Discriminazione scientificamente fondata e a fin di bene

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Nel tempo del “regime di verità” (Foucault) medico-scientifico, non stupisce che anche la discriminazione debba legittimarsi su basi che sono esse stesse medico-scientifiche, nell’accezione dell’ideologia medica più volte richiamata. Il fondamento primario della discriminazione non coincide più, almeno prima facie, con il colore della pelle, la provenienza geografica, il genere, come in un passato non remoto e, spesso, sconfinante nel presente. È, invece, da ravvisarsi primieramente a) sul piano delle convinzioni, nel credo fideisticamente tributato in forme incondizionate (e spesso indistinguibili da qualsivoglia superstizione) alla scienza medica; b) sul piano della politica, nell’adattamento cadaverico e consensuale al nuovo ordine terapeutico legimmato e sacralizzato dal verbo sapienziale del virologo; c) sul piano delle pratiche quotidiane, nella possibilità di dimostrare di aver assunto il vaccino come sacramento fondamentale della nuova religione terapeutica. Il discriminato è, genericamente, chiunque nutra dubbi sul credo medico-scientifico (basta dubitare dell’assolutezza del dogma religioso per essere trattati alla stregua di atei ed eretici, oggi “negazionisti” e “complottisti”), sulla bontà e sulla liceità delle misure politiche giustificate in termini medici; e, infine, naturalmente, sui benefici di un vaccino per imporre il quale, da subito, i pretoriani dell’ordine dominante hanno minacciato il ricorso ai metodi più autoritari e francamente odiosi (dal licenziamento all’esclusione dai luoghi pubblici). È – o dovrebbe essere – evidente che, come in ogni ambito, anche in quello delle vaccinazioni, sul dogmatismo settario e acritico, che vede contrapposte le due fazioni dei favorevoli a priori (“sì vax”) e dei contrari a priori (“no vax”), dovrebbe prevalere la ragion critica di marca kantiana: quella, cioè, che trascina nel tribunale della ragione l’oggetto di volta in volta considerato, per valutarlo criticamente. Nel caso specifico del vaccino contro il Covid-19, per valutarne eventuali benefici ed eventuali effetti collaterali e per decidere, infine, se sia bene assumerlo oppure no. E invece, more solito, prevale il dogmatismo, che, nel caso della “fazione” egemonica – quella dei “sì vax”, coincidente con la posizione dell’ordine biopolitico imperante – aspira a tradurre il proprio monopolio della forza nel corrispondente monopolio della verità: e lo fa ora neutralizzando come pericoloso “no vax” anche chi, semplicemente, non abbia rinunziato all’apporto della ragion critica kantiana, ora proponendo forme coercitive indegne di un Paese anche solo formalmente democratico (dall’obbligo vaccinale alla subdola forma ricattatoria dei “patentini vaccinali”, che privano di diritti i non vaccinati). Le forme impiegate appaiono, così, non di rado palesemente incostituzionali, come nel caso della già ricordata minaccia di licenziamento rivolta ai lavoratori (cfr. Vaccino Covid, Ichino: “Il datore di lavoro può chiudere il contratto se un dipendente si rifiuta”, “Il Corriere della Sera”, 29.12.2020), o, ancora, come in proposte che, se anche non trovano seguito, rivelano, con la loro stessa epifania, lo spirito del tempo. Tale è, ad esempio, l’idea espressa in un articolo apparso sul “Fatto Quotidiano” il 14 dicembre del 2020 (con il titolo Vaccino Covid, lo spot punta su alcune leve persuasive. Per questo funziona), nel quale così leggiamo in riferimento alla proposta di introdurre un simbolo visibile (una “primula fucsia”) per distinguere i vaccinati dai non vaccinati: “se in un luogo pubblico quasi tutti indosseranno la primula – dichiarando così di essersi vaccinati – quelli che non la indosseranno saranno visti meno di buon occhio e verranno isolati. Questo imbarazzo potrebbe spingere molti indecisi a scegliere di vaccinarsi”. Insomma, quello proposto nell’articolo è un palese metodo di discriminazione centrato sulla possibilità di ostentare, per i vaccinati, un simbolo che li renda visibilmente riconoscibili, con ciò stesso – è detto apertis verbis – inducendo all’imbarazzo, all’isolamento, all’essere visti “meno di buon occhio” e, infine, alla vaccinazione quanti ancora osino nutrire dubbi in materia vaccinale. Non sfugga che quello del capitalismo assoluto-totalitario (cfr. Minima meractalia) è un regime inclusivo, che, a differenza di quelli che l’hanno proceduto, non esclude e che, anzi, non permette tendenzialmente a niente e a nessuno di escludersi dal suo ordine reale e simbolico. Se i regimi del passato non permettevano all’escluso di accedere allo spazio privilegiato, l’ordine del capitale assoluto-totalitario non permette all’escluso di non farsi includere nella realtà blindata di quell’astrazione concretissima detta capitalismo. Esso, anche nella sua variante terapeutica, discrimina per fini inclusivi e non esclusivi. Detto altrimenti, esclude per poter includere chi o ciò che ancora non lo sia. L’ebreo con la stessa gialla al petto era escluso perché considerato inassimilabile e, in quanto tale, discriminato inappellabilmente come “corpo estraneo”. Il non-ancora-vaccinato, privato della primula fucsia sul petto, è discriminato temporaneamente, di modo che presto sia costretto a “includersi” e a far parte dell’unico ordine consentito, quello degli adepti della nuova religione del capitalismo terapeutico. Nei cui spazi la sola vera discriminazione deve essere di ordine quantitativo, legata al valore di scambio e, dunque, alla possibilità di comprare e consumare merci.