Colpa del virus o del liberismo?

Fonte Immagine: jacobinitalia.it

A dover essere negata non è, ovviamente, l’esistenza del virus, ma la legittimità del nuovo paradigma di governo delle cose e delle persone che si è attivato, da subito, per combattere il virus. Ora, il fatto che questa ragionevole tesi non possa nemmeno essere discussa dall’ordine del potere, che subito la liquiderà con l’infame etichetta di “negazionismo”, è un’ulteriore prova del fatto che ci troviamo al cospetto di una riorganizzazione globale del modo di governare le cose, le persone e i discorsi. A ribadire con enfasi che “la salute viene prima di tutto” sono gli apostoli del potere neoliberista, che negli ultimi trent’anni, almeno a partire dal 1989, non ha fatto che chiudere ospedali (in nome di una fin troppo chiara “riorganizzazione budgetistica”) e ridurre le spese consacrate alla sanità pubblica. Ciò ci permette di affermare, con certezza, che per il potere la salute non viene affatto prima di tutto e che, se pure lo dice, semplicemente lo fa per giustificare la demolizione delle libertà e la compressione dei diritti. Siamo, allora, nuovamente pervenuti dinanzi a quello che ho appellato paradigma securitario; paradigma che non implica soltanto, con le parole di Roberto Esposito (Immunitas, p. 3), l’istanza immunitaria della “risposta protettiva nei confronti di un rischio” (nella fattispecie di un rischio di contagio che minaccia di devastare ciò che in precedenza era sano), ma che, oltre a ciò, comporta una riduzione delle libertà e una svolta autoritaria giustificate in nome del rischio da fronteggiare. La verità, non detta perché indicibile, è un’altra: l’epidemia di Coronavirus è il prezzo che l’Italia, la Spagna, la Francia e molte altre realtà del nuovo ordine post-1989 hanno pagato a lustri di politiche di privatizzazione, di deregolamentazione, di liberalizzazione, di compressione della spesa pubblica e di “razionalizzazione liberistica”. Il nuovo paradigma liberista, mediante il quale si arricchiscono le banche e gli speculatori e, insieme, si impoverisce la società con le sue già fragili strutture welfaristiche, è del tutto incapace di affrontare perfino un’epidemia con una letalità dello 0,6 %, come, appunto, è quella del Coronavirus. Per questo, per inciso, a perdere la vita per il Covid-19 sono pressoché sempre soggetti appartenenti ai ceti medio-bassi, quasi mai esponenti dell’aristocrazia finanziaria e delle upperclasses, che infatti, se anche contraggono il virus, si salvano miracolosamente in quasi tutti i casi. Con ciò è anche falsificato il teorema della “scopa” di Don Abbondio, al centro dei Promessi sposi: secondo il curato di campagna, la peste era stata anche una scopa che aveva portato via, “a cento per volta”, soggetti potenti e arroganti, che “figliuoli miei, non ce ne liberavamo più”. Nel caso del Coronavirus, la scopa dell’epidemia ha travolto tendenzialmente solo le classi nazionali-popolari, quasi mai i membri delle élites plutocratiche. Ovviamente, i governi degli Stati europei sostengono puntualmente di voler tutelare la salute dei loro popoli, anche quando palesemente si muovono, con il loro operato, in direzione ostinata e contraria. Come rilevato da Borgognone (Covid-19, cit., p. 128), gli stessi che affermano ipocritamente di aver ridotto linearmente la spesa destinata alla sanità pubblica per il bene del popolo sono quelli che sostengono di aver cancellato i diritti dei lavoratori (jobsact in Italia, loitravail in Francia, ecc.) per il bene dei lavoratori stessi e che, dulcis in fundo, nel 2020 asserivano di avere introdotto il confinamento domiciliare coatto per difendere i più deboli. Insomma, i morti di Covid-19, in Italia come in Spagna, sono vittime dell’ordine liberale e del suo bieco teorema “meno Stato, più mercato” assai più che di un virus proclamato letale dai “professionisti dell’informazione”. Il virus è di per sé poco letale, ma lo diventa incontenibilmente là dove i sistemi sanitari nazionali si rivelano fragili e inadeguati. È nel vero Borgognone (Covid-19, Il cerchio, Rimini 2020,p. 10), allorché sostiene che l’Occidente neoliberale “precipitò nella preistoria” all’improvviso e, per ironia della storia, a causa della propria incontrovertibile inadeguatezza a fare fronte a un’epidemia che si diffondeva e si autoreplicava sul terreno più proprio dell’ordine liberista, quello della mobilità sans frontières e dell’indebolimento delle strutture della sanità pubblica celebrato come “razionalizzazione delle spese”. Gli armigeri dell’ortodossia dominante dicono di voler “salvare la vita” delle masse nazionali-popolari e, poi, le rinchiudono coattivamente in casa, contribuendo a renderle immunodepresse e impedendo loro di lavorare e, dunque, di sopravvivere. Anni di tagli lineari, in stile liberista, alla sanità pubblica dovrebbero essere sufficienti, in fondo, a persuadervi del fatto che al potere nulla cale della vita, né della salute dei lavoratori e dei ceti medi. E se esso usa le pompose e roboanti locuzioni “salvare le vite!” e “la salute prima di tutto!” – le quali smentiscono il suo stesso operato di lungo corso, all’insegna della riorganizzazione liberista della sanità –, lo fa soltanto per poter far valere il teorema che gli sta realmente a cuore: ossia far sì che, in nome di quelle locuzioni, la popolazione impaurita accetti serenamente l’inaccettabile, percepito come extrema ratio nel tempo dello stato d’emergenza. A rigore, il Coronavirus diventa letale in presenza di una sanità pubblica distrutta dalle politiche liberiste e, dunque, messa nell’impossibilità di affrontarlo adeguatamente, garantendo ai malati le necessarie strutture e cure e il necessario personale medico e infermieristico: con l’ovvia e massimamente paradossale conseguenza per cui, non essendo più in grado di curare adeguatamente per le suddette ragioni, si cerca invano di frenare la diffusione del virus, spesso con modalità (“divieti di assembramento”, “distanziamento sociale”, “lockdown”) che, se sono mezzi efficacissimi per destrutturare la vita democratica, si rivelano, sul piano medico, di un’efficacia analoga a quella di un cancello sulla battigia che dovesse frenare l’impeto di un maremoto. In sintesi, gli stessi apostoli del neoliberismo, che negli ultimi vent’anni hanno chiuso centinaia di ospedali in tutta Europa in nome della spendingreview e della “razionalizzazione delle risorse”, sono quelli che ora vanno ripetendo senza pudore che la salute e la salvaguardia delle vite vengono prima di ogni cosa e, soprattutto, prima della libertà e dei diritti. Sappiamo che il virus del vaiolo afflisse l’umanità all’incirca per 1800 anni, dal 165 d.C. (l’anno della “peste antonina”, identificata generalmente con la prima pandemia di vaiolo), fino al 1979, l’anno dello spegnimento del virus: ebbene, in questi più di 1800 anni di storia non abbiamo registrato un lockdown millenario, né il rocchetto dell’alternanza di “fasi 1” e “fasi 2”, né il congelamento autoritario delle relazioni sociali. Anzi, abbiamo registrato, tra l’altro, il Sacro Romano Impero e la scoperta delle Americhe, il Rinascimento e la Rivoluzione francese, la Riforma protestante e la Rivoluzione russa, la Rivoluzione scientifica e le missioni nello spazio. Il vaiolo, peraltro, era decisamente più letale rispetto al Coronavirus: si calcola che, nel XVIII secolo, raggiunse una letalità del 30 % (contro quella dello 0,6 % del Coronavirus) e portò alla morte, sempre in quel secolo, di circa 400.000 europei. La civiltà umana, non di meno, non smise di progredire e, appunto, non si condannò all’isolamento domiciliare forzato. Perché questo oggi non sia possibile è un mistero solo per quanti non vogliano ragionare in chiave socio-politica. Come ha scritto Agamben (blog Quodlibet, 17.3.2020), “ci sono state in passato epidemie più gravi, ma nessuno aveva mai pensato a dichiarare per questo uno stato di emergenza come quello attuale, che ci impedisce perfino di muoverci”. Del resto, per quel che ne sappiamo, è il primo caso storico di epidemia in cui si isolino i sani e li si trattino a tutti gli effetti come malati (per inciso, i protagonisti del Boccaccio scelgono di isolarsi fuori città senza alcuna costrizione). In ciò sta la chiave di volta della nuova razionalità politica del Leviatano terapeutico. È ovviamente giusto che chi è contagioso sia messo nelle condizioni di non trasmettere il virus ad altri, ma ciò non autorizza a) a trattare l’intera popolazione come se fosse contagiosa e b) a istituire un meccanismo di controllo sociale totale e repressivo o, come lo chiama Agamben, un nuovo “dispotismo tecnologico-sanitario”. Sono almeno nove i diritti riconosciuti dalla Costituzione italiana che, in nome dell’emergenza, sono stati sospesi fin dalla primavera del 2020: 1) libertà della persona, 2) circolazione, 3) riunione, 4) culto, 5) libertà espressione del pensiero, 6) insegnamento, 7) iniziativa economica, 8) tutela giurisdizionale, 9) proprietà privata. Appaiono, allora, rivelative le parole pronunziate da uno dei principali pretoriani dell’ordine mentale dominante, Paolo Mieli, nella trasmissione “Di Martedì” su La7 del 28 aprile del 2020: “è ovvio che la Costituzione viene sospesa” (sic!). Una situazione non diversa, sia pure con sfumaure specifiche, riguarda tutti i principali governi d’Europa e non solo d’Europa.