Bentornato, Iron Mike

Fonte Immagine: corrieredellasera

Destro al corpo, montante a vuoto e sinistro alla tempia: Berbick al tappeto, Tyson sulla vetta del mondo. Il 22 novembre 1986, Mike aveva solo vent’anni quando divenne campione del mondo dei pesi massimi, il più giovane di tutti.

Il prossimo 28 novembre, ben trentaquattro anni dopo quella fatidica notte di Las Vegas, Mike Tyson, 54 anni, tornerà sul ring. Lo sfidante sarà Roy Jones Jr., 51 anni. Effetto amarcord garantito, insomma.
Nonostante l’età, quella di sabato sera non può essere considerata solo un’esibizione sportiva come tante altre, c’è molto di più in gioco: Tyson dovrà fare i conti con i fantasmi del suo passato. Più che contro Jones, Mike combatterà contro sé stesso, contro il silenzio assordante lasciato da una carriera concretizzatasi a metà, anni buttati ed un talento indiscutibile espresso solo in parte. Non si rinasce, purtroppo. E questo Iron Mike lo sa bene.

È stato detto di tutto su Tyson, ha pagato il suo debito con la giustizia e sembra essere tornato ad una vita normale, per quanto possa esserlo, lontano dagli eccessi del passato. C’è da dire, però, che Mike non ha avuto un’infanzia felice e, soprattutto, per nulla facile.
Nasce a Brooklyn, un distretto di New York, nel 1966, in una realtà sociale e familiare non idilliaca. Risulta figlio di Percel Tyson, da cui eredità il cognome pur non avendolo mai conosciuto, ma il padre biologico era un pappone che divenne poi diacono della chiesa.
Fu cresciuto solo dalla madre, spacciatrice e prostituta, circondato da criminali e poliziotti corrotti, quello che egli stesso chiamava “il circo al gran completo”. Non proprio un ambiente idoneo per il piccolo Mike o per suo fratello Rodney e sua sorella Denise.
In un clima di gangs e sparatorie, di compagni ammazzati dalla polizia e lui stesso in carcere più volte per furti e rapine, Mike trovava un po’ di svago nella sua unica passione: allevare piccioni.

 

Dovette aspettare l’adolescenza per trovare la sua unica guida, colui che, almeno per qualche anno, dimostrò di saper gestire un ragazzo che si era, fino ad allora, dovuto adattare ad una vita che gli era stata imposta. Il suo nome era Cus D’Amato, già noto per aver allenato Muhammad Alì, un manager che prese a cuore il giovane Tyson, tanto da decidere di adottarlo. Furono gli anni in cui Mike si avvicinò alla boxe, conobbe il vero affetto familiare ed una vita relativamente tranquilla.
Il destino vole che l’unico mentore vero di Tyson, nonché la persona che, forse, aveva rispettato e stimato di più, venisse a mancare nel 1985, prima che il percorso iniziato desse i suoi frutti, concretizzandosi, l’anno successivo, con la conquista del titolo.
Mike, di nuovo solo, ricomincia a perdere la bussola. Il resto è storia nota, l’affermazione come pugile, la galera per stupro e omicidio, l’orecchio mangiucchiato di Holifield e un destino che poteva essere ciò che non è stato.

Presumibilmente, quindici anni fa Mike non si sarebbe aspettato di poter usufruire di un’occasione simile, dopo quel famoso e ultimo KO inferto da McBride. Ma si sa, un pugile conserva sempre dentro di sé la forza e la tenacia per affrontare un ultimo incontro. Sarebbe da folli aspettarsi di vedere il Tyson di una volta ma è pur vero che non si può cambiare ciò che si è in realtà e Mike è un combattente, non vi è un interruttore per spegnere tale verità.
Piaccia o non piaccia, Iron Mike è la prova vivente di quella parte insita nell’uomo che “non vuole mollare, che vuole fare un altro round; perché fare un altro round, quando pensi di non farcela, è una cosa che può cambiare tutta la tua vita”.