Bergoglio, il Gorbačëv della Chiesa di Roma

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Il nuovo cominciamento, quale si ebbe con l’ascesa del 13 marzo 2013 al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio, con il nome di papa Francesco, segnò a tutti gli effetti una svolta netta, una cesura epochemachend: dall’opposizione frontale, centrata sulla rivalorizzazione del sacro e della tradizione, si transitò all’adattamento all’ordine del mundus.

Come è stato evidenziato da Antonio Socci, Bergoglio fu per la Chiesa ciò che Gorbačëv fu per il comunismo. La “ristrutturazione” (перестройка) che egli attuò del comunismo fu, in verità, la sua dissoluzione, con annesso transito del vecchio mondo comunista sotto le insegne del nichilismo della civiltà dei consumi americanizzata.

In fondo, la vicenda, a cavaliere tra il tragico e il comico, di Mikhail Gorbačëv si lascia condensare nel fatto che, ancora nel novembre del 1990, circondato da generali in alta uniforme della nomenklatura di Stato e di Partito, egli assisteva dalla tribuna del Mausoleo di Lenin alla parata militare per la celebrazione dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre e due anni dopo, nel 1992, figurava come surreale protagonista di una réclame televisiva della catena americana Pizza Hut.

Né deve essere obliato, per spirito di completezza, che, nel 1990, gli economisti di Gorbačëv elaborarono un piano, ribattezzato come dei “quattrocento giorni”, mirante a una massiccia privatizzazione dell’economia sovietica, con palese curvatura anglosassone e antisocialista. 

Nell’apoteosi del “caos russo” (Jacques Sapir), Gorbačëv aveva assunto la missione di seppellitore, per conto del capitalismo americano-centrico, del comunismo storico novecentesco in fase di smantellamento. A questo progetto aveva assegnato l’allettante – e altamente orwelliano – nome di perestrojka (перестройка), ossia, appunto, “ricostruzione”.

Come Gorbačëv, anche papa Bergoglio, dal 2013, si fece promotore della perestrojka in seno alla Chiesa cattolica. Dietro l’ufficiale volontà di “ricostruirla” dopo l’episodio del balcone vuoto di San Pietro e di portarla all’altezza dei tempi dell’iper-immanentismo e della scristianizzazione, si nascondeva, invero, la concreta dissoluzione della Chiesa come ultimo baluardo oppositivo al nichilismo della civiltà dei consumi americano-centrica. 

Il “suicidio della rivoluzione”, teorizzato da Del Noce, si ebbe, così, anche sul côté del regno cristiano cattolico nella forma di un inconfessabile “suicidio della Chiesa”. La quale, per portarsi all’altezza del mondo sdivinizzato e neo-edonista, negò se stessa in forma suicidaria, ridefinendosi, con Bergoglio, come ancilla del nuovo ordine mondiale sdivinizzato e teologicamente corretto.

È, ancora una volta, l’ἀνάλογον di quanto accadde con Gorbačëv: il comunismo si era portato all’altezza dei tempi suicidandosi e sciogliendosi nel nuovo ordine mondiale atlantista a liberalizzazione individualistica integrale dei consumi e dei costumi.

Il paradosso lampante sta, oltretutto, nel fatto che né il comunismo sovietico, né la Chiesa di Roma, riuscirono a cogliere la reale essenza catecontica l’uno dell’altra: e, di più, si fecero una guerra reciproca – ora aperta, ora sotterranea –, senza comprendere mai realmente che il nichilismo capitalistico avrebbe travolto sia l’uno, sia l’altra. Tanto la Chiesa di Roma, quanto il comunismo di Mosca, in effetti, svolsero, sia pure in forme diversissime, il ruolo di κατέχον, di potenza catecontica rispetto al dilagare dell’onnimercificazione, del nichilismo relativistico e della mondializzazione americano-centrica dei corpi e delle coscienze.

Solo così si spiega, del resto, la battaglia condotta da papa Wojtyla contro il relativismo nichilistico coessenziale alla civiltà dei mercati e, insieme, contro il comunismo storico novecentesco, inteso sempre e solo – in termini non distanti dalle rappresentazioni caricaturali della propaganda americana – come “dittatura totalitaria” e come materialismo ateo.

Si sarebbe incaricato il disordinato ordine post-1989 di mostrare a papa Wojtyla come la fine del comunismo storico novecentesco (Berlino, 1989) non generasse libertà e pace, trionfo della fede cristiana e vittoria sul materialismo ateo, ma esattamente l’opposto: nuove forme di oppressione e di disuguaglianza, avanzamento sempre più celere della scristianizzazione e della desacralizzazione del mondo, vittoria dell’ateismo neo-edonista e materialista, istanze totalitarie di controllo e omologazione ancor più radicale di quella prodotta dai totalitarismi novecenteschi rossi e bruni.

In sintesi, la fine, pur ingloriosa, dell’Unione Sovietica liberò soltanto il delirio nichilistico del capitalismo integrale, fino ad allora tenuto a freno dalla divisione del mondo secondo il principio del cuius regio, eius oeconomia. E dimostrò il fatto che, in antitesi con la narrazione cristiana propugnata da papa Wojtyla, il comunismo era stata una potenza catecontica, la cui fine doveva essere pianta come una disgrazia, più che celebrata con giubilo.

Un discorso analogo, pur con le specifiche differenze del caso, può ragionevolmente svolgersi intorno alla fine della Chiesa cattolica, quale si sta consumando con Bergoglio e con la sua resa al mondialismo nichilista. In antitesi con quella che era stata la narrazione egemonica degli alfieri del comunismo, l’estinzione della Chiesa e la convergente desacralizzazione del mondo non producono libertà ed emancipazione, ma l’esatto opposto: scatenamento delle potenze anticristiche del globalismo e annichilimento di ogni residuo spazio del sacro, cioè dell’indisponibile alle pratiche della mercificazione.

Ciò deve indurre a riflettere sul fatto che la Chiesa di Roma, come il Partito di Mosca, svolse nel Novecento e ancora nel primo scorcio del nuovo millennio, prima della resa bergogliana, il ruolo di κατέχον, arginando e contenendo il dilagare di un capitalismo che non aveva bisogno delle frontiere materiali del Muro di Berlino e di quelle spirituali del regno dei cieli, e anzi doveva abbatterle. Era, oltretutto, la prova di quanto già aveva compreso Pasolini, ossia del fatto che l’immanentismo ateo ed edonista del capitalismo era maggiormente distante sia dal comunismo, sia dal cristianesimo, più di quanto questi non fossero lontani tra loro.

Il cristianesimo, con il suo radicato senso di giustizia sociale in nome del “regno dei Cieli”, era più vicino al comunismo e alla sua proposta di eguale libertà più che al regno animale capitalistico dello spirito della libera concorrenza innalzata a unico paradigma del mondo della vita: proprio come il comunismo, con il suo messianismo secolarizzato e con la sua promessa di redenzione futura, era prossimo al cristianesimo e alla sua tensione escatologica più che all’ateismo materialistico capitalistico e alla sua santificazione dell’esistente compiutamente reificato.

In termini generali, alla luce di quanto sostenuto, si può plausibilmente asserire che il cristianesimo, che Ratzinger aveva con vigoria intellettuale tentato di rifondare sulle basi della tradizione filosofico-teologica in vista della lotta contro la dittatura del relativismo, si sciolse, con l’ascesa di Bergoglio al soglio pontificio, nell’ateismo liquido di un relativismo fintamente umanitario, ecologista e droitdelhommiste, che espungeva ogni riferimento alla trascendenza, al sacro e a Cristo. E come Gorbačëv divenne testimonial, nel 1992, della pubblicità di Pizza Hut, così Bergoglio, nel 2013, venne nominato e acclamato “uomo dell’anno” dal rotocalco turbomondialista “Time”.

Come con Gorbačëv, anche ora la “minaccia dei barbari” non era alle porte: era, invece, già dentro, dacché si trattava, anche nel caso della Chiesa, di una dissoluzione interna alle sue istituzioni e al suo mondo, mediante una controrivoluzione endogena o, con le sintassi di Del Noce, mediante un vero e proprio suicidio.