Berlusconi e le fantaquirinarie

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"L'Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato…” suona come quell’antico motivetto che tutti conoscono ma di cui più nessuno ne rammenta l’autore. Perché quell’esordiente politico di un quarto di secolo fa, che regalò speranza a milioni di italiani (i quali gli corrisposero fiducia a loro volta) sembra aver lasciato il posto ad un apparentemente ingenuo ex imprenditore, ammaliato dalle seducenti sirene di quello che fu lo scranno di Cossiga e di Saragat ed, al contempo, un miraggio per troppi pilastri dell’era repubblicana, come lo stesso Giulio Andreotti.

O, perlomeno, è ciò che si evince dalle ultime dichiarazioni del "fu Cavaliere", sempre più lontano dalle ormai abbandonate posizioni destrorse. Dopo la lettera inviata all’assemblea dell’UDC, in cui pone esplicitamente Forza Italia in “un centro alternativo alla sinistra e ben distinto dalla destra”, ed un'insopportabile piaggeria indirizzata al Movimento Cinque Stelle, per aver – a dir suo - “dato voce a un disagio reale che merita rispetto e attenzione”, con tanto di elogio al – chiaramente fallimentare -  reddito di cittadinanza, non mi meraviglierei di un ipotetico Silvio Berlusconi, con  tanto di basco e sigaro cubano, che si professasse di sinistra, ad un eventuale consesso targato PD, in memoria dei propri trascorsi socialisti.

Il Berlusconi dell’ultimo periodo si presenta dimentico di quei mattoni che hanno costituito la propria carriera politica ed imprenditoriale, ma soprattutto della calce, solida e tenace, che quei laterizi li ha tenuti insieme, nonostante reiterati e costanti tentativi di annacquarla da parte di chi oggi apparirebbe come possibile elettore del fanta-candidato. La saggezza delle sue rughe interiori ci avrebbe portati a pensare ad un tramonto politico diverso, nel quale il protagonista in questione avrebbe assunto le vesti del padre nobile di un centrodestra che ha rappresentato davvero il conservatorismo italiano, quel liberalismo che ostruì le porte di Montecitorio ad un più che probabile avvento post-comunista, quel sovranismo che non accettò mai di piegarsi ai ricatti del duo Merkel-Sarkozy.

Diciamolo: chi pensa che l’ultimo premier realmente eletto dagli italiani sia impazzito si sbaglia di grosso! Egli è, invece, del tutto consapevole di non poter concretamente ottenere ciò che chiede - e che nel proprio io effettivamente desidererebbe – proprio perché sarebbe utopistico pensare di incassare l’appoggio di chi ha nutrito, ed ancora nutre, un odio viscerale e personale, tipico dell’invidia attribuita a quella volpe di esopica memoria, nei confronti dello stesso da sempre. Il suo obiettivo è un altro e di natura machiavellica: proprio come accaduto nella circostanza che ha visto salire Mario Draghi Palazzo ChigiBerlusconi vorrebbe intestarsi la paternità del futuro nome del Colle. Non che Berlusconi non meritasse il ruolo di Presidente della Repubblica, anche solo per il fatto inconfutabile che sarebbe un “capo dello Stato non influenzabile dalle toghe”, come coraggiosamente ammesso da Sansonetti, ma al Cav. interessa, più che altro, una sorta di riconoscimento rispetto al fatto che, dopo decenni, riesca ancora ad essere determinante nello spostare gli equilibri politici.

La lettura degli eventi risulta a parer mio chiara: ci sono scelte che non hanno nulla a che fare con le decisioni, le quali ricadranno sì su un moderato - che questa volta (e finalmente!) non sarà espressione diretta del Partito Democratico - ma la designazione rimarrà prerogativa di quell’Europa che ha partorito gli ultimi vertici istituzionali italiani, Mario Draghi compreso.