Considerazioni e riflessioni su “Difendere chi siamo”

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Giorni fa ricevo in regalo un libro. E' dell'amico Diego Fusaro, noto filosofo, nonché studioso di Marx e della relativa teoria anticapitalista, fortemente in contrasto con la mia visione del mondo e, per questo, all'antitesi rispetto a quelle che sono le mie idee di ipotetica società liberale e socialista. Ma Diego, si sa, è uno "che dice no", come ricorda Vasco, e quindi va letto, perché il suo pensiero non si confonde con la concezione omologata del nuovo, che è sempre meglio del vecchio, essendo il futuro, ma va a fondo alle questioni, con spirito critico e controcorrente.

"Difendere chi siamo" è un testo che definirei coraggioso. Egli parla del fanatismo attuale, sempre alla ricerca di una "non identità" da sovrapporre all'identità tramandata dai nostri avi, risultato di lotte e privazioni, prodotto di ere che non sono da buttare in quanto meramente passate, bensì, che vanno affrontate con spirito critico ma aperto.

Inutile negarlo, quante volte abbiamo scherzato sul fatto che i cinesi siano tutti uguali? Non è razzismo, intendiamoci: chi lo nega è un ipocrita. E magari loro, i cinesi, pensano lo stesso di noi occidentali, non offendiamoci! Ebbene, Fusaro riporta una poesia esemplificativa di Danilo Dolci, "Sono eguali due rondini se non sei rondine". E' questo il punto che contraddistingue il concetto di identità: possiamo accettare l'identità altrui solo se abbiamo in noi una forte, stabile concezione della nostra identità; soltanto se sappiamo chi siamo, convintamente, possiamo dialogare con chi, volenti o nolenti, è differente rispetto a noi, perché è la natura stessa che ha stabilito che non siamo tutti eguali. Tale concetto, però, non ha nulla a che vedere con la razza, la quale è unica ed è quella umana. Il concetto di identità, a dispetto di chi ne fa un uso strumentale, non è affatto razzista, anzi! E' una questione estremamente naturale. Diviene innaturale l'abuso del suo concetto, ovvero quando si reputa un'identità superiore rispetto ad un'altra identità o, nel mondo attuale, la "non identità" rispetto a qualsiasi identità, cultura, costume millenari. E non si sconfigge la sopraffazione identitaria di piccole vicende criminali cancellando l'identità stessa.

"Il rispetto delle identità e delle tradizioni altrui non comporta l'abbandono delle proprie, le presuppone". E' sbagliato, quindi, rinunciare alla propria identità al fine di aprirsi totalmente a quella altrui, così come "trincerarsi nella propria identità, senza aprirsi alle identità altre". Quindi, rispettare la propria identità significa rispettare l'identità del prossimo, anche quelle che, aprioristicamente, non concepiamo, non condividiamo.

Non vi è esempio più eloquente di quello di Ulisse, il quale, scrive Fusaro, dopo un viaggio durato dieci lunghi anni, riesce a tornare alla sua Itaca, non privato della propria identità, la quale risulta, invece, arricchita dalle tante altre identità, culture, tradizioni, storie con cui è venuto a contatto nel suo peregrinare decennale. E parliamo di un testo, di trasmissione orale, che vanta circa tremila anni di vita e che, insieme all'Iliade e alla battaglia di Azio del 31 a.C., rappresenta il pilastro dell'intera cultura occidentale. Sia da monito agli araldi del progressismo, per cui "il passato è un unico grande errore": già tremila anni fa c'erano menti eccelse che erano molto più avanti di troppi, che oggi si auto-professano cultori di un futuro che non può esistere senza un saldo passato.

La tracotanza globalista intende produrre la cosiddetta "società indistinta" (de Benoist): con il solito proclama di una camuffata, finta uguaglianza, darebbe vita ad "un'unica moltitudine sradicata, un'unica visione del mondo, un'unica cultura deculturalizzata, un'unica prospettiva aprospettica, un unico monologo di massa falsamente plurale". La nuova società, quindi, punta a neutralizzare lo status quo, il risultato di anni di tradizioni e culture tramandate di padri in figli, rendendo il concetto del "neutro", l'indefinito, l'indifferenziato, primus inter pares di una realtà apolide, asessuata, acefala.

Nessun dialogos, dunque, elemento principe che presuppone confronto di idee differenti, bensì imposizione dell'indefinibile, da accettare anche senza consenso, in contrasto evidente con la volontà e con ogni libertà conquistata e non più tutelata.

Egli fa coincidere questa degenerazione totalitaria con il capitalismo, reo di imporre la propria dittatura in nome del guadagno, unico obiettivo degno di essere conseguito, generatore di masse amorfe e impotenti ad opporsi ad un sistema mercantile che le vede come meri consumatori, privati di storia e tradizione. Un regime spalleggiato fortemente dall'Unione Europea, colpevole di voler sostituire "i templi greci e le cattedrali cristiane" con le banche.

Ed è qui che Diego non mi vede d'accordo. Perché la logica liberale non "porta a distruggere qualsiasi comunità umana", se non quella concepita sullo scambio mercantile. La società liberale nasce su presupposti molto differenti, e nobili, rispetto all'uso e consumo di cui è oggetto nell'attuale, distorta, realtà. Così come la società socialista, ad es., non può essere intesa come coincidente con quella risalente all'ex URSS o all'attuale regime cubano. Le realtà che ci sono consegnate dalla storia o dalla cronaca quotidiana sono viziate dal tocco indelebile dell'uomo e, perciò, fallibili, corrotte. Tale fa sì che ciò che percepiamo non è quello che dovrebbe essere ma soltanto il risultato deformato di una condizione lontana da ciò che sarebbe dovuta essere. Ergo, non è il liberalismo, o il capitalismo, ad essere il male, bensì l'esasperazione degli stessi, il fanatismo incessante che vuole raggiungere il guadagno, in modo sempre più semplice, per quantità sempre maggiori. E se Fusaro intendesse cancellare il capitalismo, solo perché è entrato in contatto con la sua relativa degenerazione, assumerebbe il medesimo atteggiamento di chi punta a neutralizzare l'identità solo perché ha conosciuto il lato strumentale di chi, nella storia, ha inteso imporre la supremazia della propria sulle altre.

Quindi, non è il capitalismo in sé da combattere bensì questo tipo di capitalismo, questo tipo di Europa, questo tipo di società, cinici, per nulla empatici ed assolutamente egoisti.