Anywhere, but…don't look up

Fonte Immagine: ciakmagazine

Il periodo che stiamo attraversando non passerà certo alla storia come uno dei più sereni della storia dell’uomo. Nonostante la duratura pax augustea – tale in realtà solo per i pochi fortunati cittadini d’Occidente – la pandemia è stata capace di imporsi, tra i fenomeni documentati nel mondo moderno, come uno degli eventi più catastrofici di sempre. I terrificanti numeri toccati sono sotto gli occhi di tutti e facilmente reperibili. L’unica possibile consolazione risiede nel fatto che la storia ha sempre dimostrato, dal canto suo, che da simili periodi sconquassati non può che nascere una profonda e prolifica produzione artistica. Il Rinascimento partorito dalle mille frammentazioni e umiliazioni subite dalla nostra disunita penisola, i vari movimenti espressionisti nati come reazione alle “inutili stragi” delle due guerre mondiali e in rotta con il roboante conformismo dettato dall’affermazione planetaria del sistema capitalistico.

Cosa dovremo aspettarci dopo questi tre anni (adesso quattro, tanti auguri e felice anno nuovo) così seviziati e complicati? Oltre al neo-rinascimento saudita e simili frottole, dobbiamo davvero immaginare l’appropinquarsi di una seria disamina della tragedia affrontata e, in parte, ancora in corso?

Come sempre, la regola essenziale è non fare di tutta l’erba un fascio. Se è vero che alcuni film candidati a fare la loro apparizione anche ai prossimi Oscar riescono, nella loro trama, a toccare ingegnosamente alcuni passi del nostro recente vissuto, non bisogna dimenticare che le sale hanno dovuto sorbire anche l’apparizione di titoletti del calibro di Lockdown all’italiana, opera prima di Enrico Vanzina con la comparsa dei sempreverdi ma (non ce ne vogliano) fuori luogo Ezio Greggio e Biagio Izzo, quest’ultimo in grado di passare nel giro di meno di 12 mesi da un ruolo alquanto risibile a quello del figlio di Eduardo Scarpetta nel significativo docufilm di Sergio Rubini I fratelli de Filippo. D’altronde va ammesso che Lockdown all’italiana è stato essenzialmente il primo film in sala dopo il primo vero periodo di clausura affrontato dal nostro stato: quindi crepi l’avarizia e che una risata seppellisca le tante perplessità da esso scaturite.

Spostiamoci invece su chi, anche dopo un tempo maggiore e forse per questo con maggiore lucidità, è riuscito a elaborare gli insospettabili disagi affrontati attraverso una sapiente revisione multimediale. Don’t look up da questo punto di vista risponde pienamente al tipo di contenuto utile per digerire tra un sorriso e una considerazione il tempo che stiamo abitando. Sorvolando sui litri di inchiostro che si potrebbero versare riguardo il cast stellare che è saltato a bordo dell’ultima impresa messa su da Adam McKay (già acuto esaminatore di cigni neri in La grande scommessa, focalizzato sulla crisi economica del 2008), non mancano i punti su cui soffermarsi all’interno di questo lungometraggio della durata di poco più di due ore. La critica si è divisa tra sostenitori e detrattori dell’opera, la quale comunque ha incassato un gran numero di visualizzazioni tra piattaforme streaming e sale fisiche. Di Caprio sembra reggere la parte in un ruolo essenzialmente comico, a priori distante dalle sue numerose interpretazioni precedenti, pur apparendo a tratti non del tutto a suo agio. Esilaranti i camei di Kid Cudi, Ariana Grande e del volto piglia-tutto del 2021 Timothée Chalamet. Meryl Streep poi, dopo aver vestito i panni (griffati) del diavolo vestito Prada, assume questa volta i contorni meno rarefatti di quanto si possa immaginare di uno scellerato presidente pronto ad assecondare le richieste di lobby ed egoisti multimilionari piuttosto che tenere a cuore la sopravvivenza dell’intero pianeta. Tra show di pseudo-informazione e macchiettistiche esperienze sui social, la caduta di un meteorite sulla Terra finirà per diventare campo di contesa tra le fazioni dei look up e dei don’t look up: vi suona familiare? Ecco così che mentre tutto va a rotoli, l’intera faccenda si riduce ad uno scontro politico tra intere platee condannate all’estinzione. McKay, qualunque possa essere il proprio parere su un contributo così divisivo, lancia un messaggio molto chiaro riguardo al suo modo di vedere problematiche come la crisi climatica e l’epidemia di Covid. In che modo? Allungando la mano verso la scienza e un dibattito più concreto e contestualizzato; intridendo di una satira cruda e tagliente il suo film, forse con una non così celata ispirazione al capolavoro di Kubrick Dottor Stranamore.

Sotto quintali di puro intrattenimento, senza andare troppo per il sottile, McKay ci consegna quello che forse è il messaggio più importante di cui tenere conto: ragionare con la propria testa. Nel mondo di oggi è difficile reperire informazioni che equivalgono a verità, anche perché, nel momento stesso in cui alcune affermazioni vengono riportate, alcuni commenti vengono modificati, alcuni post vengono pubblicati finiscono essi stessi per creare una sorta di nuovo tessuto del reale, sovrapposto alla trama del vero ma non per questo meno autentici. I social, la condivisione, una parte dei media, oggi, finiscono per farsi non più proxy, ma veri e propri creator di informazioni. E come Don DeLillo precocemente annotava nei suoi romanzi, possedere l’informazione attualmente significa possedere la realtà.