Contro il regime (anti)democratico del pensiero unico

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“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, così recita l’articolo 21 della Costituzione italiana.

Ma siamo sicuri che sia proprio così?

Mala tempora currunt, direbbero i latini. In un contesto storico in cui, in Italia più che in altri Paesi, si avverte l’esigenza improrogabile di manifestare il dissenso rispetto a ciò che è divenuto, de facto, il modus operandi di un malcelato drappello di manipolatori in doppiopetto, ci ritroviamo la più improponibile classe dirigente della storia. Ed è un dato di fatto inconfutabile che, ad onor del vero, chi avrebbe dovuto ostacolare, quantomeno per motivi opportunistici, la narrazione di un’establishment politica che puntualmente si impone, seppur palesemente sprovvista del supporto elettorale, alla guida del Belpaese, risulti manifestamente inadeguato, tanto da indurre qualsiasi cittadino intellettualmente onesto a pensare ad un’unica regia che diriga maggioranza ed opposizione. Se mala tempora currunt, quindi, peiora parantur, nel momento in cui, in modo ostinatamente miope, si continuerà a voler giocare con delle regole prodotte dalla classe dominante e, per di più, costantemente rivalutate al fine di adeguarle alle proprie necessità contingenti.

Il gioco è truccato! E da tempo, per giunta.

Viviamo costantemente influenzati da notizie parziali o totalmente rettificate secondo il politicamente corretto, per supportare la propaganda del momento. Non si cerca più di offrire una versione diversa, appurando i fatti e le circostanze che quotidianamente inducono a determinati avvenimenti. Come in uno spudorato spot pubblicitario, si propina all’utente ciò che lo stesso vuole sentire, a prescindere dalla veridicità dell’accaduto. Ciò determina quell’assottigliamento già postremo di quel filo che divide la notizia reale dalle sempre più dilaganti fake news. E non è imputabile al fruitore medio che, soggiogato e disorientato da questa disinformazione volutamente artefatta, decida di sposare in toto la causa rifilata dai più, la più diffusa, quella dell’egemonia dominante. Ecco che nasce il pensiero unico, mediante il quale il cittadino diviene un cliente denudato di quell’atteggiamento critico essenziale, che lo distingue dagli altri esseri terrestri, disabituato alla necessaria arte della riflessione ed aperto all’unico tipo accettabile di opinione: quella della massa.

Ma questa prassi è in atto da decenni. C’era un tempo in cui, esteticamente, si era sottoposti a degli stereotipi estremi, suggeriti dalla società e favoriti da tutta la moda internazionale, secondo i quali superare una certa taglia d’abito equivaleva a posizionarsi al di là di quei veri e propri dogmi adottati, quasi meccanicamente, dalla comunità occidentale. Mai si erano intraviste réclame che non avessero come oggetto modelle che non si avvicinassero a quei dettami anatomici quasi scheletrici. Le curve, simbolo di femminilità sin dai tempi antichi, erano bandite dalla propaganda mondiale e, di rimando, ogni ragazza tendeva ad emulare quel tipo di cliché fisico. Ad un certo punto - ed a ragione, per quanto mi riguarda - si è deciso che quel tipo di promozione non fosse più proponibile, anche grazie alle sacrosante contestazioni di veri (non certo paragonabili alla maggior parte di quelli odierni) movimenti femministi, contro una logica vigliacca e biasimevole che considerava la donna un oggetto. Fu in quel preciso momento che le forme femminili generose cominciarono ad essere esaltate - nonostante una resistenza evidente da parte di alcuni stilisti del tempo - tanto da divenire un vero e proprio riferimento nell’ambito vestiario e non solo. Dall’eccesso di allora, però, si è passati a quello di oggi, in cui non si celebra più la donna in quanto tale bensì l’obesità vista come motivo di vanto e farlo notare si traduce in bodyshaming. Ora, al netto degli idioti (haker?), è chiaro che ciò che si è fatto passare come una delle tante conquiste sociali non è altro che l’ennesima concessione di un entourage di esperti che, come una società di marketing, ha venduto al proprio pubblico ciò che il pubblico stesso chiedeva.

E come il suddetto si potrebbero fare migliaia di esempi, se solo si riconquistasse il coraggio di riaffermare ciò che è sotto gli occhi di tutti. Oggi, riportare l’attenzione su una questione estetica auspicabile - almeno sotto l’aspetto salutare - rimane un concetto non più vendibile, e per questo faziosamente non vagliabile. E’ un sistema camaleontico, il nostro, che contempla solo e soltanto gli estremi, e che non prende in esame prospettive che abbiano un minimo di equilibrio, di ragionevolezza.

E’ per questo che contrastare questo atteggiamento palesemente dispotico argomentando con una versione ragionevole dei fatti risulta fallimentare in partenza: non si può inaugurare un saggio ed aperto confronto con chi reputa sbagliata qualsiasi considerazione diversa dalla propria. In questo contesto cronicamente esasperato, la replica più assennata diviene quella della suora che materialmente divide, per strada, due modelle che si baciano. Una reazione bigotta, a primo avviso, che mostra, invece, l’atteggiamento consono a questo tipo di indottrinamento manovrato. Come in una trattativa, se qualcuno non pone sull’altro piatto della bilancia un’azione uguale e contraria alla precedente, seppur apparentemente discutibile, si sarà perdenti dal principio e sarà inutile intavolare qualsiasi tipo di strategia a riguardo.

Solo riappropriandosi di quella consapevolezza perduta ed indispensabile si potrà ricominciare ad essere veramente liberi di esprimere le proprie opinioni, liberi di vivere, come i nostri padri costituenti si prefissero nel secolo scorso. Ma rimane un’utopia pensare di raggiugere tale obiettivo con la mera applicazione della legge, senza la fondamentale riaffermazione del primato della politica. Combattere un sistema di fanatismo burocratico mediante la burocrazia è da pazzi!