Cento anni di Pier Paolo Pasolini

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Pochi autori, nel cuore del ‘900, hanno saputo influenzare la loro cultura contemporanea come Pier Paolo Pasolini. Un nome, un autore, capace di racchiudere in sé una quantità di saperi, di discipline, impossibile da enumerare. La sua biografia già basterebbe di per sé a giustificare l’eterogeneità di un artista senza pari: nato nella Bologna dei giovani e dell’università, cresciuto al suono del dialetto friulano tra la gente del popolo di Casarsa, il rifugio a Roma tra gli stenti e una capitale che provava a ripartire dopo le devastazioni portate dalla guerra. Un’esistenza sempre in bilico, sempre in continuo divenire, accompagnata da un perpetuo dondolio tra differenti forme artistiche, da sole incapaci di soddisfare la sete esperienziale del genio bolognese. Un fil rouge unirà però i tanti differenti percorsi artistici intrapresi da Pasolini, un’idea sottesa a ciascun tipo di operazione estetica a cui il Corsaro si affaccerà, un messaggio ben espresso da un Pasolini personaggio comparso nell’opera omonima di Davide Toffolo, voce dei Tre allegri ragazzi morti e, a tempo perso, importatore della graphic novel nel Belpaese: 

«La poesia non è merce, non è consumabile. È ora di dirlo: questa di paragonare l’opera a un prodotto e i suoi destinatari a dei consumatori, può essere una spiritosa, divertente metafora. Ma nient’altro. Se qualcuno dice sul serio una cosa del genere, è imbecille.»   

Poesia per Pasolini non voleva indicare un genere, un sottoinsieme: poesia era l’esatto opposto, l’aggregato di ogni tipo di produzione che potesse fare capo al soggetto, alla sua espressione, alla sua vitalità e al suo modo del tutto unico e personale di vedere e mettere in scena il reale. Per questo Pier Paolo Pasolini lasciò un segno indelebile praticamente in ciascuna delle sette arti: arcinota è la sua smisurata passione per la pittura, con i dipinti di alcuni grandi pittori a cavallo tra XIII e XV secolo – Giotto, Masaccio, Mantegna – passati ad essere ispirazione per alcune delle sue più famose inquadrature realizzate con l’aiuto del cinematografo. E poi ancora, l’iniziale propensione alla lirica con raccolte come Poesie a Casarsa e il passaggio poi alla prosa con i grandi successi inaugurati da Ragazzi di vita

Nel centenario dalla nascita di questo talento cristallino del secolo breve, anche l’isola d’Ischia ha voluto celebrarne il ricordo, invitando a parlare del compianto autore che nel 2022 avrebbe compiuto 100 anni uno dei suoi più cari amici: il poeta e critico letterario Elio Pecora. Nel grembo del festival Storiae, alla sua quarta edizione incentrata sulle meraviglie del Mediterraneo, tra colonizzazioni, racconti di isole e sentinelle del mare e sullo scontro tra uomo e natura, un piccolo ma straordinario angolo è stato ritagliato proprio alla memoria di Pier Paolo Pasolini. 

Nell’ambiente caldo e accogliente della sala allestita nella Torre del Molino, di fronte al monumentale Castello Aragonese, le parole di Pecora hanno rimesso insieme i pezzi di un puzzle rappresentante una figura leggendaria: vigorosa, ma profondamente delicata (come ricordato anche dagli alunni di Pasolini nelle scuole di borgata), indipendente ma terrorizzata dalla solitudine, ribelle ma straziata dal rimpianto di una normalità impossibile, col dito sempre pronto ad accusare la corruzione e l’ingiustizia del suo tempo ma con la consapevolezza di essere anche lui stesso emblema dell’errore (morale, per dirne una, con le tante accuse di blasfemia nonostante la sua profonda religiosità). 

Pasolini, un artista a tutto tondo ma che, come racconta lo stesso Pecora «morì come un regista consacrato». Fu probabilmente infatti proprio la sua opera cinematografica a lasciare l’impronta più evidente e duratura. Da vero artista-pirata, Pasolini aveva capito che l’arte non poteva rimanere del tutto distaccata dalla realtà che andava raffigurando e dunque, pur odiando irrimediabilmente i frutti del mondo capitalista e conformista in cui era cresciuto, l’intellettuale bolognese aveva deciso di far ricorso agli stessi strumenti del suo nemico, di far irruzione in quella terra di nessuno e di servirsi di quelle armi prima rivolte contro di lui per trasmettere ancora più chiaramente le sue convinzioni. Ed ecco allora il suo messaggio di speranza in una nuova forza, in una nuova classe emersa dal basso, capace di sconfiggere il grigiore piccolo borghese, trasferirsi dalla pagina stampata ai fotogrammi di un nastro in celluloide. Maestro del mezzo cinematografico, Pasolini ci lascerà capolavori del calibro di Accattone, Mamma Roma, Uccellacci e uccellini

Il segreto dell’universalità dei suoi contenuti? Per Pecora, la capacità del suo genio di rinnovare tematiche primigenie, proprie dell’umanità in ogni sua epoca storica (l’amore, la famiglia, la povertà, la vittoria e la sconfitta, la fede) mettendo a nudo le analogie e, ancor di più, le contrapposizioni in esse insite. Per Pecora infatti Pasolini fu uomo che «portava guerra nei pensieri, una purissima energia contraddittoria», secondo il dettame di Eraclito della dinamicità, dello scontro come creatore di vitalità. 

Quella di Pasolini fu una esistenza ricca, estrema, contraddistinta da passioni spesso scandalose: le continue accuse di omosessualità, l’appoggio al marxismo d’impronta gramsciana, la religione cattolica vissuta tra rigida aderenza e inconciliabile critica. Un simile modo di stare al mondo, secondo il poeta di Sant’Arsenio incaricato della ricostruzione biografica, non poteva che condurre Pasolini ad una sensazione di drammaticità di sé stesso. In tutti i sensi: drammatici erano gli scontri interiori che si trovava costretto a dover affrontare giorno dopo giorno in una realtà che distava troppo dai suoi ideali e a cui non poteva arrendersi e drammatica era diventata anche la sua stessa persona, tanto che, per La Capria, probabilmente nella mente di Pasolini già gli si prospettava da tempo immemore una morte “tribale”, un sacrificio sull’altare di una patria che spesso gli aveva remato contro, un ultimo eroico gesto di ribellione da parte dell’eroe che scompare col sorriso sulle labbra sotto i colpi impietosi di un nemico invincibile ma ormai smascherato. A Pasolini sono bastati 53 anni per imprimere sul suo e sul nostro presente un marchio indelebile, dando luogo a centinaia di migliaia di pubblicazioni in suo onore, nel tentativo forse impossibile di ricomporre una figura troppo variegata e spezzettata per essere davvero compresa. Probabilmente, persino da colui il quale di quella stessa figura era il proprietario. 

Un’eredità. Questo è ciò che ci resta di Pasolini secondo Pecora. Un’eredità descritta attraverso le parole di Italo Calvino, impegnato a descrivere cosa, nella sua opinione, aveva rappresentato la poesia (ancora una volta intesa come insieme di tutte le operazioni artistiche e creative) in Pasolini: 

«La poesia? In lui era stata un imbuto per travasare il mondo».