Covid-19: la nuova strategia della tensione sanitaria

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Così ha dichiarato l’OMS, che, come sappiamo, ha temporaneamente occupato il posto del FMI nel dettare l’agenda della politica liberista su scala planetaria: “dopo questa, ci saranno altre pandemie, prepariamoci per la prossima” (“Fanpage.it”, 6.5.2020). La scienza in generale, e quella medica in particolare, dovrebbero procedere con circospezione e cautela, evitando – è superfluo ricordarlo – titoli sensazionalistici e a effetto: specie se quei titoli possono, come è il caso di cui sopra, gettare nel panico la popolazione, peraltro già provata dal nuovo regime di vita imposto in nome della lotta al Covid-19. Si ha davvero l’impressione che la strategia sia quella del terrore. Che è, poi, come sappiamo, la condizione ideale per il prosperare indisturbato del potere. Tra i tanti titoli che attraversano la sfera “infodemica” di questi giorni, ne menziono due soltanto. Chi porta un caffè a chi è seduto su una panchina sta commettendo un reato: l’ha detto il ministro degli affari regionali, Francesco Boccia, in diretta sul canale televisivo “La7” (6.5.2020). E ancora: Lecce, vigilessa interrompe funerale di una 32enne per identificare presenti (“La Repubblica”, 11.5.2020).

Insomma, siamo ormai entrati da tempo nel nuovo ordine del terrorismo sanitario. Esso necessita di un’emergenza infinita, di modo che infinito sia il tempo delle stringenti misure emergenziali. In tal maniera, si fa permanente lo stato d’eccezione. Con le parole di Agamben (blog di “Quodlibet”, 13.4.2020): “so che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima. È davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il ‘distanziamento sociale’, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato”. È sempre più evidente: dallo stato d’emergenza non si tornerà più del tutto indietro, perché esso si avvia a divenire la “nuova normalità”, il nuovo terreno del capitalismo terapeutico della (bio)sorveglianza.

Molto di ciò che s’è subito, con la scusa che serviva a salvare le vite, si conficcherà come una spina nella nostra mente: a tal punto che anche in futuro, se non fosse più necessario, continueremmo a farlo valere come se lo fosse. Come dice Agamben, quel che si è accettato di subire non potrà essere rimosso e, anzi, diverrà parte integrante del nostro futuro modo di vivere, sarà metabolizzato come una seconda natura. Le cosiddette misure “emergenziali” si sedimenteranno in una nuova normalità, centrata sul paradigma del “distanziamento sociale”, del “divieto di assembramento” e della contactless society. Del resto, la postmoderna e arcobalenica new left – facendo ancora una volta da grancassa per i desiderata del padronato globalcapitalistico – ha già coniato il motto per legittimare il passaggio al nuovo regime terapeutico della società del distanziamento e dei nessi digitali: “la normalità era il problema”.