Dell'eliminazione per via giudiziaria degli avversari politici. Da Alcibiade a Berlusconi

Fonte Immagine: expoitalyart

Nel 406 a.C., per Atene andava male la guerra che essa conduceva, da circa venticinque anni, contro Sparta (la famosa “Guerra del Peloponneso”, 431 – 404 a.C., oggetto dell’opera storica di Tucidite); ma in quell’anno la flotta ateniese, piuttosto inaspettatamente e con grande gioia della cittadinanza, sconfisse quella rivale nella battaglia navale delle Arginuse, presso l’isola di Lesbo, nell’Egeo.

I comandanti della flotta ateniese (gli strateghi) appartenevano in prevalenza al partito di Alcibiade, il grande generale ed uomo politico, in quel momento della sua vita simpatizzante per un governo filopopolare e fautore della continuazione della guerra contro Sparta.

Contro i generali vittoriosi, Teramene, a capo del partito favorevole alla interruzione della guerra mediante un accordo con il governo oligarchico spartano, intentò un processo per “omissione di soccorso” dei marinai ateniesi naufragati durante la battaglia; il processo, celebrato sull’onda di una forte partecipazione emotiva popolare di cui si giovarono gli accusatori, terminò con la condanna a morte degli strateghi e con la loro esecuzione.

Nel 189 a.C., l’esercito romano, condotto da Publio Cornelio Scipione detto l’Africano (in quanto aveva sconfitto definitivamente i Cartaginesi di Annibale a Zama, in Africa, nel 202) e da suo fratello Lucio, sbaragliò a Magnesia, sul fiume Sipilo in Asia Minore, le falangi di Antioco III di Siria, eliminando per sempre il pericolo che, per la politica romana in Oriente, poteva rappresentare il grande regno seleucida.

Subito dopo la vittoria, un processo, basato sul mancato rendiconto di cinquecento talenti versati dal re Antioco e spesi direttamente dai generali, fu intentato a Roma, contro i due Scipioni, da Marco Porcio Catone (che, successivamente, quando ottenne la magistratura della censura, fu detto “il Censore”), homo novus ma esponente di punta della oligarchia agraria, difensore accanito del mos maiorum, conservatore in politica e ostile sia all’emergere di singole personalità vincenti, che all’espansione della repubblica romana in Oriente; di una politica sempre più impegnata nei confronti dei regni ellenistici era invece sostenitore il circolo degli Sciponi, imbevuto di cultura greca, illustrato dalla personalità dei suoi capi di antica e gloriosa nobiltà, esponente di interessi sempre più attenti a sviluppi economici diversificati rispetto a quelli fisiocratici tradizionali.

Il processo, nonostante l’Africano avesse ricordato le centinaia di migliaia di talenti che le sue imprese avevano procurato alla repubblica, si concluse con la condanna e l’estromissione dalla politica degli Scipioni.

Non vi è dubbio che, in entrambi i processi sopra ricordati, certamente furono utilizzate ed osservate norme giuridiche all’epoca in vigore, e fu molto probabilmente “rispettata la legge”, nonostante il nome e l’importanza degli imputati implicati (anche se, nel processo ateniese, fu di parere contrario il filosofo Socrate, che del tutto casualmente si trovò, per sorteggio, ad essere incluso tra i giudici, tra i quali, solo, obbiettò contro la regolarità del procedimento – che pretendeva di giudicare gli imputati in blocco e non, come di prassi, caso per caso – e per questa sua osservazione fu quasi linciato).

Ma ugualmente non vi è altrettanto di dubbio, tra tutti gli storici che oggi raccontano ed interpretano quelle vicende, che si trattò di processi intentati per liberarsi dell’avversario politico mediante la via giudiziaria; è evidente infatti che gli strateghi vittoriosi alle Arginuse, come pure i trionfatori di Magnesia, almeno fino alla durata dell’eco delle loro imprese, difficilmente sarebbero stati sconfitti dai loro avversari in una competizione politica regolare.

Nessuno storico si sofferma oggi, parlando di quelle vicende, sulla giustezza o meno delle accuse, sulla veridicità delle avvenute violazioni delle norme vigenti; ed infatti, il filtro che opera il tempo non lascia dubbi a chi oggi riflette su quegli episodi, sulla pretestuosità delle azioni legali allora intentate, interessate a ben altro che al vulnus ipoteticamente operato alla legislazione dell’epoca.

L’obiettivo era per Teramene perseguire la pace con Sparta, eliminando il partito di Alcibiade ammantato dal prestigio della vittoria alle Arginuse, e, per Catone il Censore, abbattere gli Scipioni e la loro politica interessata all’espansione romana in Oriente, in un momento in cui la loro fama di generali vittoriosi li rendeva forti politicamente.

In entrambi i casi, per usare le parole del filologo Luciano Canfora, si perseguì “brillantemente l’eliminazione per via giudiziaria degli avversari politici”.

Oggi a distanza di quasi un decennio e con uno scenario politico mutato, dovremmo ammettere con tranquillità che il cav. Silvio Berlusconi non fu perseguito con perseveranza ed accanimento, fino alla sua condanna penale ed alla sua estromissione dalle cariche politiche, perché aveva commesso alcuni reati fiscali (quando, per tali reati, in Italia nella generalità dei casi, si operavano concordati tra il contribuente e l’ufficio delle imposte; si ricordava infatti, come caso unico, eclatante e pittoresco, l’arresto e la breve detenzione di Sophia Loren per un reato fiscale non opposto in giudizio, circa quarant’anni prima).

All'epoca dei fatti taluni ambienti della finanza internazionale, i partiti della “sinistra” e gran parte del “corporativismo burocratico” italiano operarono “brillantemente l’eliminazione per via giudiziaria” dell’avversario politico Berlusconi (generalmente vittorioso nelle tornate elettorali regolari), attraverso giudici che, in molti casi, per altro, utilizzarono i processi a lui intentati, come trampolini di lancio per carriere politiche personali.

Comunque la si possa pensare al riguardo, dalla “cacciata” di Berlusconi in poi, l'Italia non è più riuscita ad avere una guida “politica” che corrispondesse alla volontà popolare proveniente dalle urne. L'alterazione della vita democratica dovuta ai processi al Cavaliere, di quegli anni, è ancora una ferita aperta del sistema politico nazionale che non riesce a rimarginarsi. L'unico vero risultato di quella triste stagione è stato un colpo mortale al “primato della politica” ed al concetto di Sovranità.

Può essere interessante, in fine, raccontare quali giovamenti portò agli ideatori dei processi dell'antichità, a cui si è fatto riferimento, l’essersi liberati degli avversari politici per via giudiziaria.

Teramene morì nel 404 a.C. (due anni dopo aver fatto condannare gli strateghi delle Arginuse), e, per una sorta di contrappasso, fu citato in giudizio da Crizia (il capo dei “trenta tiranni” nell’Atene ormai sconfitta da Sparta), che vedeva in lui un avversario politico pericoloso di cui liberarsi; nel processo gli fu impedito di difendersi, e fu costretto a bere la cicuta.

M. Porcio Catone morì nel 149 a.C., un quarantennio dopo Magnesia, durante il quale assistette impotente al progressivo espandersi di Roma in Oriente, e potette constatare la completa inutilità del pretestuoso processo da lui intentato agli Scipioni. Continuò fino alla morte a professare il suo rigido e obsoleto moralismo, attaccando praticamente tutto e tutti (giovandosi della sua efficace oratoria, oltre che contro ogni forma di cultura ellenizzante, tuonò contro i filosofi, i cartaginesi, i medici, i gioielli e gli abiti delle donne, i pederasti, gli eccessivi ospiti nei banchetti, i baccanali, e molto altro).