Chiuso per coprifuoco, breve storia triste

Fonte Immagine: avig

L’orologio segnava un quarto alle dieci quando Veleno decise di ricorrere alla sua personale e quotidiana terapia, cura sui generis, ma usuale, all’abituale vizio di vivere.
Entrò nel suo solito bar, occupò la sua solita sedia, ordinò il suo solito drink. La sua solita serata stava per iniziare. E lì avrebbe passato gran parte della notte fredda e piovosa.

La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e seven up: gli ricordò la sua fiamma adolescenziale, quella nel posto sbagliato al momento sbagliato, forse quella giusta. I ricordi dei tempi che furono cominciarono a materializzarsi dentro il posacicche pieno, bagnati da una pallida grappa di prosecco. “Lascia pure la bottiglia!”, intimò alla ragazza.
Le voci del passato, forse ritoccate dalla memoria vacillante e senza tempo, rimandavano alla sua mente un’eco stanca. Ma l’essenza del vissuto, i profumi dell’amaro, i rumori del dolore erano chiari in lui. Lui che aveva raccolto troppi torti e poche gioie, che aveva visto la guerra con gli occhi di un bambino, si ritrovava in un mondo che non gli apparteneva più.

Era un quarto alle undici quando si accorse che i suoi piani erano stravolti da un’iniziativa anacronistica: il coprifuoco scattava alle ventitré. Lui che il coprifuoco, apparentemente necessario, l’aveva vissuto, quando il 25 Luglio del 1943 fu imposto per ragioni di ordine pubblico, conseguenza della caduta del regime fascista.
Ricordò il “Chi va là?” ed il rigido protocollo da rispettare: fermarsi e presentare documenti di identità e lasciapassare, l’odierna autocertificazione.
Rammentò persino chi fu colpito a morte con arma da fuoco, poiché ritenuto trasgressore; ad altri toccò il carcere. Altri tempi, eppure così attuali.

Non comprendeva. Proprio lui, a cui il sangue di altri donò la libertà, si ritrovava costretto a collaborare con provvedimenti di stampo palesemente illiberale. Furono vietate le riunioni pubbliche, come nel ’43. Ai pubblici esercizi fu imposta la chiusura, come nel’ 43. Le finestre poterono rimanere aperte e consentirono persino di usufruire dei balconi, rispetto al ’43. Bella conquista, riconobbe in maniera sarcastica.

Era caduta ogni certezza costituzionale, ogni garanzia messa in discussione. Tutto era lecito a chi deteneva il potere. Vietare la libertà di circolazione non era più un tabù. Di nuovo!
Così come la possibilità di riunirsi: condividere una birra in compagnia di un “non convivente” era ritenuto atto rivoluzionario, ormai. Niente era più come prima. E non poteva esserlo!
A Veleno non restava che indossare la sua mascherina, pagare il suo conto e tornare a sdraiarsi sul suo scomodo divano. Senza sforare il dictum delle ventitré.

Al di là della storiella simpatica ma di dubbio gusto, siamo davvero sicuri che sia sensato rinunciare alle nostre prerogative di cives italicus, prodotto di anni di lotte e conquiste sociali, perché un gruppo di amministratori pro tempore ha deciso di colmare le proprie deficienze gestionali privandoci dei nostri diritti fondamentali? Riteniamo opportuno cedere la maggioranza delle quote della nostra libertà in cambio di un’opinabile prevenzione sanitaria? Ed infine, consideriamo saggio creare un precedente tale da far crescere la consapevolezza per cui incutere timore equivale ad ottenere pieni poteri e, quindi, a generare una molto probabile deriva autoritaria?