Con Chruščëv o con il Partito Comunista Italiano?

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Stalin aveva rinunciato al metodo leninista della persuasione (…), sostituendolo con quello della violenza amministrativa, delle repressioni di massa e del terrore.

Così, in un lungo discorso al XX Congresso del Partito Comunista, un coraggioso ma incauto Nikita Chruščëv descriveva, senza mezzi termini, cosa fu Stalin per il popolo russo. Egli, seppur con l’invadente fardello di un partito che mal digeriva l’essere sconfessato, abbatté quel muro d’ipocrisia che trincerava la dura realtà di uomini e donne prigionieri di una struttura sanguinaria.

Per secoli la Russia ha rappresentato quell’illusorio paradiso proletario a cui ogni popolo del pianeta avrebbe dovuto aspirare, a detta di chi aveva interesse affinché ciò venisse recepito quale verità inconfutabile. Si propagandava la figura di Stalin, salvatore dell’Europa e del mondo, come colui che aveva contribuito decisivamente all’annientamento dell’esercito nazista. E ciò fu merito soprattutto di chi, complice di una menzogna che aveva mietuto milioni di vittime, sponsorizzava tali atroci bugie in tutto l’occidente libero, Italia compresa. Esemplari furono i rapporti che lo stesso Palmiro Togliatti tenne con i dirigenti delegati dal tiranno sovietico, e grazie ai quali divenne testimone diretto delle falsità che egli stesso scientemente continuò a diffondere, nonostante fosse stato più e più volte ospite della madre Russia.

Per decenni i comunisti italiani si sono professati diversi rispetto a quei “cugini” bolscevichi che hanno creato lo stato di terrore che ha affamato e “liquidato” il popolo russo, raccontando la frottola del “non sapevo”, come ad un qualsiasi processo di norimberghiana memoria. Eppure, le denunce urbi et orbi a firma del futuro primo ministro russo sono datate 1956, cronologicamente di gran lunga precedenti al momento in cui Berlinguer prese finalmente le distanze da una ormai incelabile verità, o da quando il PCI rinunciò ai conclamati - e mai ufficialmente negati - finanziamenti sovietici, semmai tale improbabile diniego fosse davvero stato opposto.

Fatto è che il premier russo più aperturista di sempre, in un momento storico di fondamentale importanza, quale fu quello del secondo dopoguerra, fece conoscere al mondo intero chi fu davvero colui del quale già Lenin ne carpì la spiccata propensione alla brutalità, tanto da proporne la rimozione da Segretario generale, carica che egli stesso rivestiva. Krusciov dichiarò guerra pubblicamente al cosiddetto “culto della personalità”, di cui Stalin fu illustre rappresentante, “e alle sue dannose conseguenze”.

In verità, l’ascesa di Stalin e la propria naturale degenerazione assolutista furono rese praticabili da un sistema che non fu mai democratico, totalmente autocratico e, per questo, facilmente manipolabile da un ristretto gruppo di oligarchi che avallarono la figura del dittatore in cambio di ingenti vantaggi, sia economici che carrieristici. E non è un caso che lo stesso Krusciov, nel 1964, fosse costretto alle dimissioni dagli stessi ottimati interni al Partito, i quali ripresero il potere alla sua destituzione e che, alla sua morte, gli negarono persino i funerali di stato e la tumulazione al Cremlino.

E’ per questo (ed altri!) motivi che le conclusioni finali ed obiettive non possono essere che di condanna rispetto ad un Partito Comunista Italiano che da sempre poggia le proprie radici su un equivoco evidente e manifesto: l’aver scelto consapevolmente e per motivi opportunistici di continuare ad accettare la mendace propaganda di uno "Stato del terrore", rispetto all’audace intervento di un ex metalmeccanico russo che aveva il sogno di riportare il PCUS alle originarie premesse leniniste.