Dalla open society alla locked down society

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Nel quadro del nuovo ordine terapeutico legato alla Covid-19, un posto a sé occupa la pratica schiettamente kafkiana dell’autocertificazione, il “lascia-passare” mediante il quale il cittadino può spostarsi a norma di legge e nei limiti delle condizioni previste. L’autocertificazione ideata dal nuovo regime orwelliano-sanitario, e comparsa pressoché in simultanea in diverse nazioni europee, tra cui l’Italia e la Francia, prevede due ipotesi di reato, dacché si fonda a) sull’obbligo di veridicità dell’identità del dichiarante e b) sulla verità circa la reale sussistenza del motivo dell’esclusione dall’obbligo di rimanere a casa. È tipico dello stato di polizia limitare, quando non negare, lo spostamento libero dei cittadini. “Se non per validi motivi”, afferma il grigio lessico amministrativo che vieta gli spostamenti. E pochi, ad oggi, hanno riflettuto sulla violenza di questa espressione. Essa presuppone che altri possano decidere per voi cosa è e cosa non è un valido motivo. La libertà di movimento, uno dei diritti costituzionali fondamentali (art. 16), è ora sospesa: di più, è ammessa solo “per validi motivi”, circoscritti e previsti dall’ordine del potere. Così afferma testualmente l’articolo 16 della Costituzione italiana: “ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche”. Le domanda che, a questo punto, si pongono sono molteplici. In primo luogo, le limitazioni che “la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza” quale durata possono avere? E, soprattutto, se l’emergenza sanitaria persiste e, con essa, persiste anche la limitazione, non v’è il rischio che il diritto stesso cessi di esistere, sostituito dalla limitazione trasformata essa stessa in nuova normalità? Alla luce di quanto ho sostenuto, il Coronavirus ha reso necessario l’instaurarsi del Leviatano terapeutico non più di quanto l’instaurarsi del Leviatano terapeutico abbia reso necessario il Coronavirus. Si dà, cioè, quella perfetta circolarità tra causa ed effetto che può essere etichettata, con Deleuze, con il nome di “dispositivo”. L’emergenza epidemiologica attiva, in altri termini, un paradigma di governo delle cose e delle persone che, per durare, necessita del durare dell’emergenza stessa. Con le grammatiche di Hegel, sembrerebbe a tutti gli effetti una nuova figura della “fenomenologia dello Spirito”: proprio come, nel capolavoro hegeliano del 1807, la virtù illuministica si capovolge dialetticamente in terrore giacobino, per cui è indifferente se la testa tagliata sia di un cavolo o di un essere umano, così la open society edonista e permissiva del mondo dalle frontiere sempre aperte si rovescia nel nuovo Leviatano terapeutico dei lockdown e dei divieti di assemblea, dei coprifuoco e del controllo militare degli spazi pubblici. Dal moto browniano senza frontiere dei consumatori gaudenti si passa dialetticamente al divieto di spostamento, se non giustificato mediante autocertificazione, per i sudditi condannati al confinamento domiciliare coatto: la open society del capitalismo di libero consumo si capovolge nella locked down society del nuovo capitalismo terapeutico. Come rilevato da Borgognone, la società che stava prendendo forma era “basata non più sul Carnevale bensì sulla Quaresima permanente delle classi dominate” (Covid-19, p. 71). E tale metamorfosi repentina segnalava, oltretutto, che la sempre incensata “società aperta” del capitale produce invero il proprio contrario, ossia esclusione sociale e, come ora diveniva evidente, revoca dei diritti naturali e costituzionali dei cittadini, ma poi anche confinamento domiciliare coatto, isolamento forzato e normazione paramarziale delle esistenze. È il paradosso irresistibilmente grottesco della open society: che si realizza nell’atomistica delle solitudini confinate per legge in casa. Peraltro nel marzo del 2020, il grado di disumanizzazione raggiunse, verosimilmente, il proprio apice mediante la scelta di cremare senza sepoltura e senza un funerale i corpi dei defunti per il Coronavirus. È, per così dire, il rovesciamento di Antigone, che Hegelinnalzava a eroina dell’etica familiare contrastante con l’etica statale di Creonte. È la rivincita ex post di Creonte. Tra le usanze del vivere civile che ora sono messe in congedo v’è anche, appunto, la degna sepoltura riservata ai morti, secondo una dinamica giù descritta, con tono lucidamente realistico, da Tucidice: “la peste segnò per la città l’inizio della corruzione. […] Nessuno era più disposto a perseverare in quello che prima giudicava essere il bene, perché credeva che poteva forse morire prima di raggiungerlo” (La guerra del Peloponneso, II, 53). La disumanizzazione dell’uomo può ancora una volta, con diritto, dirsi compiuta, se, come insegna Vico nella Scienza nuova, lo stesso lemma humanitasderiva dalla pratica dell’humare, cioè del “seppellire” i morti.