Ci è voluta la mano di Dio

Fonte Immagine: ilmessaggero

Negli ultimi mesi si sta diffondendo una moda a dir poco insolita per il mondo del grande schermo: annunciare una doppia data per l’uscita di alcuni film. In particolare, ci si riferisce a quei prodotti, distribuiti tramite i maxi-raccoglitori che rispondono al nome di Netflix e Disney, i quali spesso vedono giustapporsi al momento della prima in sala, la loro pubblicazione sulle piattaforme digitali di streaming. Il tutto, nella maggior parte dei casi, nel giro di poche settimane. Questo problema/vantaggio è stato l’epicentro di uno dei precedenti articoli della rubrica Il nastro rosso. Dunque adesso non è il caso di fossilizzarci su queste riflessioni generali, quanto piuttosto calarci in uno dei principali esempi di questa nuovo modus operandi.

Limitandoci ai fatti della nostra penisola, il lungometraggio allineato a questa politica distributiva che più ha fatto discutere (e continua a far discutere) è sicuramente È stata la mano di Dio, opera semi-autobiografica di Paolo Sorrentino. Il regista, già premio oscar e ricandidato alle nomination per la statuetta più ambita grazie a questo suo ultimo lavoro, ha infatti intrapreso una fitta collaborazione con l’azienda californiana, forse anche allo scopo di garantirsi dei budget a più cifre oltre che per permettere fin da subito una maggiore circolazione del suo film.

Ma deponiamo un attimo commenti affilati e più o meno acri su questa scelta. Sta di fatto che E’ stata la mano di Dio è riuscito ad affermarsi come ipotetico rappresentante del tricolore per la prossima cerimonia al Dolby Theatre sconfiggendo la concorrenza di numerosi avversari di tutto rispetto:  vale la pena citare il doppio omaggio ai de Filippo messo in scena parallelamente da Rubini e Martone, il tanto chiacchierato (a onor del vero, non in senso positivo) Tre piani di Nanni Moretti, il ritorno di Mainetti con Freaks out dopo l’entusiasmante esperienza di Lo chiamavano Jeeg Robot, i ritratti d’autore di Ennio Morricone e Gabriele D’Annunzio firmati rispettivamente da Tornatore e Jodice, e poi ancora Ariaferma dell’ischitano Di Costanzo (di cui trovate traccia sempre in uno dei nostri numeri precedenti) e La scuola cattolica di Mordini, che rispolvera una tragedia, quella del Circeo, capace di scuotere le coscienze di un intero paese per la sua crudeltà. Una nutrita schiera a cui nulla si può rimproverare. La domanda però si pone, ovviamente: la giuria ha selezionato il migliore esponente tra le varie alternative?

Come sempre, Sorrentino risulta divisivo. Il suo stile, per quanto la narrazione stavolta appaia lineare e scorrevole, è facilmente individuabile. Non mancano episodi contorniati da un’aureola di laica religiosità, quadri che sembrano sospendersi in una ultra-realtà di riflessione metafisica profonda. Le immagini della vita di Fabietto Schisa (alter ego di Sorrentino) si susseguono sullo schermo raccontandoci, in prima battuta, del suo vissuto. Un’esistenza complessa, tra rapporti familiari non sempre idilliaci, la difficoltà di relazionarsi con altre persone e soprattutto con il gentil sesso, le insicurezze di fronte al futuro, l’avvento di un lutto devastante e inaspettato. Sorrentino registra tutto questo, aprendoci il suo cuore con un’inusitata delicatezza, commuovendoci e divertendoci, come fossimo parte della famiglia. Non mancano però anche le trovate fantasiose – anche se, chi può dire quanto? – atte a colorire il racconto: da una zia selvaggia, concupiscente, senza veli, mortificata, che ricorda molto l’essenza della Napoli confezionata da Özpetek nel suo film del 2017 con Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi; e ancora, ecco la signora Gentile, vocabolario vivente di offese in salsa partenopea, portavoce di un popolo ingenuo, pulcinellesco quasi, ma capace di redimersi a contatto con la durezza della vita, erede sano della retorica  perennemente mal interpretata dell’adda passà ‘a nuttata. Tutto è storia, ma al tempo stesso, tutto è simbolo.

A fare da sfondo, eccola, la grande protagonista: Napoli, vita e morte, gioia e dolore, bellezza e sfacelo. Le inquadrature, specialmente in un multisala, lasciano senza fiato grazie all’utilizzo di droni, lunghi piani sequenza e una fotografia impeccabile. Si mostrano in tutta la loro maestosità gli spettacolari panorami naturalistici del Vesuvio, del Golfo, ma c’è spazio anche per ville, palazzi, piazze (da Plebiscito allo Spagnuolo). Di certo una piccola perla a livello estetico e un generoso dépliant turistico per il capoluogo campano.

La poetica sorrentiniana stupisce ancora, dimostrandosi capace di evolversi e modificarsi, passando dal recupero dell’esprit felliniano (La grande bellezza) all’ekphrasis di grandi figure controverse (Il divo) fino ad arrivare ad americanissimi film on the road (This must be the place) e, infine, È stata la mano di Dio. Anelli di congiunzione tra vicende tanto diverse, oltre ad uno stile riconoscibilissimo, sono l’immancabile presenza di Servillo e il martellante ritorno di una riflessione esistenzialista e ontologica.

Probabilmente questo per Sorrentino era un film necessario, utile per “sciogliere il canto” sul dolore che ha spadroneggiato nella sua vita, per ripagare il debito con la città e il popolo che lo hanno visto diventare quel che è, per fare il punto sulla sua carriera e capire se esistono ancora, per lui, cose da dire, da comunicare, da gridare.

Piuttosto che un’autobiografia romanzata, ne vien fuori un vero e proprio processo di psicanalisi: non cosa da poco, anzi, sicuramente dovrà esserci voluta la proverbiale mano di Dio per portare a compimento un simile procedimento.

In ultima istanza, si può affermare che non si tratta del più bel film di Sorrentino, ma di un prodotto compatto, dalle molteplici nature e chiavi di lettura, figlio di uno dei registi più noti e amati anche oltreoceano della nostra generazione. In bocca al lupo dunque a È stata la mano di Dio, nella speranza che il 2022 possa portare altre soddisfazioni alla nostra piccola ma rediviva Italia.