Big Brother is watching you

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Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l'aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!

Parole dure, quelle di Amintore Fanfani, figlie di un’epoca in cui i valori erano sentiti in maniera solenne e, forse, esasperata. Nonostante l’evidente, esagerata franchezza, caratterizzata da una palese volontà di colpire allo stomaco dell’italiano medio, in vista del rivoluzionario referendum che sottopose al volere dei cittadini proprio il delicatissimo tema del divorzio, azzardo l’ipotesi secondo cui nemmeno Fanfani fosse allora stato davvero consapevole di quanto profetica sarebbe stata, un giorno, la propria predizione.

La scelta di introdurre una norma di civiltà come la risoluzione del vincolo matrimoniale, rispetto a due individui ormai incompatibili, ha sicuramente inaugurato quella che può definirsi l’era progressista della Repubblica Italiana, a discapito dell’ipocrita condanna di chi era costretto ad arrendersi ad una vita perpetuamente infelice. Ma non si può negare che da allora le cose siano andate degenerando oltremodo, passando da una società estremamente bigotta ad un’altra, quella odierna, che può definirsi tutto tranne che libera. Semmai si possa parlare di anni bui riguardo al riconoscimento dei diritti dell’individuo, penso proprio che li stiamo vivendo e da tempo. Perché la tendenza apparente a consentire ogni cosa cela la concreta e realizzata filosofia del “politicamente corretto”, la cui propensione irrefutabile risulta essere quella di censurare qualsivoglia visione fosse ritenuta controproducente in relazione al disegno oculatamente architettato dalla classe dominante.

Ed è chiaro che chi, a questo punto, continuasse a negare un effettivo parallelismo con quanto descritto da Orwell nel proprio “1984”, sia in clamorosa malafede. E, ne sono convinto, nemmeno il succitato scrittore britannico avrebbe mai pensato alle troppe similitudini tra ciò che aveva partorito la propria mente e quanto avrebbe fatto conoscere alla nostra generazione una insperata gestione egemonica della res publica.

Mai ci saremmo aspettati che si vietasse il termine “Natale” - o che se ne raccomandasse la destituzione linguistica - per non offendere culture religiose differenti da quella cristiana; o che si consigliasse di sostituire il nome di “Maria” con un più generico, ma anonimo, “Malika”. Se poi si aggiunge, tra una serie di insopportabili ed allucinanti divieti, un’attenzione spasmodica persino per una eventuale primazia nel nominare un sesso rispetto all’altro (“non rivolgersi alla platea con le parole ‘ladies’ o ‘gentleman’ ma utilizzare un generico ‘dear colleagues’”; “non usare nomi o pronomi che siano legati al genere del soggetto”; “mantenere un equilibrio tra generi nell’organizzazione di ogni panel”), sorge il dubbio che il discriminante sia proprio chi genera tali elucubrazioni.

E’ questa la vera volontà di un’Europa che, nonostante un coatto dietrofront, vuole svestirci delle nostre radici, privarci della nostra identità millenaria, per farci diventare un globale nulla. Il generico: si punta all’annullamento dell’individuo quale custode di esperienze, idee e tradizioni. Ciò che ci è stato tramandato non deve essere trasmesso a sua volta: il dictat dei nostri tempi, il tragico iter di trasmutazione che ci porta ad essere tutti dei numeri. Si procede, a passo celere, verso il totale indistinto.

In questo marasma di assurdità, non solo indicibili ma ancor prima impensabili, vi sono manifestazioni di totale disaccordo da parte di tanti illustri personaggi. E per fortuna! Tra le ultime dichiarazioni, emerge quella di Bryan May, leader e chitarrista dei Queen, la cui opinione suscita clamore proprio per la storia che ha rappresentato la sua band, in un momento in cui essere diversi era un problema e non una moda: "Freddie veniva dallo Zanzibar, non era inglese, non era così tanto bianco, ma questo era irrilevante. Mai nessuno ha discusso di questa cosa. Era un musicista, un nostro amico e nostro fratello. Non ci siamo mai fermati a pensare se dovessimo lavorare con lui, se aveva il giusto colore della pelle, la giusta propensione sessuale. Niente di tutto ciò è accaduto, e trovo spaventoso che oggi si facciano invece calcoli di questo tipo. (…) Oggi i Queen sarebbero costretti ad avere membri con la pelle di colore diverso, con identità sessuale diversa e dovrebbero anche avere una persona trans. La vita non dev'essere così: possiamo essere separati e diversi".