Dalla prostituzione sacra ai lupanari

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Già prima della fondazione di Roma, era ampiamente in auge la pratica della "prostituzione sacra", indissolubilmente legata al culto della dea Lupa. Protagoniste erano giovani donne e sacerdotesse del tempio, le lupe, che offrivano i loro servigi in cambio di denaro, allo scopo di devolverlo unicamente al sostentamento del tempio stesso, attuando e praticando la ierodulia e la ierogamia. I due termini specifici impiegati, indicano il primo, lo stato di assoggettamento devozionale, rectius di servitù, di queste donne alla deità, mentre il secondo termine "ierogamia" indica etimologicamente il matrimonio sacro, il profondo legame delle donne del tempio con la divinità. Santuari ove si praticava la prostituzione sacra erano molto diffusi e godevano di una forte disponibilità economica, dovuta soprattutto alla massiccia frequentazione di pellegrini e viandanti, traffico favorito soprattutto dalla particolare ubicazione dei santuari stessi lungo rotte commerciali e tratturali. La tradizione letteraria latina, in particolare Plutarco (Plut.Rom.4), ci offre un'eccezionale testimonianza a riguardo, incrociando proprio il tema della prostituzione sacra con la leggenda di Acca Laurentia, identificata come la donna che allattò i due gemelli, Romolo e Remo. Secondo Plutarco, i Latini attribuivano al termine "lupa" un duplice significato, tanto riferendosi alla femmina di lupo, ma anche alle donne che offrivano i loro servigi. Il passaggio cronologicamente successivo viene lumeggiato da Ovidio in un passo dei Fasti, ove si apprende che il primitivo culto di Lupa fu gradualmente sminuito e soppiantato dal culto maschile del dio Lupercio. Per celebrare Lupercio si organizzavano delle feste molto affollate definite Lupercalia, ove uomini ricoperti con pelli di caprone rincorrevano le donne per frustarle con pelli sempre di caprone al fine divinatorio di ingraziarsi Lupercio e favorire la fecondità. Con la decadenza della dea Lupa, il termine "lupe" fu attribuito esclusivamente alle prostitute, che adescavano i clienti ululando come lupi, e "il locus" stesso ove veniva esercitata la prostituzione prese il nome di "lupanare". Tanti ed autorevoli sono gli autori che direttamente o indirettamente fanno riferimento alla prostituzione, intesa come aspetto radicato nel sociale e nel costume della Roma antica, mutuata ab origine proprio dall' ambito pseudo-religioso. La stragrande maggioranza delle prostitute erano schiave, maggiormente straniere, o liberte, ossia ex schiave affrancate, tuttavia storici del calibro di Tito Livio e Tacito, riportano testimonianze di alcune prostitute divenute non solo famose ma anche rispettabili in quanto finanziatrici di opere pubbliche, particolarmente attive nella pratica dell'evergetismo. Catullo, Giovenale, Orazio, Marziale, Ovidio, sono solo alcuni dei più celebri poeti che nelle loro opere hanno riferito anche della condizione sia sociale che quotidiana delle prostitute. Ormai è di dominio pubblico che a praticare la prostituzione erano sia uomini che donne e che la predominanza era quella femminile. La prostituzione non era solo tollerata ma nel tempo fu anche regolamentata, soprattutto per questioni tributarie piuttosto che umanitarie. Caligola impose il vectigal ex capturis, una tassa sulle prostitute. Nella Roma antica vi erano dei veri quartieri a luci rosse, ove si concentravano bettole, trattorie e lupanari, vedasi la suburra tra il Celio e l'Esquilino, una delle zone a maggiore densità abitativa di Roma, frequentata maggiormente da soldati. Il genus "prostituta" raggruppava tantissime species con diverse specializzazioni e specificità. Le " forarie" erano le prostitute che si aggiravano nei pressi del foro, praticavano all'aperto, ma anche ai margini di strade secondarie, le "fornices" che si collocavano sotto i ponti, le "gallinae" che erano prostitute particolarmente abili in piccoli furti, le "copae" esercitavano nelle taverne, le "bustuarie" collocate nei pressi di monumenti funebri, le "tabernarie" che esercitano nelle taverne, le "castides" direttamente nelle proprie abitazioni, le "blitide", nelle osterie, le "noctiluces" operavano al buio della notte, le "diobolariae", le più infime, che si accontentavano di due oboli, le "ambulatrici", passeggiatrici, fino ad arrivare alle "delicatae e le famosae", escort colte e raffinate per clienti che avevano una certa rilevanza sociale. Le ambulatrici erano facilmente identificabili dalle altre, perché indossavano un abbigliamento tipicamente maschile, la toga e soprattutto si tingevano o indossavano parrucche rosse. I lupanari erano così diffusi che a partire dal I sec d.C. furono coniate apposite monete, le spintrie, da utilizzare nei lupanari per il pagamento delle prestazioni, dopo che fu vietato pagare le prestazioni sessuali con monete che recavano impressa l'effige imperiale. Sempre dalle fonti classiche si può apprezzare il quadro realista della condizione oggettiva dei lupanari, estremamente sudici, maleodoranti soprattutto a casa delle scarse condizioni igieniche di chi li frequentava, affumicati dal fumo delle lampade. Il lupanare era quasi sempre ben identificabile, perché esplicitamente segnalato da simboli inequivocabili, perlopiù falli (fascinus), simbolo di fertilità e fortuna, scolpiti sulle pareti, ma anche sul lastricato delle strade come appare a Pompei, segnale per indicare i servizi offerti. Altre raffigurazioni dal chiaro contenuto erotico, oltre che scritte, completavano le informazioni per i potenziali clienti. Tra i tanti slogan e simboli riportati sulle pareti, una (CIL IV,1454), particolarmente concisa ma espressiva, oltre al fallo riporta apertis verbis la dicitura: hic habitat felicitas (qui abita la felicità). Uno dei locus più interessanti utilizzato esclusivamente da lupanare è quello di Pompei, ove sono visibili dipinti e graffiti a sfondo erotico, quasi su ogni parete. L'edifico era dotato di dieci cubicoli totali, cinque stanze per piano. Sostanzialmente la prostituzione era a basso costo ed è interessante notare che una prostituta mediamente riusciva a guadagnare fino al triplo dello stipendio di un operaio. Altra curiosità storica è ricordare che già gli antichi avevano elaborato, una sorta di profilattico naturale ricavato da intestini essiccati, perlopiù di agnello o pecora, che veniva riutilizzato più volte previo lavaggio, non come anticoncezionale ma maggiormente per protezione contro malattie veneree. Spettava alla donna adottare tutte le cautele possibili per scongiurare una possibile gravidanza. Anche su questo aspetto, le donne che esercitavano la prostituzione facevano ricorso a diversi espedienti naturali. In primis, pochi minuti prima del rapporto, le prostitute spalmavano i genitali con sostanze spermicide quali miele, olio di mirto, olio d'oliva rancido, aceto, succo di limone, oltre all'utilizzo di tamponi di lana, spugne marine e talvolta anche piccoli sassolini da utilizzare come diaframma.

 

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