Brevi note sul populismo

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La questione del populismo è inaggirabile, a meno che non la si voglia liquidare in maniera del tutto autoconsolatoria come una mera patologia della democrazia. Essendo però l’argomento vastissimo e la relativa bibliografia, come si suol dire, sterminata, mi limiterò a qualche accenno su due aspetti cruciali del populismo, ossia il suo carattere intrinsecamente conflittuale e il suo rapporto col tema della rappresentanza politica. Solitamente il populismo non scompare mai dalla scena  politica, ma vive spesso sottotraccia, ingabbiato dal sistema politico vigente e con alcune sue istanze fatte proprie, silenziosamente, da uno o più partiti sistemici. Ci sono invece evenienze in cui il populismo emerge con forza in quanto segnale, per dirla con Ernesto Laclau, “della crisi di legittimità del discorso dominante”; quando poi tale crisi finisce per trascinarsi nel tempo, il populismo tende allora a diventare un attore permanente della scena politica, svolgendovi il ruolo decisivo di potenza in grado di riattivare il politico (in senso schmittiano). In altre parole, il populismo, costruendosi olta come contrapposizione tra il popolo e il ‘blocco di potere’ accusato di tradire la causa ‘popolare’, fa sua una concezione chiaramente conflittualista della politica e contestatrice del sistema dominante, a partire dal tentativo di ‘risvegliare’ il potere costituente del popolo in funzione appunto anti-establishment, col fine di riconsegnare al popolo stesso una sovranità che gli è stata da tempo ‘confiscata’.  

Altro punto a mio parere dirimente è quello della rappresentanza politica. Va chiarito subito che il populismo non è aprioristicamente anti-elitista. La presenza dell’élite è infatti una ‘regolarità’ della politica ed una costante sociologica che non ha alcun senso negare. Piuttosto, il vero problema è come andrebbe intesa la rappresentanza politica. Ad esempio, un populismo consapevole dovrebbe essere per il no in merito al quesito referendario sulla riduzione del numero dei parlamentari che renderà la rappresentanza ancor più manipolabile e subordinata a interessi e centri di potere estranei quando non direttamente antitetici al popolo (lasciando pure perdere la ridicola demagogia del ‘taglio agli sprechi’), e dovrebbe anche sottrarsi alle sirene della democrazia diretta, in quanto, nella logica referendaria e plebiscitaria, il popolo “di fatto si esprime solo in risposta a una domanda posta da altri, e la sua iniziativa è messa in forma da poteri a esso esterni” (Carlo Galli). Al riguardo basti sottolineare il ruolo pateticamente notarile cui è ridotta la grillina ‘piattaforma Rousseau’. Quindi il problema, come già detto, sta nel ripensare la rappresentanza  piuttosto che nel cercare astrattamente di negarla.  

Parto da Hans Kelsen, il quale, nel suo scritto Il problema del parlamentarismo del ’24 (ma si veda anche il più tardo Essenza e valore della democrazia dove ritornano quasi alla lettera le medesime parole), osserva che “la finzione della rappresentanza tende a legittimare il parlamento dal punto di vista della sovranità popolare”. Sempre Kelsen (e sempre nel Problema del parlamentarismo) allude alla “crassa finzione che è implicita nella teoria […] che il parlamento sia per la sua stessa natura il rappresentante del popolo”. Ecco perché, con rigorosa consequenzialità, Kelsen definisce la sovranità popolare una “maschera totemica” (nel già ricordato Essenza e valore della democrazia), pur non arrivando a comprendere fino in fondo la reale portata della sua stessa definizione. Infatti ciò significa (il riferimento è ovviamente al Freud di Totem e tabù) non tanto, come vorrebbe banalmente Kelsen, che la democrazia nasca dal ripudio dell’autorità paterna per cui i membri del clan indossano la maschera dell’avo del clan per fungere essi stessi da padre, ma che la sovranità popolare è sia il fondamento dell’ordine politico della democrazia (come il totem lo è del clan), sia ciò che può essere sacrificato nella finzione della rappresentanza (così come si dà l’uccisione sacramentale e la consumazione comune dell’animale totemico). In altri termini, la rappresentanza non rende affatto presente ciò che qui e ora è assente, attraverso quella dialettica appunto di presenza/assenza in cui per il Leibholz de La rappresentazione nella democrazia (del 1929) consisteva il concetto di rappresentanza politica. La rappresentanza, insomma, non rende presente ciò che è di per sé assente (cioè il popolo), ma tutt’al contrario, proprio per il suo carattere di finzione, rende in realtà il popolo due volte assente, innanzitutto perché la rappresentanza in quanto tale postula l’assenza del popolo, e poi perché, una volta costituitasi come rappresentanza,  appunto finge di rappresentare il popolo, che quindi rimane di nuovo e sempre assente.

 

Messa così la questione, quanto detto sinora sembrerebbe confermare il luogo comune che vorrebbe il populismo ‘naturalmente’ diffidente, se non proprio ostile, verso il concetto stesso di rappresentanza.  Ma il discorso, come già sottolineato in precedenza, è decisamente più complesso e sfumato. Infatti, sempre negli stessi anni Venti del Novecento,  è stato, a mio parere, Carl Schmitt a mettere in campo il più convincente tentativo di salvare, contemporaneamente, la rappresentanza e il popolo ‘rappresentato’, attraverso il doppio riferimento ai due principi della rappresentanza e dell’identità nella sua Dottrina della costituzione, risalente al 1928. Schmitt parte dalla constatazione che a prima vista rappresentanza e identità sembrano essere principi contrapposti. La rappresentanza infatti non è il popolo, non è identica al popolo (il parlamento non è un “popolo in miniatura”, scrive ancora oggi Bernard Manin). Eppure lo Stato in quanto unità politica si basa, per Schmitt, proprio sull’unione di rappresentanza e identità. Quella che pareva essere una insanabile opposizione si svela essere una indispensabile unione, la sola in grado di assicurare l’esistenza politica dello Stato. E questo perché, ecco il punto decisivo, la rappresentanza non è un che di normativo o di procedurale ma qualcosa di esistenziale. Ed è tale proprio in forza dell’identità, non contro di essa. Il che vuol dire, è sempre Schmitt a parlare, che “il problema del governo entro la democrazia consiste nel fatto che governanti e governati possono differenziarsi solo entro l’omogeneità costante del popolo”. Detto in altro modo: “l’identità democratica si basa sulla concezione che tutto quanto entro lo Stato si trova nell’attività del potere statale e del governo, resta entro l’omogeneità sostanziale del popolo”. La rappresentanza è esistenziale perché partecipa dell’omogeneità sostanziale del popolo (che in quanto tale è sempre presente ed esistente), essendo in essa fondata e da essa circoscritta. Da qui, infine, la necessità di preservare tale omogeneità, ad esempio con il “controllo dell’immigrazione straniera e non accettazione di elementi stranieri non desiderati da parte della legislazione sull’immigrazione”. Chiudo queste brevissime notazioni con un riferimento a un altro testo in cui la rappresentanza è stata nuovamente collegata all’esistenza, seppure da una prospettiva parzialmente diversa da quella schmittiana. Alludo all’opera fondamentale di Eric Voegelin, La nuova scienza politica, edita in origine nel 1952.  Innanzitutto Voegelin distingue la rappresentanza elementare, cioè parlamentare/costituzionale, da quella esistenziale. Affinché si abbia una rappresentanza esistenziale è necessaria ciò che Voegelin chiama l’articolazione. “L’articolazione è dunque – scrive Voegelin – la condizione perché esista rappresentanza. Per esistere, una società deve articolarsi, facendo emergere un rappresentante che agisca a suo nome”, laddove, a sua volta (a mio parere in innegabile connessione con ciò che Rudolf Smend chiamava l’integrazione personale), questo “capo rappresentativo di una società articolata non può rappresentarla nel suo complesso se non ha un certo rapporto con gli altri membri della società” (cioè con il “popolo”, chiosa giustamente Kelsen). Per finire, qui l’intreccio reciproco tra società articolata e capo rappresentativo mette comunque in luce la centralità dell’articolazione, da intendersi come legame non meccanico capace di arrivare “fino all’ultimo individuo” (sempre Voegelin), e dunque di attraversare tutto il corpo sociale, sì da giustificare il senso esistenziale della rappresentanza, non più ridotta a corpo estraneo o a mero artificio procedurale, ma pienamente inscritta nell’articolazione di cui è parte integrante. Detto altrimenti, una rappresentanza non piegata a interessi e vincoli esterni al popolo, solo entro la quale potrà darsi poi la rappresentanza propriamente parlamentare.