Elogio della differenza sessuale e della pari dignità di uomini e donne

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Contro l’ideologia del medesimo, occorre sostenere che il concetto di differenza non è sovrapponibile a quello di disuguaglianza: la quale invece può – ed è il caso della mondializzazione capitalistica – esistere non malgrado la distruzione delle differenze, ma esattamente in virtù di tale distruzione. Per converso, la riscoperta della differenza può diventare oggi un momento imprescindibile per l’opposizione ragionata alle disuguaglianze cagionate dal sistema planetario del fanatismo economico.

Un pur cursorio richiamo all’etimologia può giovare a un inquadramento categoriale del problema. In latino, il verbo differre significa, letteralmente, “portare” (ferre) “da un’altra parte” (dis), cioè separare l’un dall’altro. Allude, conseguentemente, al movimento del condurre altrove l’identico, mutandone la collocazione.

Questo plesso teorico è tanto più concettualmente rilevante, in quanto ci permette di pensare la separazione a partire dall’unità, la differenza a partire dall’identità. Il maschile e il femminile come espressioni del differre, dunque, debbono essere intesi come differenza a partire dall’identità, come una separazione strutturantesi sul fondamento dell’unità da cui le parti scisse provengono.

E tale identità o unità originaria coincide con il genere umano, del quale il maschile e il femminile sono, a egual titolo, espressioni differenziate: con le parole della hegeliana Metafisica del 1804-1805, “il genere si spezza nella differenza di sesso; dal conoscere nel riconoscere”.

L’identità del genere umano si dà nella differenza originaria ed essenziale tra il maschile e il femminile. Identità e differenza, dunque, riprendendo il titolo del noto saggio di Heidegger (Identität und Differenz, 1957), costituiscono la coppia concettuale alla cui luce comprendere l’essenza della questione. La differenza esiste come diversificazione dell’identità o, se si preferisce, nella specifica forma dei modi eterogenei di essere del medesimo. 

Lo stesso lemma “sesso” (sexus), d’altro canto, rinvia etimologicamente a questa determinazione concettuale, giacché esprime un secare, un “tagliare” con cui l’unità si sdoppia nelle parti che la costituiscono e che la esprimono, sia pure diversamente: sicché ha senso parlare di sexus nella misura in cui v’è il separato, e “se vuol dire separato è perché ce ne sono due di sessi”.

La sessualità, dunque, separa l’uomo dalla donna e li rende parti diverse della medesima unità o, se si preferisce, espressioni differenti del genere umano, come anche la Bibbia ci ricorda, sia pure, hegelianamente, con la narrazione della “rappresentazione” e non con la superiore forma del “concetto” filosofico:

“Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: ‘questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta’. Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna” (Gen, 2, 21-25).

Il fatto che la donna sia “ricavata” dalla costola dell’uomo è, al di là della rappresentazione religiosa, la prova a suffragio della comune e uguale appartenenza dei due sessi alla razza umana, oltre che dell’ineludibile differenza ontologica che li caratterizza e che è, per ciò stesso, il fondamento del genere umano. Uomo e donna sono differenziazioni del medesimo, diverse sue espressioni: in assenza delle quali, esso non potrebbe sussistere e perpetuarsi.

È significativa, a questo riguardo, la chiave ermeneutica proposta da Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (I, 92, 1 ad 1). A suo giudizio, è giusto che la donna sia creata a partire dalla costola dell’uomo, perché non deve dominarlo. Ed è altresì giusto che neppure sia sottomessa, offesa e dominata, ché altrimenti sarebbe stata creata dai piedi.

Ella è diversa e, di più, irriducibile all’uomo, senza essere inferiore o, comunque, di minor valore. È differenziazione del medesimo e, pertanto, è un differente nel quale si rispechia, con eguale dignità, il medesimo stesso: sarebbe, di conseguenza, egualmente fuorviante subordinarla o misconoscere la differenza che la fa essere altra rispetto all’uomo. 

Già Agostino, prima di Tommaso, aveva argomentato in difesa della tesi secondo cui la donna, non meno dell’uomo, e nonostante la differenza che li distingue, sarebbe imago Dei. V’è, a tal riguardo, un suggestivo passaggio del De Trinitate, in cui Agostino si avventura a confutare la tesi, esposta dall’Apostolo, secondo cui “l’uomo è immagine di Dio, la donna gloria dell’uomo” (vir imago Dei sit, mulier autem gloria viri).

Da tale formula, a giudizio di Agostino, non è possibile inferire – se non per il tramite di un non sequitur logico – una presunta inferiorità della donna. Alla domanda cur et mulier non est imago Dei?, “perché anche la donna non sarebbe immagine di Dio?”, Agostino, commentando l’Apostolo, mostra come, nella loro differenza, uomo e donna siano egualmente da intendersi come imago Dei

“La natura umana in quanto tale che è stata fatta a immagine di Dio, natura che si compone dei due sessi e quindi non esclude la donna, quando si tratta di intendere l’immagine di Dio […] la donna è con suo marito immagine di Dio (mulierem cum viro suo esse imaginem Dei). […] L’immagine di Dio non risiede se non nella parte dello spirito dell’uomo che si unisce alle ragioni eterne, per contemplarle e ispirarsene, parte che, come è manifesto, possiedono non solo gli uomini, ma anche le donne” (De Trinitate, XII, 7).

La natura dell’uomo è, in quanto tale, immagine vivente di Dio: e la natura dell’uomo non si risolve esclusivamente in quella maschile, fondandosi invece sulla dualità del maschile e del femminile. Sicché ciò che rende il vir una imago Dei è, per ciò stesso, quel che fa, a egual titolo, pure della mulier una imago Dei.