Dai simboli botanici all’arcobaleno. La deriva tragicomica delle sinistre

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In origine fu la “falce e martello” il glorioso simbolo delle sinistre, quando erano rosse e lottavano per i lavoratori e contro il capitale. Tale riferimento simbolico è stato sostituito, dopo il 1989, soprattutto in Italia, da inediti simulacri botanici che spaziano dalla quercia all’ulivo e alla margherita. La simbologia botanica alludeva, in maniera neppure troppo implicita, all’abbandono dei tradizionali marchi del lavoro – la falce e il martello – e, in modo convergente, alla ristrutturazione green delle sinistre che, in nome della nuova sensibilità ambientalista, potevano abbandonare al loro destino le classi lavoratrici in fase di massacro di classe post-1989. Il capitalismo diventava, così, un giardino verde di cui occorreva prendersi cura con la sollecitudine del giardiniere indaffarato a fare sì che il suo ambiente prosperi (quali che siano i rapporti tra i viventi che lo abitano).

Pur nella loro diversità, i nuovi simboli botanici delle sinistre in fase di postmodernizzazione segnalano tutti in egual misura non solo la generica frattura con la storia passata, da cui la new left aspira consapevolmente a prendere congedo: pongono in evidenza l’espressa volontà delle sinistre – già da tempo maturata e solo ora “ufficializzata” al livello della simbologia – di disgiungersi dal comunismo e dai suoi marchi, dalle sue lotte e, più precisamente, dallo scontro di classe e dalla tensione verso la società redenta dall’alienazione capitalistica. Per inciso, e a scanso di equivoci, occorre ribadire – sulle orme del Lasch del Paradiso in terra (1991) – che anche il quadrante destro, pur con la sua formale deferenza ai valori della tradizione, si è ormai per intero consegnato al progressismo, all’individualismo rapace e alla crescita economica.

Diventava in tal modo apprezzabile, anche sul piano della simbologia, ciò che da tempo era già sotto traccia: ossia la metamorfica e kafkiana ridefinizione dei partiti comunisti in partiti radicali di massa, centrati sulla difesa delle minoranze e dei diritti individuali; difesa che era valorizzata non tanto in se stessa, ma in funzione apotropaica, per dirottare l’attenzione delle masse rispetto all’avvenuto tradimento delle classi lavoratrici ad opera della new left.

Abbandonata la lotta per il Lavoro e per i dannati del capitalismo, le sinistre post-comuniste dovevano reinventarsi un’identità per giustificare la propria sopravvivenza al crollo del Muro di Berlino e, insieme, per occultare il proprio transito dalla parte del nemico storico, di cui erano ora divenute, con il classico zelo del neofita, le più devote alleate.

Da quel momento, la siglia PC, che un tempo indicava in forma abbreviata il Partito Comunista, avrebbe di fatto preso a indicare il Politicamente Corretto, ossia quell’ordine mentale di giustificazione del rapporto di forza egemonico di cui il quadrante sinistro era nel frattempo divenuto il custode “culturale”.

Dopo la fase mediana di tipo “botanico”, fu, soprattutto con il mutato millennio, il simbolo dell’arcobaleno a prendere il sopravvento nell’immaginario collettivo del quadrante sinistro. Nel divorzio completo dalla classe lavoratrice e dalle sue rivendicazioni, la nuova simbologia policroma si richiama a un vago (e inoffensivo dal punto di vista del conflitto di classe) ecumenismo liberal-libertario e a una serie di lotte che sempre risultano compatibili e, di più, funzionali rispetto ai desiderata della classe dominante cosmopolitica e al suo nuovo tableau économique, sistematizzato con zelo dalla setta degli economisti di completamento. Dietro lo sgargiante vessillo delle sinistre arcobaleniche, si nasconde il grigio monocromatismo assoluto del nichilismo capitalistico.

Le inoffensive lotte postmoderne della new left fucsia e antimarxista spaziano dal pacifismo belante (che di fatto coincide con la rinunzia suicidaria dei dominati alla lotta contro la violenza dei dominanti) al femminismo individualista post-familiare, dalla retorica dell’accoglienza plusimmigrazionista (funzionale alla creazione dell’“esercito industriale di riserva” e al massacro di classe) alle manifestazioni, in stile postmoderno, del nichilismo sgargiante e multicolore dei gay pride come fenomeni volti non già a tutelare i diritti degli omosessuali, ma a ridicolizzare l’istituto etico della famiglia e della “(v)eterosessualità” non coerente con il nuovo ordine erotico.

Luca Ricolfi, uno dei più lucidi esploratori – insieme con Costanzo Preve e Federico Rampini – della metamorfosi kafkiana delle sinistre antimarxiste, si è avventurato a sostenere, in Sinistra e popolo, che il percorso suicidario della new left si compie nella sua sistematizzazione dell’innaturale e nella sua naturalizzazione dell’inimmaginabile: ciò si attua appieno nel nostro presente, in cui l’area arcobalenica delle sinistre post-marxiste pretende che le comunità non debbano decidere chi possa o non possa entrare a farne parte, che i popoli non abbiano paura se attaccati e gli individui non provino odio quando la persona più cara è uccisa, amino gli animali prima delle persone e l’identità altrui più della propria.