Curva di Laffer e Flat Tax: la formula matematica per la crescita

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"Le tasse sono bellissime", sosteneva Padoa-Schioppa. Soprattutto per chi non le paga, aggiungerei.
L'art. 53 Cost. afferma che contribuire economicamente ai servizi dello stato, mediante criteri di progressività e secondo principi solidali, sia un dovere di tutti gli italiani. In breve, la percentuale di reddito da condividere cresce all'aumentare del reddito stesso. Questa norma di condotta, nonchè costituzionale, appare nobile, essendo ideata con lo scopo di tutelare i ceti più deboli.
Ma che si fa quando i servizi erogati non soddisfano più le esigenze minime dei rispettivi destinatari, seppure la pressione fiscale si attesti su massimali storici, propendenti addirittura al rialzo?
In questo caso, sarebbe auspicabile e saggio mettere in discussione l'intero sistema, così come ereditato. Evidentemente, si è in presenza di uno o più bug che hanno provocato un crash involutivo. E no, la soluzione non può essere l'introduzione di nuove tasse o, peggio, l'aumento delle, già elevatissime, aliquote. E' l'ora di intraprendere una strada diversa.
Le imprese italiane oggi subiscono una pressione fiscale complessiva pari al 65%: la più alta d'Europa. Per ogni 100 euro guadagnati, ben 65 dovrebbero essere destinati alle casse statali. Follia pura! E poi ci si meraviglia che chi può decida di evadere e, semmai, pagare una irrisoria (rispetto all'evaso) sanzione amministrativa.
Come sempre, il modo migliore per affrontare ostacoli presenti e futuri è guardando al passato. La soluzione è custodita gelosamente dalla storia.
Negli anni '70, un giovane economista americano, Arthur Laffer, propose all'allora candidato alla Casa Bianca, Ronald Reagan, la sua idea di riforma fiscale, quella che il giornalista Wanniski chiamerà "the Laffer curve". Laffer spiegò che esiste un livello di pressione fiscale che, se raggiunto, renderebbe sconveniente qualsiasi iniziativa d'ipresa, generando disoccupazione, il blocco generale della produzione e, quindi, una sensibile riduzione del gettito fiscale. Tale teoria fu, in verità, una rivisitazione del pensiero di Ibn Khaldun, un filosofo musulmano del XIV secolo, il quale sosteneva che grandi accertamenti producessero piccole entrate e viceversa.
Nel 1980, l'andamento della curva americana decresceva visibilmente, sintomo dell'asfissiante pressione fiscale che comportava effetti negativi sul gettito. Seguendo i dettami della teoria di Laffer, una riduzione delle aliquote avrebbe incentivato lo sviluppo economico e, quindi, le entrate ficali.
Le reaganomics (l'insieme delle politiche economiche adottate dal presidente Reagan) riaccesero, nel popolo statunitense, quella fiamma, assopita da troppo tempo, che alimentava il sogno americano. Ci si rese conto che ricorrere ad una tassazione sempre più alta nei confronti dei redditi più ricchi non riconsegnasse i risultati suggeriti dalla logica deduzione, in quanto è proprio chi dispone di una capacità economica smisurata che riesce ad organizzare un'elusione più efficace, grazie ad un sistema normativo fornitore di scappatoie e privilegi. Si intuì che un'aliquota fissa inferiore al 20%, senza deduzioni, frutterebbe un gettito maggiore rispetto a quello progressivo: i contribuenti accetterebbero di pagare il giusto o, almeno, una cifra inferiore rispetto a quanto costerebbe loro l'evasione. La ripresa dell'economia eviterebbe un indispensabile taglio sul welfare, bensì favorirebbe una necessaria razionalizzazione dell'intervento pubblico a sostegno delle fasce più deboli, a svantaggio dell'abuso, ascrivibile al reato di frode, di programmi sociali.
A ciò va ad accompagnarsi un'oculata politica di controllo sull'inflazione e, quindi, sull'erogazione di nuova moneta nel mercato.
Sono quasi sicuro che Salvini, propagandando la "flat tax", intendesse solo divulgare l'ennesimo, vuoto slogan elettorale, ignaro dei contenuti che ne deriverebbero. Ma una teoria non va valutata in base al soggetto che la enuncia bensì rispetto a ciò che propone, a seguito di un'attenta disamina.
E la "tassa piatta" non è altro che un'imitazione della curva di Laffer, attuata da Reagan negli anni '80. Dati i risultati americani, consapevoli dei catastrofici frutti prodotti da decenni di norme fiscali italiane ed europee, direi che provare con una teoria collaudata, come quella in questione, potrebbe fare solo bene ad un sistema obsoleto e fallimentare come quello attuale. Al netto del padano, ovviamente.

 

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