Con Ennio tutto Torna(tore)

Fonte Immagine: HuffingtonPost

È passato sotto il silenzio assordante dei missili piovuti sulle città di mezza Ucraina uno dei film documentari più ispirati e sentiti della storia del nostro cinema. Il silenzio, quantomeno, dei media tradizionali, intenti a srotolare la matassa di informazioni provenienti dal conflitto ruteno. 

Sì, perché che Ennio fosse una piccola perla lo si sapeva già. I riconoscimenti ufficiali non hanno tardato ad arrivare: dalla presentazione al Festival di Venezia con la candidatura contesa fino all’ultimo a È stata la mano di Dio per rappresentare l’Italia agli oscar, al Nastro d’argento ottenuto nella categoria di riferimento della pellicola. 

E ovviamente, se l’interesse dei media nazionali più “pop” è stato trasferito su questioni di tutt’altra tipologia, qualunque rivista cinematografica degna di questo nome non si è lasciata sfuggire un commento al film evento.

Dunque, per chi non sapesse di che si parla, cos’è questo Ennio? L’altisonante titolo, che rimanda ad autori epici e tiberini poemi, ci catapulta nel mondo intimo e pubblico al tempo stesso di un vero talento della musica e del cinema dell’ultimo secolo: Ennio Morricone. Già dalla scelta onomastica, infatti, è evidente la volontà di raccontare con l’affetto scaturito da una lunga e stretta collaborazione – scaturita poi in una spontanea amicizia – avutasi tra il regista Giuseppe Tornatore e il compositore scomparso il 6 luglio del 2020. Il quadro che ne viene fuori è un miscuglio inscindibile di simpatie, atti di generosità personali, un modo temperato e quieto di vivere la vita e, dall’altra parte, l’affermarsi delle luci della ribalta e di un successo senza precedenti per un uomo che, primus, riuscì a imporre la presenza pregnante, vivida, della colonna sonora nel cinema, fino ad allora concepito come spettacolo della visione pura. Qua e là fanno capolino alcuni degli estratti più belli delle composizioni del maestro originario di Roma, capaci di accompagnare alcune delle scene più belle di film senza tempo: dagli spaghetti western firmati dall’intramontabile Sergio Leone, che ricorse all’assistenza di Morricone anche nel monumentale C’era una volta in America, fino alle opere mondo di Bertolucci. Ma il mito di Ennio crebbe tanto da spandersi anche oltreoceano, permettendogli di conquistare i set di tutta Hollywood: come dimenticare Gabriel’s oboe, ancora oggi capacissima di commuovere forse anche più di gesti e parole del cast di The mission, oltre che alle tante altre composizioni composte per cult movies realizzati da autori del calibro di Quentin Tarantino, Brian de Palma, Pedro Almodovar, Oliver Stone. E molti di questi registi hanno voluto imprimere la loro impronta anche nei 250 minuti da cui il lungo documentario è formato, aggiungendo riflessioni e pensieri alla biografia di un personaggio fuori dal comune. 

Giuseppe Tornatore, dalla sua prospettiva privilegiata, prova a tessere un racconto a tutto tondo, dolce ma non smielato, delicato ma non pietoso, di un GGG (nell’accezione tutta positiva del grande gigante gentile di Roald Dahl) del suo campo artistico. Il direttore artistico di Bagheria prova a ricomporre il puzzle del loro duraturo sodalizio, rivelatosi per entrambi portatore di fama e notorietà, trasformando praticamente qualsiasi prodotto transitasse sotto le loro mani in oro: da questo punto di vista, emblematici sono Nuovo cinema Paradiso o La leggenda del pianista sull’oceano, ma si può essenzialmente ben dire che laddove un film di Tornatore varcava la soglia di un multisala, quasi mai mancava a fargli da cavaliere un arrangiamento del compianto compositore. 

Come detto, però, la volontà intrinseca del documentario sarà quella di scavalcare il piano esteriore di una vita coronata dall’oscar alla carriera ricevuto da Morricone nel 2007 per indagare i punti meno luminosi della sua schiva e tranquilla esistenza. Dal rapporto non sempre idilliaco con il suo primo modello, il musicista Goffredo Patrassi, che sentì a tratti di tradire con il suo innamoramento per il grande schermo, fino alle sue fonti di ispirazione per i numerosissimi themes – più di 500 – consegnati alla storia nei suoi anni di attività. Come Goldoni scriveva di «attingere al libro del Mondo» per strutturare le sue opere, allo stesso modo agiva Morricone, ricreando intere colonne sonore a partire dall’ululato famelico di un lupo o dalle rumorose proteste operaie di una fabbrica. 

Ciò che più colpisce di questo sontuoso tributo impacchettato da Tornatore è il gusto per la semplicità di Ennio: umiliato da piccolo per le sue umili origini, aggrappato alla sua tromba nel conservatorio e nelle strade della capitale in cui, tra una nota e l’altra, cercava di guadagnarsi da vivere, fa impressione cogliere il salto da capogiro che trascinerà sulla vetta il protagonista di questo racconto, che sembra una favola ma non lo è. Non lo è perché Morricone ha saputo guadagnarsi ogni centesimo, ogni minuto del suo successo, dedicando anima e corpo alla sua ricerca, dando nuova verve al concetto stesso di “audiovisivo” e spalancando alle nuove generazioni una porta che, prima di lui, semplicemente non esisteva. 

Ma ecco, ancora: tutto questo con grande sensibilità, riservatezza pianissimo, per dirla con un termine legato a quel magico mondo che Ennio ha saputo colonizzare e su cui, grazie al suo tramite, ci ha fatto sbarcare.