Bellinda Campanile: un caso irpino di delitto d’onore

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I più giovani, leggendo di delitto d’onore, esclameranno “si nel medioevo!”. A quei ragazzi sembrerà davvero assurdo che fosse uccidere per onore fosse considerato un reato minore rispetto all’omicidio e fosse addirittura legalmente possibile rapire una donna, violentarla e poi dirsi disposti a sposarla o ucciderla perché inadempiente ai suoi doveri coniugali.

Eppure tanto assurdo non è e neppure così lontano nel tempo. Sono, infatti passati solo quarant’anni dall’abrogazione con la legge 442 del “matrimonio riparatore”, del “delitto d’onore” nonché dell’”abbandono di neonato per onore”. Due bellissimi film immortalano tale realtà: La moglie più bella, con Ornella Muti e Alessio Orano, che racconta la storia di Franca Viola e Divorzio all’italiana, di Pietro Germi, con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli. Proprio in tale ultimo film ben si evidenzia come l’imputato, quando non veniva assolto, tornava a casa dopo pochi mesi, tra gli applausi compiaciuti di amici e parenti per l’onore salvato.

Prima dell’introduzione nel codice Rocco delle disposizioni sull’onore, poi cancellate nel 1981, la situazione certo non era migliore. Difatti, il codice Zanardelli del 1889 prevedeva all’articolo 377: “Per i delitti preveduti nei capi precedenti, se il fatto sia commesso dal conjuge, ovvero da un ascendente, o dal fratello o dalla sorella, sopra la persona del conjuge, della discendente, della sorella o del correo o di entrambi, nell’atto in cui li sorprenda in flagrante adulterio o illegittimo concubito, la pena è ridotta a meno di un sesto, sostituita alla reclusione la detenzione, e detenzione da uno a cinque anni”. E così un codice quale quello Zanardelli che abolì la pena di morte, consentì la libertà di sciopero e riconobbe il valore rieducativo della pena detentiva, nulla poté contro il delitto d’onore.

Proprio sotto la vigenza del codice Zanardelli nel 1921 fece molto scalpore a livello nazionale un caso irpino di delitto d’onore, in cui il dott. Luigi Carbone, per purificare il suo onore, diede la morte alla moglie Bellinda Campanile ed a Elena Fusco, sorella dell’uomo che, prima di lui, aveva “osato” deflorare quella che sarebbe divenuta la sua consorte.

Il processo a Carbone è lo specchio della società dell’epoca dove agli occhi della giuria popolare, che componeva la Corte d’Assise, l’imputato diventava molto spesso l’eroe da salvare.

Carbone venne assolto pur dinanzi alla sua lucida e precisa confessione, alimentando lo sdegno e le polemiche innanzi a provvedimenti come quello ove la logica giuridica cedeva sempre di più il passo alle suggestioni emotive.

Fu proprio quel caso irpino ed il clamore che ne derivò anche a livello nazionale a segnare la fine della giuria popolare composta da dodici cittadini, che giudicavano nelle Corte di Assise autonomamente senza alcuna motivazione. E così otto anni dopo la sentenza Carbone, il Ministro della Giustizia Alfredo Rocco modificò la struttura della Corte d’Assise, eliminando la giuria popolare ed introducendo il sistema attuale di composizione, ovvero una Corte mista composta da cittadini e da due magistrati che hanno l’obbligo di motivare le loro decisioni.

Il caso Carbone segnò al contempo anche la necessità di rivedere il delitto d’onore. E così il Codice Rocco di epoca fascista, confermò il delitto d’onore, ma con l’introduzione di una nuova norma che segnava un primo tentativo di punire più severamente, benché ancora in modo molto lieve, quei crimini, prevedendo che “chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore suo o della famiglia, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni”. La pena, quindi, appariva irrisoria rispetto ai vent’anni di reclusione che era all’epoca il minimo previsto per il delitto di omicidio.

Luigi Carbone era un medico chirurgo originario di Lapio. L’uomo dopo aver trascorso qualche anno negli Stati Uniti e poi a Napoli decise nel 1921 di tornare nel suo paese d’origine dove, dopo pochi mesi, si invaghi di Bellinda Campanile, più giovane di lui, povera orfana e cameriera in un’osteria.

Contrariamente alla volontà della famiglia Luigi sposò Bellinda nel marzo dello stesso anno e subito dopo i due partirono per il viaggio di nozze a Napoli. Dalla favola l’inferno non tardò però ad arrivare. Proprio durante la luna di miele.

Nell’Hotel partenopeo “Gran Bretagna” scoppiò la tragedia: Bellinda non era vergine.

Come il medico raccontò nel processo, seppur aveva più volte chiesto alla donna prima del matrimonio se la stessa fosse vergine e pur avendo sempre avuto risposta positiva, si accorse che così non era: “Io mi accorsi che non c’era la minima traccia di sangue … rimasi pensieroso … come medico pensai ad un imene semilunare o frangiato o, insomma, a una imperfezione fisica … Bellinda si mostrò sorpresa … provai ancora … niente. Controllai mi resi conto che non vi era traccia di imene e che la lacerazione era senz’altro di vecchia data. Conservai la calma e pensai, in verità, a qualcosa che fosse avvenuto durante la fanciullezza, anche perché lei si mostrava sempre molto sorpresa. Tuttavia, insistevo perché volevo sapere e lei replicava che non poteva dirmi nulla perché nulla era accaduto”. Dopo quattro giorni di lunghi interrogatori Bellinda crollò, raccontando tutta la verità. La donna effettivamente non era vergine, sedotta anni prima da un giovane del loro paese Oreste Fusco, che le aveva promesso il matrimonio, ma dopo averla posseduta, anche con la complicità della sorella dell’uomo, l’abbandonò. Il medico, sconsolato per tale confessione, decise di far rientro a Lapio.

Era la premessa del dramma.

Al rientro, come ricordò nel processo, l’uomo, anche rivivendo gli auguri che gli aveva fatto Oreste Fusco per le nozze, iniziò a pensare a come purificarsi ed uscire dal fango in cui era caduto. Ciò significava uccidere.

Nella casa coniugale il verdetto di morte: “quella notte dopo altre discussioni con mia moglie che chiedeva d’essere perdonata, studia il piano. Non era possibile uccidere lei e contemporaneamente il seduttore per cui decisi che, come egli aveva tolto l’onore ad una fanciulla in una stalla e per giunta canzonandomi, io lo avrei colpito nel suo amore fraterno uccidendo la sorella”. Il piano era lucido e spietato: “Stabilii di commettere i due delitti di mattina – raccontò ai giudici – perché sapevo che Elena Fusco andava di buon’ora ad aprire il bar. Avrei potuto uccidere anche subito: ma ritardai di un giorno perché volevo farmi prima vedere calmo e tranquillo in giro per il paese, in modo da non destare sospetti e realizzare il mio programma senza ostacoli imprevisti. L’indomani era venerdì e uscii soltanto di pomeriggio: girai per il paese mostrandomi sereno e sorridente e passai persino davanti al bar Fusco. Parlai con Francesco Carbone, che è mio compare ma anche cognato di Oreste Fusco, ed ebbi come la sensazione che sapesse tutto e questo confermò ancora più in me il proposito di vendicarmi per purificarmi”. Lo stesso ricordava lucidamente e senza alcun cenno di rimorso che “avevo pensato di uccidere la disgraziata Bellinda più nobilmente servendomi della pistola: ma cambiai idea quando mi resi contro che la detonazione mi avrebbe impedito di compiere il secondo delitto perché, certamente, sarebbe accorsa gente”. E così decise di uccidere la moglie tagliandole la gola con un rasoio e di sparare ad Elena Fusco.

Nel suo agghiacciante racconto ai giudici Carbone ricordò il momento della morte della moglie “Bellinda dormiva supina, con la testa leggermente reclinata sulla destra, quasi ad offrirmi il collo. Le appoggiai leggermente una mano sul viso e con l’altra vibrai il colpo che le recise subito la carotide. Non gridò, scosse soltanto le gambe che finirono fuori del letto e sollevò le mani verso il collo. Io affondai ancora di più il rasoio nella ferita. Lei aprì gli occhi e morì sul colpo. Io le sussurrai “Sono io che ti ammazzo perché ti amo, bella e disgraziata Bellinda: ma debbo vendicare il mio onore”. Poi la baciai più volte sulla fronte: ero confuso ed emozionato, tanto che mi sentii venire meno e stavo per cadere in terra”. Uccisa la moglie, fu il turno di Elena Fusco, che fu sparata sull’uscio del suo bar. La donna sopravvisse per 19 giorni prima di spirare, negando sempre di aver aiutato il fratello a sedurre Bellinda.

Il processo a Luigi Carbone vide contrapporsi due dei più grandi avvocati del tempo: Alfredo De Marsico, parte civile per i parenti di Elena Fusco e Giovanni Porzio per Luigi Carbone. Il primo sosteneva che l’imputato fu sospinto al delitto per “bassezza, ferocia e cinismo”; il secondo che al medico non poteva essere rimproverato nulla perché “travolto dalla follia”.

De Marsico, ben conoscendo l’ambiente avellinese, capì che tutto gli era contrario “in quest’aula noi giungiamo per un atrio dove si accalca una folla al passaggio dell’imputato sorride, saluta, augura, mentre a noi, difensori di una memoria lacrimata, non oppone che un silenzio duro, irriverente, ostile. Essa è la platea cui abbiamo il torto di concedere con tutte le nostre forze la gioia di un saturnale. E’ vano protestare che non si vuole l’apoteosi dell’accusato: ma giustizia. Fuori di qui, le arene sono già pronte ad acclarare il sanguinario sciagurato”. I suoi dubbi erano più che fondati ed il pericolo più grave era costituito dal desiderio della giuria popolare di trovare una formula per evitare al Carbone qualunque pena, ritenendolo infermo o seminfermo di mente.

In tale quadro si mosse con sapienza ed arguzia l’Avv. Porzio il cui scopo era proprio dare ai giurati quello che loro desideravano, ovvero convincerli che Luigi Carbone fosse completamente incapace di intendere e di volere quando uccise la moglie e la sorella del seduttore. Porzio aveva a disposizione i precedenti familiari del medico ed il suo comportamento.

Non era necessario altro per convincere chi aspettava di essere convinto e così Luigi Carbone fu assolto. I giurati si convinsero che l’uomo avesse ucciso la moglie mentre non era capace di intendere e volere, mentre fu condannato a soli 30 mesi di cui sei condonati per aver ucciso Elena Fusco. Per quest’ultimo omicidio lo considerarono seminfermo di mente e meritevole di tutte le attenuanti.

Oggi storie come queste fanno rabbrividire, eppure per certi aspetti sembra che tale reato sopravviva. Il progetto europeo Honour Ambassador Against Shame (HASP), coordinato dalla facoltà di Medicina e Psicologia di Sapienza Università di Roma ha evidenziato come la violenza contro le donne legata a un presunto senso di difesa dell’”onore” sia ancora molto presente anche nel nostro Paese.

Innanzi ad un uxoricidio o un femminicidio spesso sentiamo le giustificazioni quali “Ho perso la testa, sono troppo geloso, ho avuto un raptus”. Il tema è particolarmente complesso e chiaramente non è questa la sede, ma appare necessario mantenere alta l’attenzione su tale problema a livello culturale e giuridico.

Proprio su tale ultimo aspetto vi è necessità di valutare con rigore lo stato d’animo dell’imputato. Sul punto fece molto scalpore la sentenza della Corte d’assise d’appello di Bologna che assolse l’imputato perché non imputabile a causa di una “tempesta emotiva”. Per la verità l’anno successivo la Suprema Corte di Cassazione annullava quel provvedimento per una nuova valutazione delle circostanze.

O ancora la sentenza genoana per la morte di Jenny Angela Coello Reyes, avvenuto a Genova nel 2018 per mano del suo connazionale Javier Napoleon Pareja Gamboa. Alla richiesta dell’Accusa di condannare l’imputato a trent’anni di reclusione i giudici liguri condannarono Gamboa a 16 anni perché l’omicida era mosso «da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento» nei confronti di lei. E questo, secondo l’Avv. Giuseppe Maria Gallo, difensore dei familiari della donna: «Sebbene nessuno abbia il coraggio di dirlo, con questa motivazione si sta riesumando il delitto d’onore».

Ed allora è necessaria un’attenta valutazione per determinare se quella gelosia, arma di morte, sia da considerare un’aggravante (futili motivi) o un’attenuante, potendo portare in casi di riconosciuta incapacità all’assoluzione. Infatti, la gelosia ha un significato multiforme e disomogeneo e «può essere presa in considerazione dal giudice ai fini della concessione delle attenuanti generiche, soprattutto in presenza di circostanze di natura ambientale e sociale che abbiano influito negativamente sullo sviluppo della personalità del reo» (Cass. Cass., Sez. I, sent. 8 novembre 2019, dep. 24 gennaio 2020, n. 2962), ma può anche essere considerata motivo abietto e futile quando la condotta tenuta sia espressione di uno spirito punitivo nei confronti della vittima, che viene considerata come propria appartenenza. L’aggravante potrebbe invece essere esclusa laddove la gelosia, nell’essere collegata ad un abnorme desiderio di vita in comune, abbia indotto a gesti del tutto inaspettati e illogici (Cass., 1 ottobre 2019, n. 49673).

Il radicale cambio di approccio anche giurisprudenziale passa inevitabilmente attraverso un nuovo approccio culturale, ove soprattutto le generazioni future non relegheranno il grado del proprio valore al potere esercitato sull’ex, alla propria forza ed alla superiorità.

Ed è questo malinteso senso dell’onore, quando chiaramente non coinvolge aspetti patologici, che va affrontato e sconfitto, perché porta ancora oggi alla morte di chi ha osato ledere quell’onore ed a sentenze che, per le deboli condanne emesse, sembrano far rivivere il delitto d’onore.