Destra e sinistra, dal 1989 sono le due braccia del mostro neoliberale

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A destra come a sinistra, non si fu in grado, per miopia o per cattiva fede, di comprendere l’effettiva portata storica del 1989 come trionfo del capitalismo americano contro ogni forma di resistenza culturale, politica ed economica. Nel secondo Novecento, il cosiddetto “neofascismo” si era in larga parte configurato come una risorsa di servile normalizzazione atlantista e anti-sovietica, funzionale all’abbandono di ogni resistenza anti-imperialistica e al riflusso integrale delle destre verso il capitalismo vincente. A sinistra si era compiuta gradualmente una convergente dinamica di addomesticamento delle intelligenze critiche; dinamica destinata a culminare nell’odierna riconfigurazione integrale delle sinistre come fronte avanzato della postmodernizzazione capitalistica, con centralità insindacabile della privatizzazione e della liberalizzazione individualistica dei costumi e dei consumi. Grazie a una metamorfosi kafkiana, le nuove sinistre fucsia e post-marxiste sarebbero in ultimo divenute l’emblema stesso, sul piano culturale e politico, del turbocapitalismo vincente. Prova ne è che la new left post-marxista, che – come qualsivoglia forza liberal – è egualmente anticomunista e antifascista, avrebbe fatto sua, dopo il 1989, ogni battaglia del cosmomercatismo, aderendo in pieno al progetto della liberalizzazione privatistica in economica, dell’imperialismo etico made in USA in politica estera, della desovranizzazione a beneficio della Banca Centrale Europea in campo politico. A questo generale precipitarsi verso la servitù si attagliano le parole di Tacito: at Romae ruere in servitium consules, patres, eques… Giova sempre, a tal riguardo, rammemorare come ancora oggi (2019) il quadrante sinistro sia il fronte più avanzato della desovranizzazione e della santificazione del progetto dell’Unione Europea. Lungo questo piano inclinato, che le avrebbe condotte a ridefinirsi come ciò contro cui Gramsci combattè per l’intera sua esistenza, le sinistre fucsia e arcobaleno, traditrici di Marx e del progetto anticapitalistico, sono divenute, di fatto, la più o meno articolata coerentizzazione delle maniere per mantenersi a distanza di sicurezza dal popolo e antitetici rispetto agli interessi materiali dei lavoratori.

Dalla lotta contro il capitale, le sinistre erano venute aderendo alla lotta per il capitale, riconfiurandosi esse stesse come partiti glamour e individualisti, culturalmente libertari, politicamente antistatalisti e privatisti, economicamente liberisti e competitivisti, geopoliticamente atlantisti: “mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della NATO”, aveva già improvvidamente sentenziato Enrico Berlinguer nel 1976, rivelando l’ormai pressoché integrale adesione delle sinistre demofobiche – alla stregua delle destre – all’ordine della mondializzazione americano-centrica e, in quel contesto, anti-sovietica. Di tale asserto, in cui si condensa l’embrionale resa all’atlantismo delle sinistre in via di ridefinizione post-marxista, può virtualmente essere considerata a mo’ di completamento la dichiarazione del segretario del partito della Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, sul giornale “Liberazione” il 9 novembre del 2009: la caduta del muro di Berlino “è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare” (sic!). Quelle di Ferrero, in quel contesto, avrebbero potuto essere le stesse parole pronunciate da un qualsivoglia politico di salda fede liberale. Non soltanto, come spesso si è evidenziato, il quadrante sinistro si rivelò incapace di offrire una forte e plausibile risposta alla crisi del paradigma keynesiano e, ancor meno, una reale alternativa ad esso. Di più, si trovò direttamente a “gestire la crisi del capitale per conto del capitale”: e questo lungo il piano inclinato che l’avrebbe portato, dopo il 1989, ad assurgere all’insospettabile ruolo di spazio politico privilegiato per la rappresentanza degli interessi delle classi dominanti.

La figura di Berliguer, in effetti, costituisce uno snodo decisivo nel processo metamorfico della sinistra marxista e della sua normalizzazione liberista e atlantista quale si sarebbe, in ultimo, realizzata dopo il 1989 nella new left priva di coscienza infelice degli alfieri dell’Unione Europea. Togliatti aveva gramscianamente rivendicato la sovranità nazionale come base dell’internazionalismo e della “via nazionale al comunismo” (opponendosi con eguale forza alla NATO e ai progetti di integrazione europea). Egli, inoltre, aveva chiara coscienza del conflitto strutturale tra Capitale e Lavoro. Dal canto suo, Berlinguer abbandonò il riferimento dei comunisti alla sovranità nazionale, optando per la via dell’eurocomunismo e dell’apertura cosmopolitica (ben più che internazionalistica), ma poi anche per la subalternità della nazione italiana alla monarchia del dollaro (“l’ombrello della NATO”). Berlinguer poneva, in tal guisa, le basi per la successiva ridefinizione della sinistra come forza di sostegno dell’Unione Europea e di quella openness cosmopolitica che era, de facto, l’ordine simbolico proprio della classe dominante e che, nell’immaginario della new left, avrebbe rioccupato integralmente lo spazio un tempo occupato dalla lotta di classe e dal tema del lavoro. Inoltre, alla questione sociale del conflitto tra Capitale e Lavoro, Berlinguer sostituì sciaguratamente la “questione morale”, che non soltanto nulla aveva di marxista in sé (essendo, per il marxismo, intrinsecamente corrotta la società del capitale, quali che siano le condotte morali dei singoli agenti). Di più, finiva per aprire la strada, suo malgrado, tanto all’antikeynesismo che avrebbe successivamente contraddistinto il quadrante sinistro come nuova forza privilegiata del liberismo dopo il 1989, quanto allo smarrimento, da parte delle sinistre, di ogni riferimento alla questione socio-economica e al connesso conflitto di classe.