Cosa resterà di questi anni 80?

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Era il 1989 quando Raffaele Riefoli, meglio conosciuto al grande pubblico come Raf, cantava “Cosa resterà di questi anni 80?” e adesso, che siamo nel 2020, la domanda che dà il titolo alla canzone è più attuale che mai. Dalla moda, al cinema, alla musica siamo stati catapultati indietro di oltre trent’anni, facendoci rivivere colori, suoni e sensazioni dei mitici eighties.

Gli anni del consumismo esagerato, delle mode giovanili, del tutto e subito, dell’esasperazione e della sperimentazione in ogni cosa e settore, dalla tecnologia ai media, per finire alla moda.

E mai come in questo momento di buio e d’incertezza, c’è bisogno della spensieratezza, del colore e dell’allegria di quegli anni, dopo i quali nulla, effettivamente, sarebbe stato più come prima.

Il decennio delle televisioni commerciali, dell’eccesso, della «Milano da bere», dei paninari e degli yuppies (i giovani di successo) e dell’ascesa del berlusconismo. Insomma, l’età d’oro dell’edonismo reaganiano, dello scudo stellare, della perestrojka di Gorbaciov, del Live Aid, di Papa Giovanni Paolo II, del disastro di Chernobyl, della caduta del muro e di Pablito ai mondiali di Spagna.

Lo scrittore Marco Gervasoni nel suo libro “Storia d’Italia degli anni ottanta” definisce tale decennio, in buona sostanza, come gli anni dell’ultima modernità del nostro Paese, tra diffusione di nuove abitudini di vita e allargamento dei consumi. Il periodo del ritorno alla vita, dopo i terribili anni di piombo, e della piena accettazione della libertà individuale con il diritto alla realizzazione professionale e al guadagno personale. In ambito intellettuale, finite le ideologie e tramontata la  devozione per l’arte impegnata, s’impone il postmodernismo, trascinando con sé le varie manifestazioni della cultura pop.

Gli anni della fantascienza post-atomica alla Blade Runner, alla Mad Max e alla Terminator che si incastrava con la tragedia del buco e con la piaga dell’aids. Agli anni 80, amati oppure odiati, si applica integralmente uno slogan che potrebbe sembrare quasi inventato allora da Oscar Wilde “Bene o male, purché se ne parli”.

Dopo ogni decennio nasce l’esigenza di riscoprire le mode, le musiche e le manifestazioni artistiche dei venti/trenta anni precedenti, ma in questo caso è impossibile parlare di amarcord degli anni 80, perché questi non sono mai veramente finiti. Infatti, i generi musicali tipici dei 90 come il grunge, l’indie pop, il rap e l’house sono già pienamente esistenti a metà del decennio precedente. Anche un film degli anni 90 è stilisticamente uguale a quelli della decade appena conclusa.

Ma perché una tale enfasi sugli anni 80? Probabilmente perché è l’epoca in cui la gran parte degli autori, degli sceneggiatori, dei geni della Silicon Valley, era ancora bambino o ragazzo, quindi la loro personale età dell’oro, e  gran parte del loro pubblico non era ancora nato.  Fu un periodo di transizione, tra quelli in cui si sognava di cambiare il mondo tutti insieme e quelli dell’individualismo liberista che non dominava ancora, c’era ancora un sogno di cambiamento, ma più spensierato e divertente, senza il peso delle ideologie.

Chi meglio del grande regista produttore Steven Spielberg, basti ricordare film come E.T. l’extraterrestre, i primi tre episodi della saga di Indiana Jones e Ai Confini della Realtà, può raccontare meglio quel decennio: “Credo che siamo nostalgici degli anni 80 perché era una decade in cui non esisteva lo stress. Tutto era semplice, innocuo, lo stile e la musica di quei tempi – i Duran Duran, Eddie Van Halen – era tutto fantastico! Era l’epoca di Ronald Reagan. Abbiamo avuto un attore come presidente, la sua presidenza non era fuori luogo, anzi, aveva senso anche per me che sono sempre stato un democratico”.