Bergoglio e il dramma dell'immigrazione di massa

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È lampante. Che la prospettiva di Bergoglio sia affine a quella del polo dominante, con il quale condivide la rinuncia alla sfera della trascendenza e la demonizzazione del principio di sovranità nazionale democratica (liquidato con il lemma orwelliano di “sovranismo”) emerge, oltretutto, dall’apologia dell’immigrazione di massa, fulcro del programma mondialista di aggressione alle classi lavoratrici e alle comunità etiche solidali. La battaglia sostenuta da Bergoglio, nel 2019, a in difesa dei “porti aperti” si sposa appieno con i desiderata della classe dominante e del suo deplorevole traffico di vite umane. È parte integrante del Vangelo secondo Soros.

V’è, a tal riguardo, una foto, anzi, più propriamente, un selfie del febbraio del 2019, che ritrae Bergoglio insieme con don Capovilla, parroco di Marghera: i due sono intenti a mostrare un gadget, sul quale campeggia, ben leggibile, la scritta “porti aperti”. È il gadget con il quale gli agenti del mondialismo “sensibilizzano”, a loro dire, sul tema delle migrazioni, di fatto promuovendo con i nobili nomi di “integrazione” e “accoglienza” i processi di deportazione neoschiavil e di barbaro sradicamento degli africani dai nuovi negrieri del capitale.

Non deve, d’altra parte, passare inosservata la scelta papale del selfie, il gesto, tra tutti, più allineato all’ortopedia globalista e alle scene di quotidiana postmodernità delle tribù dei “selfie della gleba”, come con ironia li abbiamo appellati nel nostro studio “Glebalizzazione. La lotta di classe al tempo del populismo” (2019).

Di fronte all’orrore della deportazione di schiavi dell’Africa gestita da associazioni e navi private e guidate in astratto da ideali umanitari e in concreto dalla gelida assiomatica del profitto, Bergoglio non scelse la strada che fu di Cristo: ossia la via consacrata a quella difesa degli ultimi che, nel caso specifico, si sarebbe dovuta determinare in concreto come lotta contro il nefarium negotium condannato da papa Gregorio XVI nel 1839 e ora coincidente, mutatis mutandis, con la deportazione e il traffico di vite umane e, dunque, come battaglia contro lo sradicamento dei popoli dalla loro terra, dalla loro civiltà e dalle loro radici culturali, materiali e spirituali.

Rivelandosi in linea con il Vangelo di Soros e del turbocapitalismo più che con quello di Cristo e dei suoi apostoli, il pontefice faceva sua quella battaglia per i porti aperti e per la libera circolazione (e deportazione) di merci e di persone mercificate che non solo non trova fondamento nelle parole e nello spirito di Cristo, ma che direttamente rispecchia il fondamento del liberismo cosmopolita.

Al cospetto dell’indegno traffico di vite umane deportate dall’Africa con il solo obiettivo – su cui ci siamo soffermati nel nostro libro Storia e coscienza del precariato – dell’estrazione del pluslavoro e dell’abbassamento generale delle condizioni della classe lavoratrice (migrante e autoctona), non è inverosimile pensare che Cristo e i suoi discepoli si sarebbero battuti affinché siffatto abominio si placasse e le vite umane venissero rispettate nella loro sacra essenza dotata solo di valore e non di prezzo.

Avvalorando il teorema di Nietzsche, secondo cui la Chiesa sarebbe divenuto ciò contro cui Cristo aveva combattuto e insegnato a combattere, Bergoglio sposava apertamente la posizione egemonica del polo dominante, desideroso di ottenere, grazie ai porti aperti, braccia a basso costo da sfruttare senza pietà con il diabolico dispositivo del caporalato e mediante le quali abbassare le condizioni di vita e di lavoro anche dei lavoratori autoctoni, avvezzi a vivere, grazie alla stagione delle lotte di classe e del welfarismo, al di sopra di quelle che i padroni del liberismo avevano scelto di qualificare come le loro possibilità.

Come un qualsivoglia cantore del mondialismo, Bergoglio condannava non già la deportazione di esseri umani, ma quanti ad essa si fossero opposti. Lo faceva, peraltro, impiegando le medesime categorie proprie della neolingua liberista e del pensiero unico politicamente corretto ed eticamente corrotto: xenofobe e intolleranti erano, per Bergoglio come per il “filantropo” speculatore Soros, le masse dei lavoratori europee supersfruttati e sottopagati che, anziché celebrare le ondate migratorie dall’Africa come imperdibili occasioni di incontro multiculturale, ad esse si opponevano, nella consapevolezza che avrebbero condotto all’abbassamento preordinato e generalizzato delle condizioni di lavoro e dei livelli salariali. Come un qualsivoglia esponente del clero intellettuale progressista e allineato con il verbo mercatista, Bergoglio non vedeva, nell’immigrazione e nello sradicamento imposti dal tecnocapitalismo, sfruttamento e miseria a nocumento dei dannati della terra, migranti e autoctoni. Vi ravvisava, invece, solo opportunità di circolazione e di spostamento.

Di più, il pontefice si avventurava a celebrare il “meticciato”, ossia il nome edulcorante con cui il nuovo ordine verbale glorificava la dissoluzione delle identità culturali dei popoli e delle comunità umane. Così si espresse il pontefice in un’intervista a “La Repubblica” del 25 settembre del 2019: “si vuole bloccare quel processo così importante che dà vita ai popoli e che è il meticciato. Mescolare ti fa crescere, ti dà nuova vita. Sviluppa incroci, mutazioni e conferisce originalità”.

Erano, quelle di Bergoglio, parole del tutto sovrapponibili a quelle dell’intellettuale di punta del rotocalco “La Repubblica” e dell’intero fronte della new left postmoderna e nichilista, il demofobo Eugenio Scalfari: colui il quale, per inciso, in un’intervista a Tv2000, si spinse senza ritegno a sostenere l’analogia tra bestie e poveri (“i poveri – disse Scalfari – salvo pochissimi, non hanno bisogni secondari”). Non diversamente da Bergoglio, così si era espresso il demofobo Scalfari nel 2016: “si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato”.

In effetti, Scalfari e Bergoglio intrattennero, negli anni, un dialogo che, mediante interviste, si caratterizzò per una tale convergenza di vedute, sotto il segno della catechesi globalista, da produrre un effetto letteralmente unheimlich: diventava pressoché impossibile distinguere, in non rari casi, chi dei due fosse il papa e chi il giornalista della “Repubblica”.