Dacci oggi il nostro panico quotidiano

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Se si presta ascolto agli autoproclamati “professionisti dell’informazione”, che sempre più si rivelano professionisti nel far divenire nietzscheanamente favola il mondo vero, si starebbe consumando, su scala planetaria, una lotta senza quartiere: uno scontro incondizionato tra lo schieramento dei grezzi “negazionisti”, da una parte, che stoltamente pensano che il virus non esista, e lo schieramento dei responsabili scienziati, dall’altra, che con cognizione di causa ci spiegano che il virus esiste e che, dunque, è perfettamente corretta la modalità con cui la massima parte dei governi, almeno in Europa, lo stanno affrontando. Questa narrazione, però, è sideralmente distante dalla realtà dei fatti. Di più, risponde a logiche ideologiche, tese a santificare l’ordine del potere e a demonizzare tutto ciò che possa contestarlo. La sola lotta di cui, sul fronte del regime sanitario, la storia reale abbia contezza non è quella tra vili negazionisti, da una parte, e dotti scienziati, dall’altra, quasi come se si trattasse di uno scontro astrattamente teorico e sconnesso dalla concreta realtà sociale e politica: è, al contrario, la battaglia tra chi ritiene che un virus non possa giustificare la distruzione delle libertà, dei diritti e della Costituzione, da una parte, e chi, invece, dall’altra, crede che ciò sia possibile e magari anche desiderabile. Da una diversa angolatura, abbiamo, da un lato, coloro i quali respingono la narrazione ufficiale, secondo cui in nome della protezione delle vite, occorre accettare di buon grado la riorganizzazione autoritaria delle esistenze; e, dall’altro, coloro i quali – in buona fede oppure no, a seconda dei casi – avallano lo storytellingegemonico, sostenendo il sillogismo del “dispotismo tecnologico-sanitario” (Agamben). Esso così suona: la salute è il bene più importante, ma per garantirla occorre limitare la diffusione dei contagi, ergo occorre limitare le libertà e i diritti per garantire la salute, che è più importante rispetto ad essi. I sostenitori della narrazione opposta, per parte loro, non negano l’esistenza del virus, salvo in sporadici e pittoreschi casi, che l’ordine del discorso potenzia e impiega ad arte per ridicolizzare, mediante indebita generalizzazione, chiunque dissenta rispetto al nuovo potere terapeutico: semplicemente, non accettano che, in nome della salute, si possano negare – sia pure temporaneamente, come il logo terapeuticamente corretto ripete in modo peraltro poco credibile – diritti, libertà e Costituzione. Peraltro, come evidenziato da Borgognone (Covid-19, cit., p. 143), l’antitesi tra “negazionisti” rozzi e “responsabili” rispettosi della Scienza rinviava assai spesso anche a due diversi blocchi sociali, che erano poi la variante postmoderna degli humiliorese deglihonestiores: da un lato, la plebe dei ceti medi e dei precari, che anteponeva le esigenze, per essa vitali, del lavoro in presenza e che, appunto, viveva il regime sanitario come letteralmente mortifero sul piano economico; dall’altra, l’élite dei multimilionari, dei colossi e-commerce, degli speculatori finanziari, dei signori della shut-in economy, oltreché, naturalmente, del circo mediatico, del clero giornalistico e delle altre categorie sconnesse dal tessuto produttivo nazionale e, in un modo o nell’altro, comunque garantite e, dunque, favorevoli alle politiche filo-lockdown. La salute, che certo è un bene di primaria importanza, non può essere utilizzata come alibi per negare beni ugualmente importanti, come la libertà e i diritti fondamentali della persona. Ne segue, dunque, non già che si debba fingere che il virus non esista, lasciando tutto invariato, come se nulla fosse, ma, al contrario, che si debba combattere la diffusione del “nemico invisibile” senza però – questo il punto – andare a istituire una razionalità politica che limiti le libertà e i diritti fondamentali e che, dunque, violi lo spirito e la lettera della Costituzione. Se è folle negare l’esistenza del virus, non lo è meno pretendere di poter negare diritti costituzionali e libertà fondamentali in nome della lotta all’epidemia. In concreto, è giusto e, di più, sacrosanto potenziare la sanità pubblica, implementando il personale medico e infermieristico e accrescendo il numero delle terapie intensive e dei posti letto. Ed è, invece, inammissibile imporre lockdown, divieti di assemblea e di spostamento: e ciò non per ragioni mediche (è plausibilissimo che l’isolamento totale degli individui freni il contagio), bensì per ragioni politiche. In sintesi, è sempre giusto tutelare il diritto alla salute, come è sempre ingiusto pensare di poter limitare gli altri diritti in suo nome. Il Coronavirus deve, dunque, essere combattuto, ma mai andando a limitare le libertà fondamentali e i diritti riconosciuti – al pari di quello alla salute – dalla Costituzione. Non neghiamo, dunque, l’esistenza del virus, ma la legittimità del nuovo paradigma di governo delle cose e delle persone. Ora, il fatto che questa ragionevole tesi non possa non dico essere accettata, ma nemmeno discussa dall’ordine del potere, che subito la liquiderà con l’infame etichetta di “negazionismo”, è un’ulteriore prova del fatto che ci troviamo al cospetto di una riorganizzazione globale del modo di governare le cose e le persone: riorganizzazione che – questo il punto nodale – impiega il teorema secondo cui “la salute viene prima di tutto” come fondamento dell’opera di riduzione delle libertà e dei diritti. Non mi stancherò di rammemorarlo: a ribadire con enfasi che “la salute viene prima di tutto” sono gli apostoli del potere neoliberista, che negli ultimi vent’anni non ha fatto che chiudere ospedali (in nome di una fin troppo chiara “riorganizzazione budgetistica”) e ridurre le spese consacrate alla sanità pubblica.Ciò ci permette di affermare, con certezza, che per il potere la salute non viene affatto prima di tutto e che, se pure lo dice, semplicemente lo fa per giustificare la demolizione delle libertà e la compressione dei diritti. Siamo, allora, nuovamente pervenuti dinanzi a quello che ho appellato paradigma securitario. Poiché la vita è oggi, per l’uomo occidentale, il valore sommo, a cui tutto può essere sacrificato, il potere la assume come posta in palio decisiva: e ciò nella forma di un subdolo ricatto, che vi persuade a rinunziare a ogni libertà e a ogni diritto in nome della sopravvivenza biologica, in nome del mero esserci-ancora del vostro corpo. E voi lo fate, magari anche colmi di gratitudine, senza mai comprendere che la questione è politica ancor più che medica (anzi, è tanto più politica, quanto più ideologicamente si pretende soltanto medica). In ciò, ça va sans dire, svolge una parte dirimente la narrazione terroristica delle centrali dell’informazione: il paradigma securitario, infatti, può attivarsi solo ove i cittadini siano terrorizzati dal senso di pericolo e di insicurezza e, dunque, disposti ad accettare l’inaccettabile come inevitabile. Cioè non perché sia percepito come intrinsecamente buono: ma, semplicemente, perché si presuppone non si diano alternative, secondo il ben noto teorema neoliberista del thereis no alternative. Per questo, come non mi stancherò di ripetere, l’emergenza deve essere presentata sempre, a livello di narrazione mediatica, nella sua forma più grave, quasi apocalittica, con esclusione necessaria di tutto ciò che non contribuisca a tratteggiare il worst case scenario (subito liquidato come “negazionista” e irresponsabilmente minimizzatore). “Dacci oggi il nostro panico quotidiano”: così suona il principale comandamento delle quotidiane omelie televisive e giornalistiche, il senso profondo in cui si condensa la strategia narrativa scelta, in modo tutt’altro che neutro, dalle centrali dell’informazione. Esse puntualmente insistono, in termini apocalittici, sulla crescita dei contagi e sul collasso delle terapie intensive, sulla saturazione dei reparti ospedalieri e sull’aggravarsi delle condizioni dei contagiati. Per questa via, i sudditi, terrorizzati, sono disposti ad accettare l’inaccettabile, purché presentato sempre come finalizzato alla salvezza dei loro corpi. La verità, non detta perché indicibile, è un’altra: l’epidemia di Coronavirus è il prezzo che l’Italia, la Spagna, la Francia e molte altre realtà del nuovo ordine post-1989 hanno pagato a lustri di politiche di privatizzazione, di deregolamentazione, di liberalizzazione, di compressione della spesa pubblica e di “razionalizzazione liberistica”. Il nuovo paradigma liberista, mediante il quale si arricchivano le banche e gli speculatori e, insieme, si impoveriva la società con le sue già fragili strutture welfaristiche, era del tutto incapace di affrontare perfino un’epidemia con una letalità dello 0,6 %, come appunto era quella del Coronavirus. Per questo, per inciso, a perdere la via per il Covid-19 erano pressoché sempre soggetti appartenenti ai ceti medio-bassi, quasi mai esponenti dell’aristocrazia finanziaria e delle upperclasses, che infatti, se anche contraevano il virus, si salvavano miracolosamente in quasi tutti i casi. Con ciò era anche falsificato il teorema della “scopa” di Don Abbondio, al centro dei Promessi sposi: secondo il curato di campagna, che la peste era stata anche una scopa che aveva portato via, “a cento per volta”, soggetti potenti e arroganti, che “figliuoli miei, non ce ne liberavamo più”. Ovviamente, i governi degli Stati europei sostenevano puntualmente di voler tutelare la salute dei loro popoli, anche quando palesemente si muovevano, con il loro operato, in direzione ostinata e contraria. Come rilevato da Borgognone (Covid-19, cit., p. 128), gli stessi che affermavano ipocritamente di aver ridotto linearmente la spesa destinata alla sanità pubblica per il bene del popolo erano quelli che sostenevano di aver cancellato i diritti dei lavoratori (jobsact in Italia, loitravail in Francia, ecc.) per il bene dei lavoratori stessi e che, dulcis in fundo, nel 2020 asserivano di avere introdotto il confinamento domiciliare coatto per difendere i più deboli. Insomma, i morti di Covid-19, in Italia come in Spagna, furono vittime dell’ordine liberale e del suo bieco teorema “meno Stato, più mercato” assai più che di un virus proclamato letale dai “professionisti dell’informazione”. Il virus era di per sé poco letale, ma lo diventava incontenibilmente là dove i sistemi sanitari nazionali si rivelavano fragili e inadeguati. È nel vero Borgognone (Covid-19, p. 10), allorché sostiene che l’Occidente neoliberale “precipitò nella preistoria”all’improvviso e, per ironia della storia, a causa della propria incontrovertibile inadeguatezza a fare fronte a un’epidemia che si diffondeva e si autoreplicava sul terreno più proprio dell’ordine liberista, quello della mobilità sans frontières e dell’indebolimento delle strutture della sanità pubblica celebrato come “razionalizzazione delle spese”.

 

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