliviero, raccoglie 20.143 preferenze. QUATTRO VOLTE più di Calzavara, ma con ben 100.000 voti in meno di lista dai quali attingere. Il secondo, Stefano Graziano, lo tallona a quasi 18.000 mentre il secondo classificato, nella lista Zaia a Venezia ne prende meno di 3.700. Sembra evidente che Oliviero sia stato più capace degli altri candidati di “portare i suoi voti” NEL contenitore PD, mentre Calzavara sia stato bravo a “prendere per sé” più preferenze degli altri candidati DAL contenitore della Lista Zaia Presidente.
Sempre a Venezia, la Lega, indubbiamente fagocitata dalla preminenza della lista di Zaia, si ferma al 14,4% pari a 50.263 voti; il più votato, Marco Dolfin, ottiene 3.114 preferenze. A Caserta, la Lega si attesta su un dignitosissimo 9,32% pari a 35.640 voti. Però il più votato, Giampiero Zinzi, riporta in preferenze personali quasi la metà del dato complessivo, cioè 15.825 consensi (risultando essere il candidato leghista più votato d’Italia in questa tornata). Zinzi ottiene CINQUE VOLTE le preferenze di Dolfin in una lista che ottiene quasi 15.000 voti in meno. È esattamente la stessa cosa del confronto Oliviero/Calzavara.
In tutta la Campania, la Lega si avvicina ai 50.000 voti di lista, come quelli ottenuti a Venezia, solo a Napoli, dove si ferma a 48.571. A Napoli, però, i candidati sono 27 e non 9 come a Venezia. Ebbene, anche con 26 concorrenti interni (e non 8) il più votato di Napoli, Severino Nappi, “straccia” Dolfin con 8.501 voti di preferenza. A Napoli, il secondo ed il terzo classificato, insieme, fanno 11.750 voti, a Venezia solo 4.540.
Se la Lega non si rende conto che fra Venezia e Caserta, fra il Veneto e la Campania, ci sono due approcci antropologici diversi dell’elettorato, e pensa di fare politica allo stesso modo sia a Rovigo che ad Avellino, si condanna alla estinzione. Le classi dirigenti locali non riusciranno a farsi eleggere negli Enti e quindi non comporranno quella ossatura necessaria al territorio per costruire efficacemente il Primo Partito d’Italia. Neanche qualche comizio del Capitano, i giretti ai mercatini con i deputati o le conferenze stampa coi senatori riusciranno ad invertire la rotta.
Vale la pena fare altri esempi. Alle europee dell’anno scorso, in provincia di Avellino, il Partito Animalista ottenne lo 0,77% e in Campania lo 0,64%. Alle Regionali di quest’anno, in Campania, lo stesso Partito sale un pochino e raggiunge l’1,43% con un cartello elettorale composto insieme ad altro gruppo che si chiama “DaVVero”. Niente di che, sembrerebbe, anche se è poco meno della Lista Caldoro che, insieme all’UDC, ha ottenuto in Regione l’1,92%, visto che, in Campania, il Centrodestra effettivamente non dispone di uno Zaia).
Ad Avellino, però, come detto, il Partito Animalista ha eletto un consigliere, passando dalla percentuale da prefisso telefonico delle europee al 7,29% delle Regionali. Che siano, gli irpini, diventati tutti vegani? No, proprio no.
Ad Avellino si è candidato, come anticipato prima, ed ha anche costruito la lista del Partito Animalista, un ex esponente del PD che non ha avuto spazio nel suo Partito, Livio Petitto. Ebbene, la lista del Partito Animalista in Irpinia ha ottenuto 14.353 voti, dei quali 11.829 portano la preferenza per Petitto. A Belluno, per capirci, la Lega ottiene 11.703 voti ma il più votato, Franco Gidoni, si ferma a 953, Petitto invece riesce nell’impresa di ottenere quasi 12.000 voti su 14.000. Praticamente non è il Partito Animalista, è il Partito Petitto. Del resto, il Partito Animalista ottiene in Campania un totale di 33.681 voti, di cui poco meno della metà solo in provincia di Avellino, che però rappresenta meno di un decimo della popolazione regionale.
Vale lo stesso per Vincenzo Alaia, eletto consigliere regionale per Italia Viva, che ottiene 15.725 preferenze su 23.959 voti di lista. Considerando che Antonello Cerrato, altro candidato di quella lista, ne prende 5.033, e le due donne, insieme, 6.000, sarà facile capire che INTANTO ITALIA VIVA RACCOGLIE 24.000 VOTI perché ha candidato Alaia, Cerrato, Siano e Castellano, non perché sia convincente Matteo Renzi o seducente Maria Elena Boschi: se quella lista avesse avuto altri candidati, avrebbe avuto altri voti. Esattamente come per il Partito Animalista, che intanto ottiene 14.500 voti, perché colà si sono candidati Livio Petitto ed i suoi. Diversamente, se a Venezia togli Calzavara alla lista Zaia, o Dolfin a quella della Lega, i risultati finali saranno molto probabilmente uguali; sicuramente anche senza Franco Gidoni la Lega a Belluno i suoi quasi 12.000 li portava ugualmente a casa, a Caserta, senza Zinzi, c’è da dubitare che la Lega superasse il 9%.
Non si può quindi contare solo sul carisma di Matteo Salvini per muovere il consenso. Chi ha creduto che i voti “arrivassero da soli” perché esclusivamente frutto della formidabile capacità mediatica del Segretario ha commesso un errore enorme.
Per fare politica al Sud non ci si può improvvisare, specialmente quando ci sono le preferenze ed in ballo i destini del territorio. In Calabria la Lega è passata dal 22% delle Europee al 12% delle Regionali, e fu un primo segnale, già fortemente indicativo, ma mitigato dalla vittoria complessiva del Centrodestra. In Puglia è scesa dal 25% al 10%, nonostante una certa ambizione del Centrodestra di vincere le elezioni, però smentita dai fatti. In Campania, con la vittoria di De Luca data per certa, dal 20% al 5%. Tutto ciò ci ricorda che la politica è una scienza, una tecnica, un metodo, e che quindi vada affidata, anche a livello locale, a chi ne è competente, non a chi è più fedele.
Le liste del Centrodestra, si può concludere, hanno candidato persone sicuramente degne e meritevoli, ma assolutamente non in grado di esprimere la minima competitività con gli avversari. Anche cinque anni fa il Centrodestra perse la sfida delle Regionali, ma, come già citato, quantomeno, la partita fu più aperta o, comunque, almeno si salvò l’onore.
TRE, EMBLEMATICI, CASI DI INTERESSE: AVELLINO, ARIANO IRPINO E MONTORO
Vale la pena soffermarsi sui tre centri più popolosi della provincia di Avellino. Come già detto più volte, non è più una questione politica, ideologica o valoriale: quando il Centrosinistra prende il 76% e il Centrodestra il 12%, come accaduto ad Avellino città, la conclusione è sempre la stessa: gli elettori, che abitualmente votano per il Centrodestra alle europee e alle politiche, questa volta (e in considerevole quantità) hanno votato per candidati del Centrosinistra. Essi non hanno “cambiato idee politiche”, semplicemente non hanno riconosciuto, in nessun candidato del Centrodestra, una adeguata capacità di persuasione. Del resto, basta dare una occhiata ai numeri del capoluogo:
preferenze personali di Livio Petitto (Partito Animalista): 3.591
preferenze personali di Giuseppe Rosato (Fare Democratico-Popolari): 1.676
preferenze personali di Carlo Iannace (De Luca Presidente): 1.545
preferenze personali di Vincenzo Alaia (Italia Viva): 1.310.
preferenze personali di Francesco Todisco (Democratici e Progressisti): 814
Questi cinque candidati della coalizione di Centrosinistra sono espressioni di liste civiche, liste inventate per l’occasione, sono liste prive di sedimento ideologico, di voto di opinione, di adesione valoriale, di simpatizzanti e militanti, o Partiti che NON ESISTONO (con una piccola eccezione per Italia Viva, che esiste, ma è stimata nei sondaggi a pochi punti percentuali). La somma delle preferenze individuali di questi cinque candidati è di 8.936 voti. Come è possibile che cinque candidati di raggiungano cifre così importanti?
Per capirci, l’intero Centrodestra in città di Avellino, composto dalla Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lista Caldoro-Udc, più altre due liste minori, raccoglie solo 3.000 voti: 5 CANDIDATI ESPRESSI DA LISTE CIVICHE O PARTITI INCONSISTENTI (SE NON ADDIRITTURA INESISTENTI) HANNO RACCOLO TRE VOLTE I VOTI DI UNA COALIZIONE INTERA, CHE NEL PAESE È MAGGIORANZA.
Si aggiunga che solo il PD prende, così en passant, più di 5.000 voti ad Avellino città, con le affermazioni di Maurizio Petracca (2.804 preferenze) e di Rosetta D’Amelio (985, cioè 162 voti in più di tutta la Lega)
Gli elettori, si conferma, votano “le persone” non “le liste”. Non ci sono motivazioni politiche che possano spiegare numeri così giganteschi. Puoi dire che De Luca è forte, che il Centrosinistra detiene l’apparato, che questa città è tradizionalmente ostile al Centrodestra, puoi invocare il “Winner Sentiment” eccetera eccetera, ma tutto ciò non è sufficiente per spiegare come sia possibile che un solo candidato, del microscopico Partito Animalista, raccolga un numero di preferenze superiore a quelle ottenute dall’intera coalizione di Centrodestra. NON ESISTONO CASI SIMILI IN ITALIA e, probabilmente, nella letteratura democratica di nessuna città capoluogo di un Paese Occidentale.
In elezioni come queste, ormai è banale ripeterlo, gli elettori non badando alle Liste o ai Partiti, ma scegliendo le persone, i candidati in “carne e ossa”, e hanno premiato quelli conosciuti personalmente e che, evidentemente, possono contattare quotidianamente e dai quali ricevono costanza di ascolto e di risposta.
Trovare un migliaio di giustificazioni, per spiegare il fallimento del Centrodestra, di cui qualcuna sarà pure veritiera, solida e reale, diventa comunque inutile: nessun candidato del Centrodestra era, oggettivamente, strutturato e attrezzato politicamente per questa candidatura. Neanche quelli che vivono proprio ad Avellino città ed hanno potuto contare sul voto di prossimità, si sono particolarmente distinti: il migliore è stato Giovanni D’Ercole, due volte consigliere comunale del capoluogo, di famiglia con importante tradizione politica ed elettorale, che ottiene, con FDI 472 voti. Seguono Ugo Maggio, presidente in carica del Consiglio Comunale ed espressione della Maggioranza consiliare, che conquista 337 voti di preferenza con la Lista Caldoro-Udc; Biancamaria D’Agostino, solo l’anno scorso candidata a sindaco della città dalla Lega, che raccoglie 267 preferenze; Annamaria Vecchione di Forza Italia, che va ancora peggio e ne prende 117. La somma dei voti dei candidati di Centrodestra “avellinesi”, in città, è di soli 1.193 voti. Meno di quelli che conquista Vincenzo Alaia nel capoluogo, pur essendo di Avella, un comune che guarda, geograficamente, all’area napoletana molto più che ad Avellino.
Cinque anni fa, alle elezioni del 2015, i più votati delle liste di Centrodestra in città di Avellino ottennero consensi ben più rappresentativi: in Forza Italia Giuseppe Galasso ottenne quasi 2.000 voti, essendo stato sindaco di Avellino, per il Centrosinistra, due volte; più di 1.000 voti li raccolse Pietro Foglia, consigliere regionale uscente, con lista NCD; 571 Ettore de Conciliis, espressione, all’epoca, di Fratelli d’Italia e infine quasi 400 Antonia Ruggiero per la lista del Presidente.
Quando ha la famosa matita fra le mani, l’elettore non concede sconti. Voterà pure per Salvini o Meloni per la guida del Paese, ma alle Comunali o alle Regionali vota chi conosce, chi gli sa chiedere il voto, chi gli presta attenzione tutto l’anno tutti gli anni.
Non solo non basta e non è decisivo il messaggio politico nazionale, ma neanche gli slogan propagandistici dei candidati, la grafica dei loro manifesti, le interviste su siti locali di news, i video su Facebook o qualche volantinaggio sono sufficienti a fare voti, anche se sono belli, garbati, convincenti, emozionanti, sfiziosi; neanche più i “programmi elettorali” hanno molto significato: l’elettore medio non li legge e specialmente non ci crede. L’elettore, invece, quando dispone della preferenza, la concede a chi ritiene essere il sindacalista dei suoi interessi, delle sue aspettative, delle sue necessità e se ne frega del Partito o della coalizione: vota il proprio medico, ad esempio, e lo voterebbe sia con CasaPound che col il Partito Marxista-Leninista; fa campagna elettorale all’amico Consigliere Comunale, pensando che se è stato capace di far ritinteggiare la segnaletica stradale sotto casa, sarà parimenti in grado di rendersi utile da un consesso istituzionale più importante; infine, certo, vota anche chi gli ha promesso qualcosa di personale. Ma, come si diceva, il pur presente atteggiamento clientelare, diffuso in città e in provincia, non può essere da solo sufficiente a spiegare i 60 punti percentuali di distacco.
L’elettore riconosce interlocuzione politica a chi la politica la fa tutti i giorni nei quartieri, nei segmenti produttivi, nelle piazze, nelle questioni, nelle cause. Dobbiamo concludere che il Centrodestra, in queste cose, sia inadeguato. È un dato che riguarda tutta la provincia e particolarmente la città di Avellino.
Ad Ariano Irpino si è consumato, invece, un vero e proprio “strappo” con la recente tradizione elettorale della città. Su quel Tricolle feudo del Centrodestra, che ha tanto patito le inadeguatezze della Regione in materia di prevenzione e profilassi durante il Covid, al punto di raggiungere percentuali di contagio pari a quelle delle più colpite province lombarde o emiliane, De Luca ottiene il 70,53% (poco più delle sue liste che si attestano al 67,80%), comunque più della media regionale per quanto meno di quella irpina.
Si consideri che, ad Ariano, il Centrosinistra era scomparso dai radar da parecchio. Nelle contestuali elezioni comunali, ad esempio, il PD non ha neanche presentato il proprio simbolo. L’anno scorso, alle europee, i tre Partiti del Centrodestra, insieme, ottenevano il 47,12% mentre alle Regionali 2020 le sei liste della coalizione si sono fermate al 25,32%. Anche lo scorso anno, ad Ariano, si votò per le Comunali, il Centrosinistra ottenne il 16,23% mentre il Centrodestra si presentò diviso: la Lega, da sola, ottenne il 6,67%; le altre liste politiche e civiche, insieme, superarono il 61% al primo turno per poi perdere al ballottaggio contro il candidato grillino. Alla Camera, nel 2018, pure Ariano Irpino fu travolta dall’onda 5 Stelle, conferendo al M5S, come quasi dovunque al Sud, una percentuale altissima, pari al 44%, tuttavia il Centrodestra si attestò al 33% ed il Centrosinistra ad un misero 17%. Per completare la panoramica, alle Regionali 2015 Ariano regalò ancora la vittoria al Centrodestra, con oltre il 54% per le liste di Caldoro che staccarono di venti punti quelle di De Luca, nonostante quest’ultimo abbia comunque vinto le elezioni. Vinse il Centrodestra ad Ariano anche le Europee 2014, con il 41% ottenuto da FI insieme a UDC, FDI e Lega. Alle politiche del 2013 la somma del Centrodestra più l’area moderata di Monti e Scelta Civica risultò maggioranza sul Tricolle, e il Centrodestra vinse anche le Comunali per due volte di seguito nel decennio 2008/2018; in ultimo, alle Provinciali del 2009, il Centrodestra conquistò il 74% nel Collegio Ariano I e il 72% in quello Ariano II, che avevano visto eleggere consiglieri di Forza Italia anche nel 2004 quando, invece, il Centrosinistra dilagò, in Irpinia, alle elezioni Provinciali.
Tutto ciò, a fronte dei risultati odierni, sembra impossibile. A differenza che nel capoluogo, ad Ariano Irpino il Centrodestra, per molti anni, ha sempre vinto tutte le elezioni. La presenza di un neoeletto parlamentare grillino, da sola, non è sufficiente a motivare le ragioni del calo del Centrodestra, che invece si spiega con l’impennata storica del Centrosinistra che riesce a convincere più di 2 elettori su 3.
Il candidato più votato di Ariano Irpino, del resto, è Guerino Gazzella, espressione della lista di Clemente Mastella. Verrebbe quasi da dire che Noi Campani sarebbe dovuta essere una lista di Centrodestra, ed invece ha fiorito dentro il Centrosinistra. Ma come si vede, agli elettori tutto ciò poco importa: essi non si pongono il problema della coerenza politica perché, come detto, tendono a generalizzare e a decostruire determinati schemi, limitandosi a dare la propria preferenza a chi ritengono più adatto. Gazzella ottiene 3.255 ad Ariano, sbaragliando la concorrenza di Centrodestra che, nella città del Tricolle, ha schierato Giovanni Puopolo di Forza Italia (1.343 preferenze) e Gino Cusano con la Lega (826 preferenze). Tutte le liste di Centrodestra messe insieme, come è successo ad Avellino città, prendono meno voti del singolo candidato più votato del Centrosinistra. Infatti per la compagine di Caldoro il desolante risultato è di poco meno di tremila voti. Maria Elena De Gruttola, una candidata locale del Partito Socialista, realtà politica irrilevante, ottiene 643 preferenze, quasi TRE VOLTE i voti della lista di Fratelli d’Italia che si ferma a 240. Non si possono giocare partite politiche in questo modo.
Infine conviene dare una occhiata a Montoro, terza città della provincia, amministrata da un sindaco di Forza Italia, per di più consigliere e assessore provinciale dal 2009 ad oggi. In questo caso, si potrebbe dire, il Centrodestra è come non pervenuto. I numeri sono agghiaccianti per il concetto stesso di democrazia: De Luca all’83,18%, Caldoro all’8,05%. Ancora peggio, se possibile, vanno le liste del Centrodestra, che tutte insieme rappresentano un vergognoso 6,92% mentre quelle di Centrosinistra superano l’84%. Che fine ha fatto il Centrodestra a Montoro? Il confronto con le europee è imbarazzante: La Lega passa dal 23,51% al 2,77%, Fratelli d’Italia dal 5,34 all’1,76%, Forza Italia dal 14,03% all’1,12%. Si deve concludere che anche il sindaco di Centrodestra, storica espressione di Forza Italia, abbia votato e fatto votare per il Centrosinistra.
In effetti nessuna delle sei liste di Centrodestra ha candidato un montorese, e questo è già un motivo significativo per comprendere il fallimento elettorale, nonché l’incapacità dei vertici dei Partiti che su 24 candidati non hanno pensato di metterne almeno uno nella terza città della provincia. Le liste di Centrodestra a Montoro, tutte insieme, prendono 650 voti. La migliore performances è di Orsola De Stefano, candidata della Lega, che ottiene 64 preferenze, abitando nella vicina città di Solofra; segue Carmine De Angelis con 51 voti nella Lista Caldoro, Giovani D’Ercole di Fdi con 41 voti, Antonio Aufiero con 19 preferenze in Forza Italia.
Nel Centrosinistra, invece, fa paura il risultato di Italia Viva, il 45,14% pari a 4.239 suffragi: Il più votato, Antonello Cerrato, ottiene 2.560 preferenze, dopo di lui 2.390 per Stefania Siano; la somma di Cerrato e Siano (4.950) supera i voti complessivi di lista. Significa che gli elettori sono stati TUTTI COMPULSATI, PERSUASI, MOBILITATI E MILITARIZZATI per andare alle urne e votare un candidato (o tutti e due). A questi si aggiunga che, nella stessa lista, Vincenzo Alaia ottiene, comunque, 751 voti (ben più dell’intero Centrodestra) e appare evidente che non ci sia, probabilmente, un solo elettore di Italia Viva che abbia messo solo la croce sul simbolo senza esprimere almeno una preferenza. Quasi la metà dell’intero corpo elettorale votante della città di Montoro è entrato in cabina per votare Italia Viva, e la quasi la totalità di essi lo ha fatto per premiare almeno un candidato locale, non per adesione alle politiche nazionali di Renzi o apprezzamento per le doti del ministro Bellanova.
L’altro candidato montorese, il medico Bruno Aliberti, dalle fila di Noi Campani se la cava egregiamente con 1.323 preferenze personali su 1.362 voti di lista, e anche qui vale lo stesso discorso fatto per Italia Viva.
In una città importante, dove l’appartenenza al campanile è così avvertita, il Centrodestra non ha avuto l’intelligenza di candidare neanche una espressione minore, una candidatura di servizio, una bandierina in una lista d’appoggio, qualcuno che, insomma, potesse racimolare due o trecento preferenze su 17.692 elettori. Basterebbe solo questo per dimostrare la inadeguatezza dei vertici dei tre Partiti. Tutti e tre, in effetti, capeggiati da commissari esterni alla provincia di Avellino.
DOVE E COME IL CENTRODESTRA AVREBBE POTUTO RECUPERARE
Una partita finita con 60 punti di distacco non si sarebbe potuta mai vincere, in nessun modo. Tuttavia c’è modo e modo di perdere. Se il Centrodestra avesse usato più strategia e più visione, e specialmente se avesse fatto “più politica” nel corso degli anni, oggi avrebbe potuto salvare, almeno, la dignità, tenuto conto che ogni voto recuperato dal Centrosinistra, in sostanza, “vale doppio” perché lo si conquista a spese dell’avversario.
Anche se volessimo considerare tendenzialmente “blindati” i voti concessi al Centrosinistra, sicuramente si sarebbe potuto sottrarre agli antagonisti almeno un 10-15% dei loro suffragi, già solo organizzandosi e presentandosi meglio, visto che molti di quelli che hanno votato per le liste di De Luca sicuramente avevano, in altre occasioni, già votato per il Centrodestra. Oltre questo, c’è la prateria sconfinata della astensione: quasi la metà degli elettori irpini ha disertato le urne in quanto, evidentemente, nessuna delle proposte in campo è apparsa convincente. In ultimo, come appresso si analizzerà, esiste anche un particolare tipo di elettore, tendenzialmente molto minoritario ma comunque esistente, che vota solo per il candidato alla Presidenza della Regione ma non esprime nessuna preferenza di lista. Questa categoria va a votare ma esprime, volontariamente, un voto monco e incompleto. È già lì, in cabina, ma non è convinto di concedere il proprio voto a nessuno e quindi partecipa solo alla “competizione principale”, quella per la corsa alla presidenza. Forse basterebbe poco per convincerlo.
In Campania, ad esempio, De Luca ottiene 172.462 voti più delle sue liste (1.789.017 il Presidente, 1.616.555 le liste); a primo aspetto, si potrebbe pensare alla pratica del “voto disgiunto” e cioè ipotizzare che elettori di altre coalizioni abbiano deciso di votare il candidato presidente del Centrosinistra. Sicuramente sarà stato così in molti casi, però è interessante notare che anche Caldoro ottiene più voti delle sue liste: 464.921 per lui, 450.856 per i Partiti che lo hanno sostenuto (+14.065); la Ciarambino fa altrettanto, ottenendo 255.714 voti mentre la lista M5S si ferma a 233.974 (+21.740). Come si diceva, esiste un certo numero di elettori che ha votato SOLO PER IL CANDIDATO PRESIDENTE. Per la precisione, infatti, in Campania si riscontrano 2.574.718 di suffragi per i candidati alla carica di Presidente della Regione e 2.357.625 di voti espressi per le varie liste circoscrizionali, con una differenza interessante di 217.093 voti. Non è poco, non è poco per niente. Il Partito di quelli che vanno a votare ma non scelgono nessuno dei Partiti e dei candidati consiglieri vale più del 9,2%, mica poco.
È un fenomeno in controtendenza rispetto a quanto sostenuto fino ad ora, ma comunque esiste ed evidenzia una fettina di voto assolutamente libero e non condizionato. In Campania quasi 220.000 elettori hanno fatto la fila, consegnato il documento e la tessera elettorale, ricevuto una scheda grande quanto la federa di un cuscino, sono entrati in cabina armati di matita, hanno messo una croce sul Presidente… e poi non hanno votato per NESSUN CANDIDATO CONSIGLIERE E NESSUN PARTITO, esprimendo un voto VALIDO ma volontariamente incompleto. C’è una profonda differenza fra questi 220.000 elettori e quelli che votano scheda bianca (119.748) o se la fanno volontariamente annullare. Mentre queste ultime due categorie non credono proprio nella politica e nelle Istituzioni, gli altri, evidentemente, si sono pur fatti una idea della situazione e comunque si recano ai seggi per partecipare alla democrazia; e però, tuttavia, non hanno trovato meritevole e persuasiva nessuna delle liste. Potrebbero definirsi, autenticamente, un elettorato libero, spontaneo, genuino. Visto il consenso di opinione cui gode il Centrodestra, peculiarmente la Lega, occorrerebbe dedicare a questo “tipo umano di elettore” un po’ più di attenzione. È già lì, ha già la matita sulla scheda, deve solo tracciare un segnetto di pochi centimetri…
In Irpinia i voti validi espressi sono stati 210.729 e quelli completi di voto di lista 196.839: hanno quindi votato “solo Presidente” 13.890 elettori, se fossero un Partito sarebbe al 6,4%. Sembrano dettagli, ma non lo sono per chi vuole fare una analisi del voto “seria”. In percentuale sono meno di quelli totali in Campania, ma ci sono.
Nella provincia di Avellino, probabilmente, i candidati sono stati complessivamente, tutti, “più forti della media regionale” ad attirare gli elettori alle urne. Il dato è confrontabile perché il numero dei candidati è proporzionato al numero degli abitanti; delle due l’una, quindi: o i candidati irpini hanno un +30% di capacità elettorale della media campana, oppure, viceversa, gli irpini hanno bisogno di un 30% di spinta motivazionale in più per andare a votare.
In Veneto, per tornare all’esempio di prima, la somma dei voti espressi alla carica di Presidente è 2.453.518 mentre tutte le liste si fermano a 2.055.173. La differenza è di 398.345 voti (il 16,24%!!!!). Il precedente confronto fra il Veneto e la Campania ha mostrato le differenze MACROSCOPICHE di “antropologia elettorale”, evidenziando che la attitudine ad esprimere la preferenza per i singoli candidati, in Campania, sia probabilmente più di 10 volte superiore al quella riscontrabile al Nord (in determinati casi e in determinati Partiti probabilmente oltre 20 volte superiore). Adesso diamo una occhiata al dato della affluenza alle urne:
In Veneto ha votato il 61,15% degli aventi diritto;
In Campania ha votato il 55,52% degli aventi diritto;
in Irpinia ha votato il 51,85% degli aventi diritto.
Pur tenendo presente che la Campania, e specialmente la provincia di Avellino, pagano, in termini di affluenza, il problema della emigrazione di tanti cittadini al nord e all’estero, ciò comunque racconta un certo tipo di narrazione: in Irpinia l’elettore si “scomoda” e va a votare, più sensibilmente che in Campania ed enormemente più che in Veneto, solo per il “proprio candidato”, non per coinvolgimento ideologico, una appartenenza valoriale, una visione di governo, l’adesione ad una interpretazione del vivere civile e dello sviluppo ordinamentale; è quindi molto più probabile che l’elettore irpino non vada proprio a votare, piuttosto che vada per votare solo per il Presidente o solo per una lista. In questa sede è inutile dire se ciò sia giusto o sbagliato, questa è una analisi del voto, non un “commento al voto”. In Irpinia “funziona così”, bello o brutto che sia…
Chi si definisce un “operatore della politica” queste cose le DEVE sapere: è inutile lagnarsi a posteriori di un dato consolidato nel tempo e confermato elezione dopo elezione, quindi conoscibile a priori. Occorre invece impegnarsi a trovare una soluzione che sia adatta alla “antropologia elettorale” del territorio dove si agisce, non piangere perché altrove funziona diversamente.
Ci sono a questo punto 1.000 cose da fare per essere competitivi in questo campo di gioco se si vuole attrarre anche una piccolissima parte di quei 210.539 elettori che NON SONO ANDATI A VOTARE, o almeno una fetta di quei 13.890 cittadini che hanno votato solo Presidente. Non è questa la sede per parlarne, me di certo si può dire che occorra dedicare molta più attenzione e più dedizione all’agire politico. Solo dal punto di vista del “marketing” elettorale, senza proprio entrare nel commento o nella polemica politica, ci si limita a tre osservazioni:
La prima cosa che è necessario fare è “potenziare” i candidati: come dimostrato sono loro che attirano il consenso, non il candidato Presidente (nel caso specifico del Centrodestra non ne parliamo proprio) né il “simbolo”:
È un errore chiudere la lista l’ultimo giorno utile, così facendo i candidati avranno solo 30 giorni per chiedere il voto; se invece essi sono in campo da prima, avendo modo di battere il territorio per qualche mese, potranno realizzare molto di più, a vantaggio complessivo dei voti di lista. Un Partito serio, nel territorio irpino, deve selezionare per tempo le proprie candidature. Non è un caso che Alaia, Petitto e Petracca siano da almeno due anni in “campagna elettorale”.
Occorre “pompare” le candidature individuate con la programmazione di iniziative ed eventi dove loro ritengono più necessario farle e sui temi che loro ritengono prioritari; chi meglio di un candidato ha il polso dei punti di forza e di quelli di debolezza del proprio consenso? Siano quindi i candidati, tutti e non solo i favoriti, a sostituirsi ai vertici gerarchici locali, nell’indirizzare la linea politica del Partito nei mesi precedenti agli appuntamenti elettorali. È politicamente giusto, elettoralmente sensato e umanamente rispettoso per chi, come si suol dire, ci mette la faccia.
Considerato che i Partiti non sono liste civiche, è necessario un investimento pianificato di risorse economiche e di presenza parlamentare sul territorio. Tali contributi del Partito nazionale devono essere divisi equamente per tutti i candidati, e ciò non solo per ragioni di giustizia sostanziale, ma proprio nell’interesse complessivo del risultato di lista: ognuno di loro, per dare il massimo, deve anche avere il massimo che il Partito può mettergli a disposizione.
La seconda cosa che occorre fare è NON LASCIARSI DIETRO NESSUNO, non perdere neanche l’ultimo consigliere comunale dell’ultimo paesino, neanche il più sempliciotto segretario di sezione, neanche il più piccolo riferimento locale: i comuni dell’Irpinia sono ben 118, mentre i candidati sono solo 4; se essi non hanno modo di entrare in alcune realtà locali ci deve pensare la sentinella presente sul posto, che deve sentirsi arruolato in servizio permanente ed effettivo. Gli elettori hanno bisogno di “qualcuno che gli chieda il voto”, si è verificato che “da soli” non si scomodano. Recuperare, così, già solo una media di 10/15 voti a paese, su un totale di 118 comuni, fa dalle 1.180 alle 1.770 preferenze in più; per un Partito come la Lega, che ne ottiene, in tutto, 9.692 non è niente male:
I quadri locali devono sentirsi sempre coinvolti, questa è una delle principali responsabilità di un segretario provinciale e della sua squadra di dirigenti. Riunirsi frequentemente diventa importante, occorre quindi realizzare con solerzia e costanza confronti con i segretari di sezione, indire conferenze con gli eletti nei Comuni, promuovere assemblee per tutti gli iscritti, convocare anche persone vicine ma ancora non tesserate; tutto ciò può aiutare a stringere legami umani e politici. Farlo in maniera itinerante, cercando di coprire tutto il territorio provinciale, darà anche alle cittadinanze l’idea e il segno di una presenza e di una sensibilità per le loro aree da parte del Partito e dei suoi esponenti. Tutto ciò sembra rischioso, perché inevitabilmente porta ad un frequente confronto che può avere in sé qualche contrapposizione o frizione, tuttavia è comunque meglio farlo che non farlo: un Partito che funziona è una entità viva, pulsate e sanguigna, non una caserma in cui ritenere che siano tutti soldati semplici da convocare occasionalmente per battere le mani al comandante locale e i suoi pochi attendenti.
Non appena si dovesse verificare un problema, una discrasia, un qualsiasi malumore all’interno della comunità politica, la cosa peggiore da fare per un segretario provinciale è ricorrere alle espulsioni rancorose o alle epurazioni senza contraddittorio. La cittadinanza in un Partito è una scelta volontaria di chi decide di schierarsi e quindi portare il proprio contributo, piccolo o grande che sia, non una concessione del vertice locale, revocabile alla prima differenza di vedute. Le gerarchie locali e gli eletti, fossero pure parlamentari, devono sempre interpretare il proprio ruolo come quello di “primi fra i pari” e non come improbabili ducetti pronti a eliminare ogni forma di non allineamento alla obbedienza e alla pedissequità. Ogni iscritto perso, ogni rifermento abbandonato, ogni consigliere trascurato, ogni dirigente allontanato, irrimediabilmente, sono voti in meno, c’è poco da fare.
La terza cosa da fare è costruire efficacemente la presenza in tutto il territorio, anche superando i perimetri della politica di Partito. Quel 50% di elettori che diserta le urne, evidentemente, non si lascia convincere né dagli slogan nazionali né dall’attivismo “tradizionale” che, peraltro, neanche vede brillare i Partiti del Centrodestra. Si ha quindi bisogno di fare cose diverse per intraprendere nuove interlocuzioni:
I Partiti che governano e amministrano le Istituzioni locali utilizzano, finanche e inopportunamente, le Partecipate, gli enti sovracomunali e quelli erogatori di servizi per catalizzare consenso. Una forza politica d’opposizione, ma comunque incisiva nell’opinione pubblica e che annovera molti parlamentari, deve almeno favorire ed incentivare l’associazionismo d’area. Occorre fare un’opera certosina a partire dalle scuole, dal volontariato, dallo sport, dalle mille sigle più o meno spontanee che fanno musica, arte e teatro, dai comitati di quartiere, dai sodalizi che si occupano di ecologia, dai circoli culturali, dall’associazionismo finalizzato a singole cause di vivibilità, di recupero, di iniziativa; altresì deve consolidare i rapporti con il sindacato dei lavoratori di riferimento e, al tempo stesso, stringere ed intensificare un dialogo con il mondo produttivo e quello delle professioni.
Discorso a parte merita il mondo giovanile. La forza militante dei giovani è una vera ricchezza per un Partito. Essi prestano un’opera completa, dalla manovalanza e la semplice presenza negli eventi fino alla capacità di interpretare il bisogno di politica del futuro. Di solito rappresentano purezza, dedizione spassionata, impegno sincero e convinto. Sono quindi ottimi soldati alla ricerca di consenso, specialmente fra i coetanei che tendenzialmente, per le caratteristiche tipiche dell’età, tendono a votare per i Partiti più radicali che per quelli moderati o le civiche. Una Organizzazione Giovanile autonoma e ben organizzata, stimolata a fare, a cimentarsi, a misurarsi, può fruttare molto in termini elettorali. In più i giovani, per natura, sono quelli più frequentemente disponibili a dedicare il loro tempo e dedizione alle iniziative come i gazebo, i banchetti, le raccolte di firme, le feste di Partito, le azioni di volontariato civico. Credere di “plasmare” l’Organizzazione Giovanile come se fosse semplicemente il Partito dei piccoli significa snaturarla, riversarci sopra le querimonie e le polemiche del Partito dei grandi vuol dire ammazzarla del tutto.
CONCLUSIONI
Alla fine di questo lungo documento di analisi, non resta che convenire su un semplice dato: sarebbe bastato un poco in più di accortezza, di strategia, di competenza, di professionalità e di capacità e la Lega, in Irpinia, avrebbe potuto prendere almeno altri 3.000 voti; anche Forza Italia e Fratelli d’Italia, che ricoprano in provincia di Avellino gli ultimi posti in Italia per consenso, avrebbero potuto esprimere un dato più vicino agli standard nazionali.
I tre Partiti, purtroppo, si sono distinti negli ultimi tempi più per la capacità di escludere che per quella di includere; la maggior parte delle energie, come detto, è stata spesa in questioni interne e non in proiezione esterna. Eppure l’esito elettorale di una piccola provincia come quella di Avellino, se le cose fossero andate diversamente, avrebbe potuto avere una ripercussione anche sul quadro regionale.
L’attribuzione dei seggi alle singole liste su base regionale, in un quadro delle opposizioni eterogeneo, ha per mera combinazione favorito il M5S: due sono le coalizioni che hanno perduto, ma la prima, il Centrodestra, pur con il doppio dei voti della seconda, il M5S, essendo costituita da 6 liste si vede attribuire 11 seggi contro i 7 della coalizione meno votata ma composta da una sola lista.
Sarebbero bastati pochi voti in più per il Centrodestra (o una legge elettorale che prevedesse il Proporzionale puro per coalizione laddove chi vince non necessita di premio di maggioranza) e si sarebbe verificata la assegnazione di 12 seggi alla compagine di Centrodestra (e non 11) e 6 per il M5S, che paradossalmente, invece, elegge 7 consiglieri, quanti ne ha eletti nel 2015, ma con il 17,02% e non con l’attuale 9,93%.
In più La Lega, in Campania, ottiene 133.152 voti contro i 140.918 di Fratelli d’Italia; questa minimale differenza, pari allo 0,33%, ha però avuto pesanti ripercussioni nelle attribuzioni dei seggi: il Partito della Meloni ha avuto quattro seggi, la Lega solo tre. I 7.766 voti di differenza, spalmati su cinque province e una popolazione elettorale di 4.996.921 di aventi diritto, si sarebbero potuti recuperare senza il minimo problema con un briciolino di tecnica elettorale in più. Poteva tranquillamente essere l’occasione, per la Lega irpina, per “andare a seggio”, in quanto un eventuale quarto eletto leghista non sarebbe stato il secondo di Napoli (come accaduto in Fdi) assunto il dato bassino ottenuto dal Carroccio nel capoluogo regionale, né sarebbe andato a Salerno o a Caserta, dove già la Lega ha eletto, in entrambi i casi, l’unico consigliere con il “resto” rispetto al quoziente provinciale, né, ancora a Benevento, dove il quoziente provinciale è altissimo, per la esiguità della piccola provincia sannita.
Sarebbero bastati meno di 8.000 voti in tutta la Campania per avere un eletto in più per la Lega, e lo avrebbe avuto ad Avellino. Pensare che solo nel 2019, alle europee, la Lega in Irpinia ha ottenuto 45.279 voti e alle Regionali solo 9.692 (poco più di un quinto!!!) procura, veramente un senso inesorabile di frustrazione. 7.766 voti in Irpinia rappresentano qualche centesimo di punto più del 3,90%, mentre la Lega ha ottenuto il 4,92% con i suoi scarsi 10.000 voti. Solo in Irpinia, senza scomodare le altre province, questi voti si sarebbero potuti recuperare, se solo la provincia di Avellino avesse riportato un risultato percentuale intermedio fra quello di Benevento (7,16%) e quello di Caserta (9,32%).
Probabilmente è il caso che il Partito nazionale riveda molte delle sue scelte in Campania, a cominciare proprio da Avellino, che vede per la prima volta il proprio dato percentuale simile a quello napoletano (4,9% in Irpinia e 4,1 % a Napoli): non era successo alle politiche 2018, dove in Irpinia la Lega sfiorò il 7% in un collegio e il 6% in un altro, mentre in provincia di Napoli il Partito è rimasto inchiodato intorno al 3% in ogni collegio; non era successo alle europee 2019, laddove la Lega in provincia di Avellino ottenne il 22,1% e in quella di Napoli solo il 13,86%. Incredibilmente, non è neanche mai verificabile negli annali della politica irpina, a partire dagli anni ’80, che un Partito di Destra ottenga nella città capoluogo MENO VOTI alle Regionali che alle Comunali. Anche questo triste primato tocca riscontrare: alle Comunali 2018 la Lega nel capoluogo ottenne 1.299 voti pari al 4,13% e in quelle, ripetute, del 2019 ben 2.084 voti corrispondenti al 6,60%. Alle Regionali si è fermata a 823 voti, corrispondenti ad un misero 3,41%.
Anche nelle province dove, invece, si è ottenuta la soddisfazione del seggio, la Lega dovrebbe meditare: i tre eletti si sono avvicinati solo di recente al Partito, e provengono tutti e tre da tradizioni politiche centriste e moderate. Ben venga, quindi, l’apertura del Partito a questi nuovi interlocutori capaci di portare consenso, tuttavia non si sono create le condizioni per portare, in Consiglio Regionale, almeno uno dei più storici riferimenti del Carroccio né a Napoli, né a Salerno e né a Caserta. Ci si augura che i neoeletti sappiano rappresentare, per l’intera legislatura, una costante opera politica di dedizione alla Lega, ma naturalmente questo risultato influisce negativamente sul “morale” dei militanti storici che da anni hanno avuto il coraggio di schierarsi.
Includere è necessario, ma avere la capacità di non essere travolti dalle nuove inclusioni è altrettanto importante. Candidare una persona di differente tradizione politica aiuta a raccogliere nuove risorse elettorali, ad interloquire con altri segmenti, ad affacciarsi a nuove realtà; per un Partito come la Lega, sostanzialmente ancora ai suoi esordi elettorali al Sud, è anche fisiologico vedersi avvicinare persone, operatori e riferimenti provenienti da altre esperienze, tuttavia a partire dal radicamento iniziato con l’esperimento “Noi con Salvini”, si è pur ormai strutturato un mondo militante meridionale che può vantare una certa tradizione. Il vertice provinciale della Lega in ogni realtà locale, quando compone le liste e le sottopone al responsabile regionale, dovrebbe avere una visione strategica professionale, tale da realizzare la perfetta alchimia di novità e tradizione. Se invece quasi tutta la lista è composta da militanti tradizionali, che fra di loro si contendono e si dividono quel poco di voto fidelizzato che c’è, è chiaro che essi rischieranno di essere battuti da chi concentra su di sé tutte le preferenze esterne a quel mondo.
In poche parole: ad Avellino non è stato candidato nessuno esterno alla struttura (anzi, nessuno, neanche interno alla struttura, che non fosse nelle grazie del commissario provinciale) ed il risultato è stato pessimo. Altrove, dove invece la lista si è aperta a soggetti politici storicamente già affermati in altri Partiti, i risultati sono stati nettamente migliori ma, alla fine, il Partito è servito come “mezzo di trasporto” in Regione esclusivamente per questi ultimi. C’è da sperare che la loro adesione alla causa sia autentica e duratura, così come non è scontato che un leghista della prima ora lo rimanga per il resto della vita, però, senza dubbio, almeno qualche interrogativo occorre porselo.
La fine di questo documento, purtroppo, è impietosa per il Centrodestra in generale e per la Lega in particolare: la classe dirigente locale non ha saputo essere all’altezza del compito cui è stata chiamata. Non ha fatto politica nel tempo, non ha valorizzato le sue migliori energie, non ha saputo comporre le liste, non ha saputo interloquire con l’elettorato. Il quarto Consigliere Regionale, per la Lega, era davvero alla portata, ma anche un eventuale quinto non sarebbe stato impossibile, forse sarebbe bastato raccogliere, su base regionale, un po’ meno della metà dei voti delle europee come accaduto nella vicina Puglia. Il Primo Partito d’Italia non può assolutamente più permettersi questi errori, e deve intervenire immediatamente per farvi fronte.
Aprire una seria e partecipata stagione congressuale in Campania, chiudendo la fase dei commissariamenti, è la prima cosa da fare. Costerà l’acuirsi di qualche competitività interna, ma non si può operare nella democrazia se ne ignorano, internamente, le dinamiche ed i valori. Mille volte meglio il dibattito acceso, finanche la polemica interna, che il desolante deserto verificatosi alle regionali. Un Partito che primeggia nel Paese e che, in Campania, dispone di 5 parlamentari e 2 eurodeputati, non può e non deve ridursi a partecipare alle elezioni per mera testimonianza, né compiacersi di vanagloria aggettivando come “risultato storico” l’essere appena entrati in Consiglio Regionale, laddove avrebbe dovuto, invece, capeggiare la vittoria del Centrodestra.
In Irpinia, chiunque esprima soddisfazione perché la Lega è risultato il primo Partito del Centrodestra, non avvedendosi della assoluta inadeguatezza della intera coalizione e della tragica emorragia di voti che la stessa Lega ha subito ovunque, è un cretino. E questo ultimo, è l’unico giudizio politico di questa lunga analisi elettorale.