Batman "Forever" nel cinema di Hollywood

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Fin dai loro albori, i superuomini hanno assunto su di sé, nelle opere che li immortalavano, un doppio ruolo: non solo quello di essere in grado di “trasumanare”, ovvero trascendere i confini – normalmente invalicabili – dell’uomo qualunque grazie a delle peculiari abilità; ma al tempo stesso, insita in loro, era anche la capacità di incarnare il più mediocre e comune dei tipi umani coevi, proiettando su questo io bipartito velleità oniriche lascito del nietzschiano übermensch ma anche vicissitudini e imperfezioni caratteristiche di un suo “normodotato” coevo. Stan Lee ha spesso affermato di aver tratto spunto per i suoi supereroi dallo scorrere della vita quotidiana, affiancando ad essa quel pizzico di fantasy sotto il cui effetto la realtà però non finisce mai per essere completamente occultata. Al massimo, offuscata ad uno sguardo rapido e sbarazzino.

Insomma, Batman è solo la punta dell’iceberg. I fan dell’uomo-pipistrello, specialmente quelli derivati dal cartaceo universo dei fumetti, lo sanno bene. L’amore non nasce nei confronti di una maschera, ma di ciò di cui essa si compone, di cui essa si nutre. Come conferma il tormentone di un collega (e rivale, aziendalmente parlando) di Bruce Wayne «da grandi poteri derivano grandi responsabilità». Ed è proprio su queste “grandi responsabilità” che finisce per poggiare l’ammirazione e la comprensione degli ammiratori di questi eroi mascherati.

Batman in particolare, visto lo charme del personaggio di Wayne e del suo savoir-faire, degni di uno 007 ancor più patinato, è stato reso oggetto di numerose trasposizioni sul grande schermo, ciascuna passata alla storia del media per motivazioni specifiche. Fa specie pensare che l’amore di Hollywood per il più affascinante dei supereroi nacque nel bel mezzo della seconda guerra mondiale. Correva l’anno 1943 quando la major Columbia decise di prestare le sue sale di proiezione alla distribuzione di un serial su Batman, lanciando un brand che si sarebbe dimostrato ben più che semplicemente fruttuoso per la compagnia. L’impatto di questa prima serie di pellicole fu tale da modificare persino l’estetica di alcuni dei personaggi dell’universo DC allo scopo di far rassomigliare i fumetti alle loro nuove incarnazioni di celluloide: per dirne una, il vecchio maggiordomo Alfred abbandonò la sua precedente rappresentazione di uomo sovrappeso e dal volto completamente imberbe per prestarsi alla nuova immagine immortalata dalla cinepresa di un vecchietto smilzo ma in forma, col viso solcato da un curato paio di baffi. Trattavasi del volto di William Austin, attore prestatosi alla parte del fedele servitore dell’eroe.

Negli anni successivi, il focus si spostò sull’assistente di Batman: ne venne fuori una nuova serie di mediometraggi, Batman e Robin, in cui stavolta ad essere narrate erano le imprese non più di un singolo paladino della giustizia ma da una irresistibile accoppiata. La trovata piacque molto al pubblico, facilitato forse così ad immedesimarsi ancor di più nella vicenda che scorreva davanti ai loro occhi vestendo i panni del meno idealizzato Robin.

È nel 1986 però che Batman nella sua veste cinematografica diventa un fenomeno planetario nel vero senso della parola. Tim Burton, recuperando ed ampliando alcuni progetti abbozzati da altri registi precedenti, come Tom Mankiewicz, riuscì a dare adito ad una tetralogia di opere basate sulle avventure di Wayne. Sono questi i film in cui si attestano le collaborazioni eccellenti di grandi nomi dello star system mondiale: da Clooney a Nicholson, da Keaton a Pfeiffer, da Carrey a DeVito. I vari individui che interagiscono nella storia, buoni o cattivi che siano, vengono ben descritti e curati, trasformandosi in personaggi iconici alla stregua (e anzi, certe volte anche oltrepassando in carisma) il loro odiato super-nemico. Anche Bruce Wayne, d’altro canto, finisce più spesso sotto l’occhio del riflettore, permettendo allo spettatore di scavare a fondo nella vita complicata di un multimiliardario asservito alla privata pratica di far rispettare la giustizia, costi quello che costi. Il background riguardo l’uccisione della famiglia del venturo uomo-pipistrello viene più volte analizzato, mentre sotto la lente d’ingrandimento finiscono anche le avventure amorose del facoltoso protagonista, affiancate anche dalle continue rinunce e dai sacrifici che questi si ritrova costretto a compiere in nome della sua auto-imposta missione.

Ancor più cruda e rarefatta diventa l’atmosfera nel ciclo inaugurato dalla guida di Cristopher Nolan nei primi anni del 2000, intitolata al Cavaliere oscuro. Qui Batman, come anche da titolo, viene presentato in una tinta ancora più dark, perennemente in bilico tra la vita e la morte, spesso sconfitto dai suoi acerrimi rivali, spinto persino al dubbio sulle sue stesse capacità, ma in ogni caso mai domo e mai pronto a darsi per vinto per davvero. Quella che viene messa in scena sembra quasi essere la drammatica lotta per la sopravvivenza di un essere umano, non più una semi-divinità, oberato di responsabilità e pronto a farsi carico di queste per alleggerire da un peso altresì devastante i suoi concittadini. «Non l’eroe che meritavamo, ma quello di cui avevamo bisogno», insomma.

Ed ora, dopo serie tv e fortunate collection di videogame per differenti tipi di console, che ne è stato dell’ultimo reboot del supereroe targato Detective Comics?

L’ultimo The Batman forse non regge il paragone con alcuni dei suoi più illustri predecessori, ma si difende bene dall’accusa di essere un’opera totalmente apocrifa. Robert Pattinson, autore già di numerose interpretazioni d’effetto (Cosmopolis o The lighthouse giusto per citarne due, tenendo fuori il teen oriented The Twilight Saga) tiene bene la scena, mentre sullo sfondo si delinea l’atmosfera pesante di una realistica e angosciosa Gotham City. I colori tenebrosi e la palette notturna svolgono il resto del lavoro restituendo alla vista una perfetta rappresentazione distopica di una città incancrenita dal crimine e solo Batman e pochi altri vigilanti riescono a rimandare il suo de profundis. Un film di certo da vedere, quantomeno per la magnifica ambientazione della vicenda e per la presenza scenica di alcuni dei suoi più ispirati interpreti.