Donne, diritti e divorzi (all'italiana)

Fonte Immagine: superguidatv

Il mese che si avvia verso la conclusione ha ereditato da ottobre una serie di spinose questioni: mentre nelle piazze infiamma la protesta no vax, accompagnata da tante contestazioni riguardo le ultime iniziative governative, il parlamento sembra ancora scosso dal muro sollevato al senato nei confronti dell’ormai stranoto DDL Zan.

Entrare nel merito potrebbe solo alzare polveroni: la politica – e la popolazione, di rimando – si è spaccata sull’argomento e, con buona probabilità, come sempre la soluzione messa in atto condurrà ad un “tarallucci e vino” tipico del way of life italiano.

Il disegno di legge presentato dalla sinistra rappresenta l’ultimo atto – contorto o meno, a seconda della propria “fede” all’interno dell’emiciclo – della lotta alla discriminazione di genere. Il mondo globalizzato avanza su ritmi indiavolati e quelle che solo adesso appaiono conquiste ancora da consolidare (dalle quote rosa all’appianamento delle divergenze tra uomo e donna in ambito lavorativo, sia da un punto di vista numerico che di retribuzione) appaiono come argomenti superati da secoli. Il vocabolario si arricchisce di numerosi anglicismi che sanno di sfida: genderqueer, non-binary, enby. Come saranno affrontati questi temi, lo scopriremo solo nel giro dei prossimi anni, o forse decenni (al passo con la spiacevole faccenda dei cambiamenti climatici). Torna utile ancora una volta la massima manzoniana che delega ai nostri successori l’improbo dovere di una valutazione sul nostro operato.

Riavvolgendo il nastro e riportando il nostro passo ciondolante sui sentieri di celluloide che calchiamo con maggior serenità rispetto agli sdrucciolevoli cammini di geopolitica, non sembra passato tanto da quando il cinema inquadrava nei suoi fotogrammi simili problematiche di genere. Non è un mistero che tra i film di maggior successo nell’ambito del cinema muto italiano figuri il dramma Assunta Spina, lascito teatrale di Salvatore di Giacomo poi trasposto da Gustavo Serena coadiuvato, fun fact, dalla protagonista dell’opera Francesca Bertini, vulcano in piena cui fu assegnata alla fine persino la co-direzione del girato. Tale istanza è stata una costante persino nelle pellicole nostrane dal fascismo in poi: pensiamo alla filmografia di Mario Camerini negli anni ’30, in cui all’immagine di donna-angelo del focolare, madre e moglie fedele propugnata dal regime viene, quantomeno, concessa la dignità del lavoro, quale che fosse. Dalla metà del secolo scorso la donna alza la testa anche sul grande schermo: Il segno di Venere è non solo una delle commedie più riuscite del maestro Dino Risi, ma anche il simbolico precursore del movimento d’emancipazione femminile. Due interpreti eccezionali del calibro di Franca Valeri e Sophia Loren permettono incontestabilmente di dimostrare l’ingiustizia e la subalternità della posizione della donna in una società ancora improntata su di un modello fortemente maschiocentrico.    

Molto interessante è poi il caso di Divorzio all’italiana. Pietro Germi imbastisce una commedia capace di far ridere e riflettere allo stesso tempo, un vero capolavoro capace di imporsi anche negli States ottenendo la statuetta per la miglior sceneggiatura originale nel 1962, dopo aver spadroneggiato nell’apposita sezione comica al festival di Cannes dello stesso anno.

Di cosa si parla? Il barone Ferdinando Cefalù – alias uno scintillante Mastroianni, a suo agio pur in un ruolo a tratti dissacrante – è sposato da più di dieci anni con Rosalia, donna per cui ha ormai perso ogni tipo di attrazione. Ama, invece, una giovane cugina ancora minorenne, Angela. La legge del tempo non permetteva però di separarsi volontariamente dopo aver contratto matrimonio. L’unica “postilla” prevista dal codice Zanardelli prima e da quello Rocco poi era il famigerato delitto d’onore. La donna o l’uomo infatti che avesse assistito, stando prove schiaccianti, all’adulterio da parte del coniuge, del figlio o del fratello (termini da intendersi alternativamente anche al femminile) avrebbe potuto, in preda ad uno stato d’ira, eliminare fisicamente il “traditor parente”. Questo è, allora, il piano che escogita l’astuto nobilotto: avrebbe montato ad arte una relazione tra la moglie ed una sua vecchia fiamma e solo in seguito, cogliendo i due amanti in un illegittimo amplesso, avrebbe eliminato la tanto detestata sposa. Per chiunque non avesse assistito alla proiezione di questa pietra miliare del cinema italiano e mondiale, consiglio di sorpassare le prossime righe per evitare spoiler. Fatto sta che, prova e riprova, il barone riuscirà nel suo intento, portando Rosalia all’infedeltà. La conclusione è iconica: Ferdinando si reca nel luogo dove sa che l’incauta tresca avrà luogo. Fissa, tremante, la rivoltella tra le sue mani, per un attimo indugia. Poi il suono di uno sparo. Una figura compare all’orizzonte: si tratta della (ex) moglie del concubino di Rosalia. Anche lei ha una pistola tra le mani, ma a lei il coraggio non è mancato, anzi: il suo orgoglio è già stato vendicato. Un gesto duro, forte, ad oggi probabilmente barbaro. Ma fa sorridere che – in un’epoca in cui tutto ciò non solo era moralmente e socialmente accettato, ma anzi, era praticamente previsto dalla legge – a compierlo per prima e senza alcuna remora sia una donna. Nello sceneggiato di Risi, in effetti, il genere femminile sembra prendere in mano le redini degli accadimenti: Rosalia, nonostante tutto, insiste nell’amore per il recalcitrante Ferdinando, finché stremata dalle dimostrazioni di disamore di lui e pur consapevole del rischio, decide di concedersi alla pericolosissima “fuitina” con Carmelo. La moglie dell’amante di Rosalia agisce poi con maggior vigore: non dubita e non balbetta, umilia anche pubblicamente più volte Ferdinando vista la sua fiacca nel condannare gli amanti. Infine, Angela: la sedicenne cugina di Ferdinando, nelle ultime scene del film, viene immortalata in barca, durante il viaggio di nozze con il più anziano Ferdinando. I due si abbandonano ad un bacio passionale, ma nel frattempo la giovane, col piede, carezza uno dei marinai a lei vicini. Un’ultima débâcle per il barone, emblema di un’organizzazione sociale paternalistica invecchiata e inadatta a garantire la sua perpetuazione.