Confino e campi per antifascisti

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Nel breve arco temporale che va dal novembre 1925 all’ottobre 1926, il Capo del Governo Benito Mussolini subì quattro attentati: dal deputato socialista Zaniboni, dall’anarchico Gino Lucetti, dall’irlandese Violet Gibson e, infine, dal bolognese Anteo Zamboni. Se i primi due subirono una condanna a trent’anni di carcere, la Gibson fu assolta dal Tribunale speciale - anche per volere dello stesso Duce - e rimpatriata in Gran Bretagna (dove restò trent’anni chiusa in manicomio), mentre il giovane Zamboni fu linciato sul posto dalle camicie nere.
Aldilà delle prime punizioni, basate sulle leggi vigenti (in particolare sulla legge Pica del 1863 emanata per reprimere il brigantaggio meridionale), dagli ambienti più rigorosi del PNF si richiesero non solo punizioni esemplari, ma soprattutto un regime giuridico speciale per difendere lo Stato e la rivoluzione fascista. Ispirandosi a provvedimenti che provenivano dal mondo classico ellenico-romano, come l’esilio e l’ostracismo, e servendosi del confino di polizia(già esistente dalla creazione del Regno d’Italia), i legislatori fascisti decisero di usare l’internamento libero, o confino, come strumento della propria macchina repressiva.Oltre alla fondazione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, organo giudiziario creato appositamente per punire i sovversivi, la dittatura mussoliniana si servì, quindi, del confino per reati politici, istituito con l’entrata in vigore del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza (novembre 1926) per iniziativa del ministro dell’Interno Luigi Federzoni.
Emanato in un contesto storico in cui il Regime fascista stava consolidando le sue strutture istituzionali e partitiche, e orientava il consenso popolare con iniziative sociali dalla forte impronta propagandistica, nel confino di polizia si rifletteva la volontà di controllare e regolamentare sia i comportamenti privati che quelli legati alla politica e alle attività culturali che potessero indirizzarla. Il confino consisteva nel condannare i nemici ideologici a vivere lontano dal luogo d’origine, in modo da tagliare i collegamenti con i gruppi politici d’appartenenza; essi avrebbero vissuto sotto stretta sorveglianza per un periodo che variava dai 12 mesi ai 5 anni.
I confinati politici furono inviati in zone rurali e povere del centro-sud, in territori impervi e più difficili da raggiungere, caratterizzati dalla scarsa densità abitativa e dalla minore capacità di politicizzazione degli abitanti. Borghi montani o isole (le Eolie, Lampedusa, Ponza, Ventotene, le Tremiti) ospitarono singoli o gruppi di antifascisti, dopo la condanna emessa dalla Commissione Provinciale, composta dal procuratore del re, dal prefetto e dal questore di zona, dal comandante dei carabinieri e da un ufficiale della MVSN. Ad avviare l’indagine poteva essere la denuncia di un privato cittadino oppure una procedura ordinaria della polizia, cosa che coinvolse fra il 1926 e il 1943,- stando ai dati riportati dal Franzinelli -, circa 12.500 italiani oltre ai 4.500 condannati dal Tribunale speciale.
All’arrivo nel luogo dove scontare la pena, il confinato doveva consegnare i propri documenti personali all’autorità locale, che gli restituiva una carta di permanenza, un libretto rosso dove erano segnate le sue generalità, oltre ai doveri e alle norme cui era tenuto a sottostare durante il soggiorno. Darsi un lavoro stabile era il loro primo compito; sebbene le condizioni non fossero propizie, in molte colonie i condannati riuscirono a creare piccole attività come ferramenta o falegnamerie, o si adattarono al lavoro dei campi, poiché ogni attività intellettuale era loro preclusa. Le relazioni con gli abitanti del luogo di confino non furono improntate alla“legge dell’ospitalità”, in parte perché il Regime era riuscito a far considerare gli oppositori politici come dei delinquenti comuni e, in parte perché le occasioni di contatto erano limitate, essendo loro proibita la frequentazione dei luoghi di ritrovo e degli esercizi pubblici. L’allontanamento dalla comunità e il costante isolamento dei confinati erano conformi a quella politica di “igiene sociale e razziale” invocata dalla dottrina mussoliniana.Essi, inoltre, avevano l’obbligo di presentarsi ogni giorno ai locali carabinieri, non potevano uscire dal territorio comunale, la corrispondenza con i familiari e le letture erano sottoposte a censura, non potevano possedere radio e, per chi non era in condizioni agiate, attraverso le questure gli giungeva il sussidio governativo di 6,50 lire (10 prima della stagnazione economica seguita al crollo della Borsa del 1929), sufficienti per la semplice sussistenza. Da notare che l’esperienza del confino colpì talvolta anche dei fascisti eterodossi, che il Regime intendeva riportare all’ordine, come nel caso dello scrittore Curzio Malaparte, cui furono deleteri gli attriti con Italo Balbo.
Con l’entrata in guerra dell’Italia, il controllo sui cittadini pericolosi (avversari politici, sospettati di spionaggio, omosessuali ed etnie diverse) aumentò in maniera esponenziale. L’obbiettivo primario era quello di allontanare dalle zone sensibili (depositi di armi, arsenali, impianti industriali, centri del potere) e dal fronte di guerra i sovversivi, e di radunarli in territori militarmente marginali. Furono istituiti, così, i campi di concentramento, cheandarono ad aggravare le precedenti misure prese dal Tribunale speciale e il regime del confino di polizia. Il “Testo unico delle leggi di guerra” consentiva al ministro degli Interni e ai prefetti di confinare i sudditi che potessero svolgere attività dannosa per lo Stato. Ogni prefettura si rifaceva a uno schedario proveniente dal Casellario centrale, dove erano archiviati i dati delle persone pericolose (antifascisti, condannati per delitti comuni e squilibrati), e da arrestare in determinate circostanze (visite del Duce e dei reali, cerimonie patriottiche e manifestazioni fasciste).
I provvedimenti restrittivi erano diversificati, a seconda della gravità della situazione, e spaziavano dall’arresto al confino, dall’internamento al domicilio coatto, fino all’espulsione nel caso di cittadini stranieri.I campi di concentramento italiani raramente erano “campi” in senso stretto (un sistema di baraccamenti con recinzioni e filo spianto), nella maggior parte dei casi si trattava di ex conventi, castelli, ville rustiche, palazzi gentilizi o altri edifici inutilizzati (scuole, cinema, mattatoi).Dai saggi di A. dal Pont e di C. Poesio, risulta che le località di confino furono circa 200, mentre i campi di concentramento furono una quarantina: la loro direzione era affidata al podestà del luogo, a commissari di pubblica sicurezza o a marescialli dei carabinieri, con l’ausilio dei militi della MVSN.Con l’avanzare del conflitto sul fronte jugoslavo, e l’ampliarsi del fenomeno della resistenza antiitaliana, molti slavi furono sottoposti al regime dell’internamento, oltre ai5.600 ebrei stranieri e apolidi (stando agli studi di Renzo de Felice e C.S. Capogreco).
Se trentasette comuni irpini furono scelti per ospitare i confinati politici, compresa la città capoluogo, sul territorio provinciale sorsero puretre campi di concentramento: Solofra, Monteforte e Ariano Irpino. Nella città della concia il luogo d’internamento fu un palazzo gentilizio, dove furono rinchiuse una ventina di donne, poiché esso era uno dei pochi campi per detenute femminili. A Monteforte, nell’ex orfanotrofio Loffredo, circa 100 oppositori del Regime vissero per tre anni, sino all’arrivo degli alleati, quando l’edificio divenne il rifugio per i profughi provenienti dalla Dalmazia sfuggiti alle miliziedi Tito. In località Martiri, ad Ariano, fu realizzato invece un campo vero e proprio, con recinzioni, filo spinato e una decina di baracche che fungevano da alloggiamento, dove si alternarono un centinaio fra sovversivi italici e partigiani slavi; di esso non restano tracce poiché i soldati nazisti in ritirata lo incendiarono.Le limitazioni per gli internati erano maggiori di quelle per i confinati, essi non potevano varcare un limite intorno all’edificio o nel campo che li accoglieva, se non per motivi di salute e solo dietro autorizzazione del direttore, eaccompagnati da agenti oda militari.
Da segnalare, infine, che tra i condannati ci fu anche una sorta di Carlo Levi dell’Irpinia, che alla liberazione lasciò scritti i suoi ricordi sull’esperienza del confino in questa terra. Costui era il poeta e giornalista Osvaldo Sanini, inviato dall’estero per il “Secolo XIX”, che al suo rientro dalla Franciafu arrestato per attività antifascista e successivamente confinato a Grottaminarda. Così come l’artistapiemontesericordò nel libro “Cristo si è fermato a Eboli” la sua esperienza del confino ad Aliano, nella remota Lucania, e lì volle essere sepolto, allo stesso modo Sanini dedicò dei componimenti all’Irpinia e, una volta liberato, vi restò fino alla morte.

 

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