Cesare e Alessandro

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Svetonio nelle “Vite dei Cesari” e Plutarco nelle “Vite parallele” narrano un evento molto particolare, che ha come protagonisti Alessandro Magno e Caio Giulio Cesare. Quest’ultimo nel 69 a.c. si trovava a Cadice in Spagna, quando, all’improvviso, visitando il tempio dedicato a Ercole, davanti alla statua di Alessandro, scoppiò in un pianto disperato, e a chi gli chiedeva il perché di tale reazione, Cesare rispose di non poter soffocare il suo dolore, nel constatare come alla sua stessa età, il macedone avesse creato un impero sconfinato; invece, lui non aveva ancora compiuto una impresa degna di nota.

L’incrocio cronologico tra i due è un beffardo spunto di riflessione, a 32 anni Alessandro lascia la vita terrena per essere consacrato a mito universale, il romano comincia un percorso che lo porterà alla stessa immortalità.
Il figlio di Filippo II fu precoce in tutto, le sue innate qualità strategiche, il genio politico, la sconfinata sete di conoscenza, una personalità infinita che gli fu riconosciuta, ancora in vita, come divina. L’unico essere umano che ha dato l’impressione di appartenere agli dei, fin dalla nascita, e non ai mortali.                                                                                Il Cesare sconfortato di Cadice, invece, è  fortemente in ritardo, quasi tagliato fuori nella sua ricorsa alla gloria eterna, anche lui, però, avrebbe sbalordito la storia  con le sue gesta e le sue imprese. La differenza tra i due sta nel percorso che porta allo stesso fine.

Quello del generale romano  si sviluppa a tappe, in un processo di crescita naturale, fatto di esperienze, di insegnamenti e di geniali intuizioni, il tutto come risultato del volgere degli anni, sempre immerso in una fredda determinazione, traendo vantaggi dalle circostanze favorevoli ed evitando quelle infauste.

Alessandro, invece, è un predestinato, l’esecutore di un disegno divino al quale la storia può soltanto piegarsi, ed è riconosciuto in vita già come un dio, tutto gli è naturale e non deve aspettare il tempo per comprendere le cose, lui già le conosce.

Pochi uomini diventano Cesare, chi ha un simile destino deve capirlo a tappe, cercando di fare del proprio meglio nella certezza di raggiungere un obiettivo alla volta, non ha un talento naturale ma una predisposizione che bisogna coltivare e curare un giorno dopo l’altro. Via facendo il percorso si fa più duro ed è necessario un impegno ed un sacrificio sempre maggiore, solo chi non si arrende alle difficoltà insite in questo cammino, facendo leva sulle esperienze e fugando le paure del fallimento, riesce a centrare l’obiettivo e fare opere utili a se stesso ed alla società.

Ancora di meno, nascono uomini col destino di Alessandro, depositari di un talento naturale che deve solo essere aiutato a sbocciare, tanto già esiste, è insito nella natura stessa della persona, donato dalla sorte, dalla fortuna, da Dio o da qualche altra divinità in cui si crede. In molti casi la cosa più difficile è prendere piena consapevolezza di avere un dono, oppure una missione da compiere.

È necessario dunque non osteggiare tale inclinazione, ma farla fluire e scorrere in maniera naturale. Anche in questo caso, non bisogna lesinare l’impegno, la dedizione per quello che si è inclini a fare e a pensare, ma è sicuramente più semplice raggiungere gli obiettivi prefissati ed il successo. In una simile circostanza l’unico errore che non si deve commettere è quello di ignorare il proprio talento, o addirittura di sperperarlo, sarebbe un sacrilegio che priverebbe la comunità di un determinante contributo.
Auspicabile sarebbe quindi per gli uomini uno sforzo teso a cercare di assecondare le proprie inclinazioni, rapportando il proprio agire ad i dettami dell’esperienza, facendo in modo da tutelare e valorizzare il proprio talento.