Anglobalizzazione. La globalizzazione come imperialismo USA

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Il globalitarismo corrisponde alla forma morbida, postmoderna e flessibile del totalitarismo e dell’imperialismo. Per un verso, “totalizza” e satura il reale e il simbolico: impone il mercato come unica realtà a livello planetario e come unica sorgente di senso a livello simbolico.

Per un altro verso, in maniera sinergica, abbatte anche militarmente ogni residuo impedimento alla sussunzione del pianeta sotto la cupola del Nomos dell’economia, intesa nella sua duplice accezione di mercato deregolamentato e – variando la formula impiegata da Husserl in riferimento alla fenomenologia– di “ideologia rigorosa”.

Il nuovo totalitarismo glamour, gaudente ed edonista, permissivo e pubblicitario, e il neo-imperialismo flessibile della mondializzazione non consentono la permanenza esterna rispetto al modello unico globalizzato e americano-centrico del libero mercato senza frontiere.

Per il tramite della civiltà di McDonald’s (che, per inciso, a partire dalla scelta di Bretton Woods, è moneta nazionale statunitense e, insieme, moneta globale), abbatte ogni Stato non allineato: che è subito identificato con il nuovo totalitarismo sanguinario e, su queste basi, bombardato in vista del suo ingresso manu militari nei confini dell’ordine neo-imperiale globalizzatore a stelle e strisce.

Nel rovesciamento orwelliano tra parole e cose, il nuovo ordine mondiale – che diffama come fascista ogni dissidente per potergli riservare i metodi propri dello squadrismo fascista – demonizza come totalitario ogni Stato non allineato, per poterlo poi abbattere in maniera totalitaria.

L’accesso forzato allo spazio blindato della mondializzazione atlantista viene definito proditoriamente, dall’ordine del discorso, con l’altisonante nome di “liberazione”, quasi sempre da locali “dittature”, come sempre la neolingua liberista appella i governi non allineati all’ordine cosmopolitico con sede a Washington.

Per questo, dal 1989 in avanti, si assiste senza posa all’instaurazione di governi eterodiretti dall’Occidente atlantista, preventivamente destabilizzati mediante l’interventismo umanitario e le rivoluzioni colorate ai danni dei governi legittimi, ma colpevoli di non essersi piegati all’ordine monopolare.

Puntualmente viene salutato come “liberazione” il transito del Paese riallineato mediante le guerre etiche e le bombe umanitarie sotto la cupola occidentalistica: con annessi processi di liberalizzazione economica imposta dal Fondo Monetario Internazionale, di smantellamento rapido dello stato sociale e di adesione incondizionata alle direttive militari neo-imperialistiche di quello strumento di guerra e di aggressione che non ha cessato di essere la NATO. La “democratizzazione” dei governi non allineati coincide puntualmente con la loro più o meno cruenta occidentalizzazione americano-centrica.

Le due leve impiegate dalla civiltà del dollaro nelle sue pratiche di inglobalizzazione sono date anzitutto dall’incoercibile forza dell’hard power delle guerre umanitarie, degli interventismi in nome dei diritti umani e dell’imperialismo etico.

A ciò si aggiunge il soft power delle false flag operations, della destabilizzazione mediante rivoluzioni culturali e della propaganda mediatica attraverso opinion makers al servizio della potenza atlantista e sempre pronti a ridefinire il proprio “capitale culturale”, perché esso non cessi di porsi come quadro ideologico incensante i concreti rapporti asimmetrici di forza.

Così potrebbe essere condensato il teorema globalista quale viene propalato dai pedagoghi del pensiero unico politicamente corretto ed eticamente corrotto: nella globalizzazione, tutto è dentro e niente è fuori. E ciò che è fuori e non vuole essere dentro, viene sistematicamente fatto fuori, in base all’assunto secondo cui fuori dal globale non v’è vita, ma solo violenza, arretratezza, dittatura, totalitarismo.

La riappropriazione critica del concetto di globalizzazione, inteso come “globalitarismo” e come terzo momento dell’imperialismo coerente con i dispositivi della fase assoluta del capitale, rende possibile sottolineare le sue tre prerogative fondamentali, alle quali pure, sia solo per cenni, si è già fatto riferimento e che la cattività simbolica garantita dal ceto degli oratores come mediatori del consenso e come gestori del sistema delle compatibilità neoliberali occulta in ogni modo.

L’imperialismo capitalistico novecentesco degli Stati nazionali si rovescia nel nuovo imperialismo globalizzato.