Dal Giappone con furore

Fonte Immagine: fumettologica

Al di là delle grandi capitali del cinema mondiale (da Hollywood a Bollywood, fino ad arrivare alle realtà più “regionali” di Babelsberg e Cinecittà), anche la TMS, Tokyo Movie Shinsha Entertainment, nel corso degli anni si è imposta come uno dei giganti del settore. In generale, il cinema e le serie tv nipponiche hanno saputo, nel corso del tempo, ritagliarsi uno spazio sempre maggiore nella cultura degli abitanti della parte occidentale del globo, valicando i confini nazionali e conquistando un pubblico sempre più ampio.

Fino ad una decina di anni fa, l’onda lunga della cultura televisiva e cinematografica giapponese si era fatta strada acquistando il favore dei più piccini, grazie a serie animate oramai divenute iconiche, emblemi di infanzie che furono e ancora oggi indimenticati (da Lady Oscar a Occhi di gatto, fino al classico dei classici Lupin). Si è così sviluppata e consolidata una visione di una produzione audiovisiva child oriented da parte dello stato dell’estremo oriente agli occhi di una buona fetta di audience tra i 35 e i 50 anni. Di certo, come sempre, il solito millenario concetto di eurocentrismo ha giocato a sua volta un ruolo essenziale nel “declassare” a puro intrattenimento fanciullesco l’intera filmografia non occidentale.

I fatti però ci raccontano qualcosa di molto diverso. Il cosmo di manga (fumetti di piccole dimensioni) ed anime (film animati) si è fatto sempre più variegato e pronto a rispondere ad esigenze differenti, divenendo così in grado di realizzare anche piccole perle paragonabili ai grandi capolavori del cinema convenzionale. Difficile in questo discorso non inserire le vere e proprie perle del maestro Hayao Miyazaki affiancato dal fido Studio Ghibli. Ecco alcune delle tante opere che hanno permesso al regista asiatico di gareggiare con un altro colosso del calibro di Disney: La città incantata, Il mio vicino Totoro, Porco rosso, La principessa Mononoke, Il castello errante di Howl, Ponyo sulla scogliera.

I nostri schermi sono adesso letteralmente invasi da contenuti provenienti da studi con le loro basi sull’isola di Honshū. L’animazione è divenuta praticamente appannaggio della cinematografia giapponese, pur non dimenticando i nomi di alcuni film-maker capaci di regalare arte su celluloide, come per quanto riguarda Akira Kurosawa e Yasujirō Ozu. Ma animazione, come ci siamo detti, non vuole per forza di cose significare assenza di profondità di narrazione e significati.

Saranno d’esempio i numerosi lungometraggi diffusi a macchia d’olio tra vecchio continente e nuovo mondo che hanno preso ispirazione (o magari, alle volte, persino plagiato) opere nipponiche. 

La lista è lunga. Ci possiamo qui limitare a riportare i casi più clamorosi. L’occasione più evidente di contagio tra anime e film nel più classico senso della parola proviene da Requiem for a dream. Il geniale Darren Aronofsky, più volte candidato all’Oscar per la regia, si è sempre detto un appassionato del mondo multimediale dell’estremo oriente. Un’opera in particolare – Perfect blue, di Satoshi Kon – attirò la sua attenzione fino a condurlo alla scelta di acquistare i diritti dell’opera con l’intenzione di realizzarne una sorta di remake. Il progetto non approdò mai ad una sua concretizzazione, ma una scena particolare del film (una serie di inquadrature all’interno di una vasca da bagno, momento nella quale il personaggio si lascia andare ad un urlo soffocato dall’apnea) è stata ricollocata in maniera identica nell’ultra-noto masterpiece di Aronofsky. E se questa può apparire come un minimo tributo all’opera artistica del compianto Kon, scomparso non ancora cinquantenne per un tumore, ancora più significativo suonerà il recupero della trama di Perfect blue in un’altra pellicola del maestro americano. Nel Cigno nero l’idea che sottende allo svolgimento dell’intreccio è l’eccessiva compenetrazione, nella mente malata della ballerina protagonista, di realtà e finzione. Nina, questo il suo nome, finisce per impegnarsi anima e corpo nella riproduzione de Il lago dei cigni, venendo trasportata in un buco nero di allucinazioni e sdoppiamenti. Basterà sostituire pochi dettagli per tornare al nostro modello di partenza: Perfect blue. Immaginate di rivedere uno sviluppo simile nella vicenda ma riguardante non più danze e teatri ma un gruppo di cantanti ed attrici. Aronofsky non ha mai negato una certa emulazione nei confronti del quasi coetaneo character designer proveniente dall’altra costa del Pacifico, affermando però sempre che, nel caso de Il cigno nero, la “suggestione Kon” sarebbe giunta più a livello concettuale, stilistico, come un parassita sviluppatosi attorno ad un ospite diverso. Qualcosa di molto simile ad un innesto, ad una “inception”, per dirla con il titolo scelto per uno dei maggiori successi degli ultimi 20 anni e, guarda caso, per l’ennesimo film animato di Kon che fece scuola. Questa volta l’illustre emulatore fu Christopher Nolan. Sembrerà incredibile, visti anche i complimenti di massa per l’originalità del blockbuster del regista britannico, ma gli influssi di Paprika (uno dei quattro anime diretti dall’ormai ridondante Kon) sono evidenti sulla sceneggiatura. Tralasciando infatti la copia carbone per quanto riguarda alcuni passaggi (dalla creazione di labirinti in un mondo onirico ai fotogrammi in sospensione di alcuni dei protagonisti, per arrivare persino all’abbigliamento delle due protagoniste parallele delle due storie) anche le trame delle due opere ruotano attorno a principi affini. In entrambi i casi infatti, dovremo fare i conti con l’immersione in un mondo dei sogni che, in qualche modo, entra in contatto con la nostra realtà influenzandola e mettendo in pericolo la serenità dei vari individui coinvolti nella questione. Dire che Inception è lo specchio, il doppelgänger di Paprika sarebbe scorretto, ma lo fu anche non dichiarare, in prima battuta, le esplicite e limpide riprese operate dal nipponico predecessore.

Per concludere questa breve e ristretta (per motivi di spazio) rassegna, si può citare anche il fenomeno Hunger games. La saga, capace di ottenere un seguito planetario sia nel suo formato cartaceo che nella sua successiva trasposizione cinematografica, deve molto dei suoi lineamenti al manga Battle royale. Un gruppo di ragazzini, in uno scenario post-apocalittico, costretti a scontrarsi all’ultimo sangue finché non ne sopravvivrà solo uno. Si potrebbero tranquillamente copiare e incollare queste parole e utilizzarle per un breve abstract di entrambi gli sceneggiati.