Bergman e le partite a scacchi con la morte

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Alcuni nomi più di altri, in ciascuna disciplina, sono capaci di scavare solchi col passato, tracciare una netta linea di demarcazione tra ciò che era prima e dopo di loro. Per chi si è affacciato da poco al mondo del cinema, forse questo non sarebbe il caso di Ingmar Bergman. Non si tratta infatti solo di un casuale affastellamento di consonanti, inammissibile e quasi incomprensibile per la fonetica mediterranea, ma di uno dei registi più importanti del cinema europeo tra gli anni ’50 e ’60. Le sue pellicole, leggendarie, sono state d’ispirazione a molteplici generazioni di registi: a memoria, per citare uno dei suoi più recenti recuperi, tornano alla mente alcune scene dell’ultimo lavoro di Woody Allen (Rifkin’s festival) in cui, tra i caleidoscopici e referenziati sogni dell’anziano protagonista, compaiono alcuni soggetti evidentemente derivati dall’intreccio de Il settimo sigillo.

Bergman nacque in Svezia nel 1918, mentre la Prima guerra mondiale volgeva verso il suo termine. L’Europa rimetteva insieme i pezzi dopo il primo conflitto su così larga scala e le famiglie del vecchio continente erano ancora colpite dalla durezza degli anni di piombo appena trascorsi. Ingmar, come molti altri suoi coetanei, non attraversò un’infanzia semplice: figlio di un pastore protestante particolarmente rigido, crebbe secondo i principi di peccato, confessione, punizione, perdono e grazia. Parole chiave della sua esistenza giovanile, indici della dura disciplina paterna, questi gravi concetti torneranno ad esprimersi anche nell’intera filmografia del regista scandinavo. Un’educazione tanto dura infatti lascerà una duratura impronta sull’esistenza dell’artista svedese, perennemente impegnato ad interrogarsi su temi profondamente umani come l’amore, la fede, la solitudine, il rapporto con l’altro. La scoperta del teatro e del proiettore avrebbero poi permesso al giovane Bergman di portare alla luce le proprie domande, fornendo risposte originali e intriganti per il pubblico del tempo (nonché ancora profondamente attuali). 

L’influsso di un cinema intimo, fragile, humanus per ricalcare un aggettivo tanto caro a Terenzio, ha saputo valicare i confini del genere facendo sentire il suo peso anche in altri rami della cultura pop. Non è un caso che il noto rapper Marracash abbia deciso di intitolare il suo penultimo album Persona.

Persona. Il titolo di uno dei lungometraggi più apprezzati di Bergman. La trama è di per sé abbastanza semplice, ma il simbolismo che la permea ne rende difficilmente comprensibili alcuni passaggi, senza prima una attenta analisi. Un’attrice, Elisabeth Vogler, durante una rappresentazione teatrale (l’Elettra, per la precisione, universale metafora di scontro con la propria essenza e le proprie origini e dell’incapacità di agire, una sorta di ancestrale Amleto) rimane muta, scegliendo consapevolmente di sigillare, forse per sempre, le sue labbra. Per superare questa condizione autoimposta, la donna viene condotta in una clinica in cui a prendersi cura di lei sarà Alma, una giovane infermiera con poca esperienza sulle spalle. Le due donne trascorreranno una lunga vacanza rilassante (almeno nelle intenzioni) in una villetta messa a loro disposizione dalla dottoressa a capo dell’istituto. Durante la loro permanenza in questa località però, verranno a galla insicurezze, cortocircuiti e sensi di colpa legati al passato non solo di Elizabeth, ma anche della stessa Alma, che ad un tratto, di fronte allo spietato silenzio della sua paziente, sembrerà essere sottoposta ad un’inversione dei ruoli. Le due figure femminili sembrano, a poco a poco, convergere in un’unica essenza, fatta di luci ed ombre, di riflessi e sdoppiamenti, e magistralmente Bergman ce lo sottolinea attraverso le sue inquadrature. Un ambiguo abbraccio in notturna, la sovrapposizione dei due volti nel lungo discorso che fa quasi da chiusa all’opera. Il miscuglio tra i due personaggi non è solo metaforico. Le due donne in qualche modo si amano, si invidiano, si odiano: l’una rimpiange la fama dell’altra e vorrebbe a tutti i costi fare una bella impressione ai suoi occhi, l’altra si diverte nel notare la sua ingenuità così come la sua libertà e la sua inarrestabile vitalità. L’equilibrio si romperà proprio a causa delle parole, parole da cui Elizabeth si era messa al sicuro, dal loro potere maligno, dal loro sapore amaro. Parole che sanno solo far male, creare disagio, dolore. 

Il settimo sigillo, d’altronde, è un must per qualunque cinefilo. La fatidica battaglia contro la morte assume qui la sua rappresentazione più alta e, probabilmente, più nota. Un cavaliere assiste alla comparsa di un nero figuro. 

«Chi sei tu?» 

«Sono la Morte» 

«Sei venuta a prendermi?» 

«È già molto che ti cammino a fianco» 

«Me ne sono accorto»

Un botta e risposta breve, conciso, rassegnato. Poi un barlume di speranza. Una partita a scacchi per aver salva l’anima. La battaglia tra l’uomo e il tristo mietitore verrà combattuta, minuto dopo minuto, alternandosi con le vicende degli ultimi giorni di Antonius. In una sarabanda di incontri, scontri, discussioni, Antonius riflette sul significato dell’esistenza, sulla fragilità del destino umano di fronte a malattie, condanne, semplici accidenti. Antonius, come un condannato lungo il suo personalissimo “miglio verde”, osserva attentamente il modo degli uomini di comportarsi di fronte alla irrevocabilità della fine: da chi si concede a sfrenati piaceri a chi si abbandona al crimine e alla negligenza, fino a chi piuttosto preferisce costringersi a dolorose pratiche per purificare il proprio spirito. Un vero e proprio saggio sulla più grande nemica dell’essere umano compresso in 96 minuti divenuti ormai leggenda.